D’ignoti marinai e libri noti

«Mandralisca, il suo Museo, la sua Biblioteca furono il felice approdo del mio viaggio, la guida del viaggio dentro Cefalù» (Vincenzo Consolo–Giuseppe Leone, Cefalù, Bruno Leopardi editore, 1999)

Oggi di due anni fa moriva Vincenzo Consolo. Era, finché è stato fra noi, il mio scrittore italiano vivente preferito e periodicamente attaccavo la mia litania sul Nobel, persino con più ostinazione e accanimento del partito di Philip Roth.
Qualche giorno fa sono stata a Cefalù alla Fondazione Mandralisca per visitare il lascito del barone Enrico Piraino, esponente di quell’appassionata colta e bislacca nobiltà di cui la mia regione è stata prodiga (da leggere il testamento completo).

«Il salone del barone Mandralisca aveva quasi ormai l’aspetto di un museo. I monetari d’ebano e avorio, i comò Luigi sedici, i canapè e le poltrone di velluto controtagliato, i tondi intarsiati, i medaglioni del Màlvica…» (V. Consolo, Il sorriso dell’ignoto marinaio)

Il barone e il ritratto di Antonello hanno ispirato Il sorriso dell’ignoto marinaio, che forse oggi è il mio libro di Consolo preferito (per anni è stato Retablo, mai invece il pur bellissimo Nottetempo casa per casa con cui vinse lo Strega nel 1992). L’avevo già visto quel quadro, a Roma, alla mostra di Antonello alle Scuderie del Quirinale, ma decisamente incontrarlo a casa sua è un’altra cosa.

«Il personaggio fissava tutti negli occhi, in qualsiasi parte essi si trovavano, con i suoi occhi piccoli e puntuti, sorrideva a ognuno di loro, ironicamente, e ognuno si sentì come a disagio» (V. Consolo, ibidem)

ignoto marinaio antonello

Ovviamente la Fondazione finanziariamente agonizza, anche se visitandola, notando le perfette condizioni in cui è tenuta, avendo modo di parlare con chi la cura, non si direbbe: raramente a luoghi così belli corrisponde altrettanta generosità. Per il momento la chiusura è revocata, ma i punti interrogativi restano. Sì, c’è una petizione on line e, nel dubbio se serva o no, si può sempre firmare, ma continuo a pensare che il miglior modo per sostenere qualcosa sia andarci, parlarne, rendere pubblica e figa un’abitudine. Passeggiare per il borgo, visitare il duomo voluto da re Ruggero II, sostare al lavatoio medievale, mangiare (benissimo!) al ristorante Ti Vitti, che fra l’altro ha un’ottima cantina e pure una birra artigianale, ovviamente locale, fatta a Vittoria, e magari leggersi o rileggersi Il sorriso dell’ignoto marinaio: mi piace pensare che qualcuno, passando di qua e leggendo le mie sperticate (e mi sto contenendo!) considerazioni, decida di programmare due giorni in omaggio al maestro Consolo. Un silenzioso, personale, modesto e inadeguato, postumo ma forse non del tutto inutile surrogato di quell’altro premio che danno a Stoccolma.

metti una domenica a Messina

Trascorrerò questa fin di settimana nella cittadina avita, ragion per cui vorrei invitare tutti i missinisi che passano di qua a due imperdibili eventi cui prenderò parte domenica 20 gennaio 2013.

Alle 17 sarò al Teatro In Fiera Pinelli Occupato a parlare di Bruno il bambino che imparò a volare insieme a Tonino Cafeo. Mentre cercavo il link giusto ho notato che né sulla pagina Facebook né nel tumblr né in altri comunicati c’è il numero civico. Spesso neanche la via e assolutamente mai la città. Ho pensato che il luogo dove sei nato e cresciuto spesso è questa roba qui: il luogo in cui ogni angolo ti è familiare ma non sai come si chiamano le strade, tutto gira attorno due o tre nomi chiave e le indicazioni al massimo si danno con “vicino a”, “di fronte a”, “nella strada di sopra”. Tutti i messinesi sanno dov’è il Teatro In Fiera, tutti ci sono stati almeno una volta al saggio di pianoforte del nipote o alla recita amatoriale del prozio. I miei familiari, per esempio, lo riempirono a turni alternati una lunga settimana del 1991 per presiedere al mio sgraziatissimo saggio di danza moderna e già solo per questa cosa – che oggi mi appare come la tortura peggiore cui può un adulto sottoporsi senza essere costretto dai carabinieri – dovrei essere loro un po’ più grata. Se per caso comunque ci fosse a Messina qualche alieno, do notizia che il teatro si trova in viale della Libertà. Era in stato di abbandono da un po’ di tempo e dal 15 dicembre 2012 è stato riaperto da un’assemblea di cittadini.

