la differenza fra me e il trash (loving Tiziano)

Ieri sono andata al concerto di Tiziano Ferro all’Arena di Verona. Il biglietto, assieme alla sua compagnia, mi era stato generosamente regalato per il mio compleanno da una delle mie più care amiche. Cosa abbiano in comune una gucciniana – io – e una fossatiana – lei – è semplice: Tiziano. Mai e poi mai ci incontreremo sul terreno del cantautorato: ognuna delle due è convinta che il cantautore dell’altra sia un cantautore minore che ha finito di dire quello che doveva dire molti anni fa; ognuna delle due cita il suo in libri, video e post sui social network, ognuna si tiene le proprie fissazioni e la propria solitaria devozione. Su Tiziano invece siamo d’accordo, da quel giorno che mi telefonò dicendo: “Oh, ho visto lo speciale su De Andrè. Il migliore è quel tipo, Ferro”, lo stesso giorno che su Facebook orde di indignados tuonavano: “ma insomma, che vergogna, Tiziano Ferro a sporcare il Faber”. (Il fan club del buon De Andrè è un incrocio fra una cosca mafiosa e una campo scuola di mullah; essi lavorano per farne dimenticare la memoria: piuttosto che imbattermi in quell’espressione venata di pathos che si dipinge loro sulla faccia ogni qualvolta se ne evoca il nome, preferisco non citarlo nemmeno per sbaglio). ‘Nsomma, io Tiziano lo conoscevo da un bel po’, da quella notte di dieci anni fa in cui ero anch’io giovane e confusa e passando per sbaglio dalla piazza della mia città in cui c’era un suo concerto alzavo il sopracciglietto e facevo bleah. Peccato che quella stessa notte, tornata a casa un po’ ubriaca e un po’ scema, sedetti al Mac accendendo quel vecchio programma di messaggeria senza riuscire a togliermi dalla testa che “la noia quella sera tuonava scalpitava” e che seduta alla mia chat chiamavo “200 principi” mentre io ero “la daaaama del castello”. Non ricordo se fu merito di quella notte, ma l’’anno dopo mi ritrovai con un fidanzato nuovo in una città nuova e una vita nuova. E io e il serissimo fidanzato, che come ci eravamo ritrovati insieme proprio non ce lo sapevamo spiegare, vivemmo insieme a non so quanti milioni di persone quell’estate di case libri auto viaggi fogli di giornale, inaugurando la nostra stagione di testi che parlano sempre di due che si lasciano, materia in cui Tiziano ha sempre occupato ruoli di primo rango.
E insomma, ieri al concerto mentre facevo revival di quei primi capolavori (come avevo potuto dimenticare “ma il sesso è un’attitudine, come l’arte in genere” o Xverso in cui alla fine “all’inferno ci vai tu”? Quello che adoro, e l’ho già detto ampiamente nel mio Tizionario è quella felicissima capacità di cantare l’amor carnale, dato che non ci innamoriamo di scienziati morti, mi pare) e mi godevo due ore di show, travestimenti, una voce meravigliosa, momenti del migliore (l’unico?) pop italiano, già formulavo qualche battuta fulminante che mi salvasse dalla noia del “Ma come, tu al concerto di Tiziano Ferro? Ma che schifo, ma bla bla bla”. Non c’è niente da fare: Niccolò Ammaniti sarà sempre uno scrittore giovane anche se viaggia verso il mezzo secolo, Tiziano Ferro sarà sempre il cantante cui tutti gli sfigati di oscuri e fumosi concerti con quattro persone in piedi si sentiranno in diritto di dare dello scemo, come se loro cantassero versi migliori di “ad avvicinarci nel tempo ormai sono i danni, non sono più gli anni” o “l’allegria mancata poi diventa amore”. Mi tocca sorridere, e dire che va bene, è come dicono loro, è che mi piace il trash. Del resto altrimenti non li frequenterei, loro e i loro racconti di serate dove si “poga” in posti sudici: ecco cosa vorrei aggiungere, ma magari poi si offendono.

Tizionario dei giorni d’ammmore

Capisci che la materia straborda quando cerchi il verso perfetto e prima ti sembra sia «fare le valigie e nella stessa notte darti le risposte ma sbagliarle tutte» però subito dopo c’è «non dico mai di noi per non sbagliare mai» e come si fa a scegliere, parla tutto di voi due, non è possibile.

Capisci che sei tu quell’io cantante (si chiamerà così la versione musicale dell’io narrante?) quando ti sforzi di ripetere che «un anno va, bellissimo, bellissimo» con credibilità pari a zero perché «la mia allegria non può convincere», del resto «soffri e pretendi non si veda / e vorresti che il sorriso tuo invertisse / la controregola che regola le masse». Tutta colpa di chi ti sta spappolando il cuore, ovviamente: «di te mi fido poco l’hai capito: e raccontandoti il contrario sorrido».

Capisci che sei tu, tu la ragazza di provincia che covava propositi contedimontecristeschi, e il tuo tornerò-ricca-e-spietata sarà «quella voglia di dirti ridendo: ti verrò a prendere con le mie mani e sarò quello che non ti aspettavi» e la tua vendetta arriverà, oh se arriverà, «perché sarà migliore e io sarò migliore, come un bel film che lascia tutti senza parole».

Capisci che sei tu quando, siccome ti hanno insegnato che parlare d’amore non fa intelligente, dici le cose con il verbo contrario: «odio tante cose da quando ti conosco: odio il mio nome solo senza il tuo / ogni fottuto addio».

Ed è tua, tutta tua, la stanchezza arresa, perché di fare la giovane Montale ti è passata la voglia: «il mio male di vivere ormai riposa in pace, l’hai eliminato già diecimila scuse fa». Purtroppo hai la testa «ai primi sette giorni, insieme sempre, ventiquattro ore», quando tutto sembrava magnifico e promettente e non riesci fino in fondo a cantare «ti voglio male».

Ed è tua, tutta tua, la soddisfazione di sorridere mentre «con le mani dico quello che non so» e di piangere perché «è passato ancora molto tempo ma sono sequestrato sempre dal tuo odore», perché a sentire certi altri testi snob pare non esista un corpo e chissà quando è nato questo equivoco, che si debba cantar l’amore intelligente, che se fosse così facile ci innamoreremmo di scienziati morti e amen.

E ormai sei sicura che sei tu. Tu quella che non sempre si accorge che «tra l’aldilà e il mio nido di città c’è molta differenza», però poi arriva la stagione che ti fa «guardare la Sicilia al riverbero del sole», la stagione degli inganni («l’estate amplifica l’effetto forte di un dolore»), quella in cui un giorno di mare si può travestire da una vita intera («una monetina in aria e / da due ore vivo insieme a te»).

Io ti adoro, Tiziano Ferro. Io adoro questo ragazzo di Latina (come amiamo e soffriamo noi gente di provincia, nessuno al mondo, eh) che finalmente mi fa cantare struggimenti e resurrezioni. Che corona il felice distacco di «io ho due tre certezze una pinta e qualche amico / tu hai molte domande, alcune pessime lo dico» con il verso più bello degli ultimi centomila anni: «la nostra fine non fu niente di speciale / rispetto al fatto che poi tutto sa passare». Sì, certo, «l’amore è una cosa semplice». La sua conclusione anche. Solo che, per farcene una ragione, abbiamo bisogno di quattordici testi a loop.