Stefania e le altre

Confesso: non avrei mai letto una guida alla maternità se a scriverla non fosse stata una giornalista senza figli, e per di più brava come Rossana Campisi. E infatti in quelle pagine ho trovato informazioni interessanti anche per chi non è madre e non sta per diventarlo, mi colpisce l’assenza di tabù, per esempio che si parli in quel contesto di morti di parto. L’Istituto Superiore di Sanità dice che i rischi riguardano soprattutto donne sopra i trentacinque anni, ma le protagoniste delle storie della “sala parto da cui non si esce in due” ne hanno quasi tutte venti o trenta. Non che l’età faccia la differenza, come non fa differenza che in Campania e in Sicilia si muoia più che in Toscana: è solo un dettaglio che alimenta pregiudizi che fa rabbia non poter smentire. La dottoressa Donati, che all’ISS cura un progetto specifico di sorveglianza, dice che si poteva evitare il cinquanta per cento delle morti. Mi sembra una proporzione enorme. Se poi quel numero diventa narrazione, lo spezziamo e lo associamo a nomi e fatti e episodi piccoli, concreti, banali, allora prende una forma inquietante, quotidiana. Così, le storie di quel capitolo, raccolte fra le trentanove degli ultimi due anni (ma la cifra è per forza imprecisa, perché molte complicazioni successive non sono quantificabili), restano impresse più di altre: si perde un bambino per un ascensore malfunzionante, si muore perché non c’è un elisoccorso operativo, perché a nessuno viene in mente di fare accertamenti a una ragazza con problemi cardiaci, perché un cesareo tardivo provoca un eccesso di liquidi biliari. Si legge e si rimane arrabbiati e perplessi, e quel numero che – ti assicurano – è in rassicurante discesa diventa ancora più enorme.
E a me vengono in mente Stefania, Venezia, insomma questa canzone.

“If I’m not working, I’m not happy”*

Insomma ieri The Goldfinch di Donna Tartt ha vinto il Pulitzer per la narrativa.
L’avevo letto e ne avevo scritto su IL – Magazine di novembre (oggi su minima et moralia). A marzo ero stata a sentirla all’Auditorium, al festival Libri come, mi aveva colpito il modo in cui non sottovalutava nessuna domanda, mi erano piaciute le sue risposte essenziali e mai grevi, i silenzi brevi e non studiati per cercare ogni volta la parola giusta. Mi era rimasta in testa una risata squillante sul corpo minuto, lasciata lì a squilibrare l’eleganza della prosa, il colletto della camicia abbottonato stretto e un paio di scarpe stringate. Fino a quel momento avevo pensato a Tartt come a una che scriveva come un dio e aveva il vezzo (rispettabilissimo) di fare la strana, per esempio seguendo il calendario di far uscire un romanzo ogni dieci anni, per un totale di cinque: nessuno sotto i trent’anni, nessuno sopra i settanta. Quella sera le avrei semplicemente offerto da bere per continuare ad ascoltarla per ore. Il podcast dell’incontro è qui. I suoi libri sono tutti stampati (e ristampati) da Rizzoli. Buona scoperta, o riscoperta.

Donna Tartt Pulitzer

 

* la frase del titolo viene da qui.