Terminato l’evento volerò al Sabir, in via Catania 62 (è un posto relativamente nuovo, quindi l’indirizzo si dà – ed è anche un posto splendido, perché era un’antica tipografia e ospita oggi, oltre all’associazione culturale, anche una delle mie case editrici preferite nonché orgoglio cittadino: Mesogea). Dalle ore 18 ci sarà infatti una staffetta per ricordare Vincenzo Consolo, che è morto un anno fa (mi sembra ieri che scrivevo questa cosa). Copincollo il comunicato di Sabir, preparo le pagine di Consolo che metterò in valigia, e per ora passo e chiudo.

“Di qua dal faro, le voci dell’ignoto marinaio
Pomeriggio dedicato a Vincenzo ConsoloNel giorno del primo anniversario della scomparsa di Vincenzo Consolo,

Mesogea, Sabir e I cappellai matti rendono omaggio
al grande scrittore e all’amico con una staffetta di letture tratte dalle pagine dei suoi libri.
Invitiamo tutti a partecipare portando la pagina, il brano, il frammento che di lui vi è più caro.
O, semplicemente, stare ad ascoltare.
A intervallare le letture, una serie di immagini e suoni legati allo scrittore e ai suoi libri.
Per l’occasione i nostri ospiti troveranno dolci fatti in casa, l’immancabile tè e due chiacchiere in piazzetta.”

“C’era fra noi, come dire? Una distanza che non si poteva navigare”

Un mese fa, 21 gennaio 2012, moriva Vincenzo Consolo. Era il mio scrittore italiano vivente preferito. Ogni anno speravo che vincesse il Nobel (l’anno scorso lo avevo chiesto proprio qui, purtroppo io in Svezia “non conto quacchecosa”). Consolo è uno scrittore immenso. La lingua, le storie, l’immaginario. Consolo Bufalino Sciascia: i miei tre santi protettori.


Non so quale delle sue opere sia più mia, per me è un autore-universo, non saprei da dove cominciare. So che quando ho nostalgia della mia città, io emigrante come lui, leggo certe sue pagine. Messina, città assurda dal mare azzurrissimo e le brutte case, città di passaggio e di conquista, città addormentata, città babba, città terremotata, città indelebile, città della liscìa e della granita, città della distanza tra l’isola e la terraferma.

“Le feci conoscere Messina, il porto, con tutta la confusione dei bastimenti fermi, delle navi in movimento, dei ferribotti, la Madonna lì alla punta della falce, alta sopra la colonna, sopra il forte del Salvatore; il Duomo, dove restò incantata, a mezzogiorno, per il campanile e l’orologio, ch’è una delle meraviglie di questo nostro mondo: suonano le campane, canta il Gallo, rugge il Leone, la Colomba vola, passa il Giovane, il Vecchio, passa la Morte con la falce; sorge la chiesa di Montalto, passa l’Angelo, San Paolo, torna l’Ambasceria da Gerusalemme, la Madonna benedice… Me la portai per i viali, a Cristo Re, su fino a Camaro, a Ritiro, ai colli di San Rizzo. Ma lei, lei, sempre pronta, sottomessa, era però come restasse sempre straniata, come legata con la mente alla terra di là, oltre lo Stretto. E più mi dava figli (tre volte partorì in cinque anni) più sembrava crescere in lei il silenzio e lo scontento. C’era fra noi, che dire? come una distanza, uno stretto, una Scilla e Cariddi fra cui non si poteva navigare”.

Vincenzo Consolo, Scilla e Cariddi

il mio candidato Nobel alla letteratura. Dite che in Svezia io conto quacchecosa?

Ma che siamo noi, che siamo?…Formicole che s’ammazzano di travaglio in questa vita breve come il giorno, un lampo. In fila avant’arriere senza sosta sopra quest’aia tonda che si chiama mondo, carichi di grani, paglie, pùliche, a pro’ di uno, due più fortunati. E poi? Il tempo passa, ammassa fango, terra sopra un gran frantumo d’ossa. E resta, come segno della vita scanalata, qualche scritta sopra d’una lastra, qualche scena o figura.

Vincenzo Consolo, Le pietre di Pantalica