due etti di mortadella e uno di Borges

La nuova Feltrinelli Red di via del Corso è un posto elegante, con ampi spazi, dicono che si mangia discretamente e si beve bene, ci sono i giornali, il personale è cordiale.

Mi colpisce subito una parete di libri illustrati, è una selezione non banale. Prendo coraggio e chiedo fiduciosa un titolo che non vedo esposto, anzi: chiedo direttamente dov’è il reparto così da poterci sguazzare da sola e in libertà. La ragazza è desolata: “Non abbiamo una sezione di illustrati. Quelli stanno lì… ma per vetrina”. Mi guardo attorno. Un’intera parete è occupata da roba di elettronica. Un’altra da cibo. Nella stanza attigua c’è il ristorante. Libri: poco e niente. Non è una novità, mi ricordo la piccola me stessa di una quindicina di anni fa al suo primo brunch fra gli Adelphi, che osservava incuriosita il prepotente prevalere della parmigiana sulla Piccola Biblioteca facendosi la prima, tutt’ora irrisolta, domanda: fatta salva la non-sacralità dell’oggetto libro (dovreste vedere come riduco i miei), è proprio necessario ed esteticissimo piazzare Borges fra il ragù e l’insalata di riso? All’epoca non seppi rispondere, ma i pancake erano buoni e quella libreria diventò un mio posto di riferimento. Mi risposero loro, qualche mese dopo: “Così attiriamo nuovi lettori”, “Così non chiudiamo”. Io nuovi lettori lì dentro non ne vidi mai, solo gente che entrava a farsi l’afternoon tea con il suo computer portatile. “Così aumentiamo le potenzialità di vendita”, insistevano, anche se a me l’evidenza pareva dire tutt’altro: chi entrava per comprare i libri (pochi) li comprava, chi entrava pe’ magna’ (talmente tanti che la domenica dovevi prenotare con quindici giorni di anticipo) magnava. Bè, quella libreria ha fallito e ha chiuso. E ha chiuso anche la sua caffetteria.

Torno al presente e affondo gli occhi negli occhi desolati della ragazzetta giustificantesi: “No, non abbiamo gli illustrati, è solo una vetrina”.
Mi guardo intorno e mi pare pure un bel posto, questa Feltrinelli Red, una simpatica caffetteria di un centro commerciale con una vetrina di libri finti, dove andranno a mangiare i turisti o quelli in giro da quelle parti (anche io, perché no), uno di quei posti *vino, cibo, pretesa di cultura* che piacciono tanto alla sinistra. La stessa sinistra che ha preso in giro Berlusconi per i suoi tomi di cartone alle spalle di messaggi a reti unificate. E mi chiedo che differenza faccia, se ce ne sia davvero una, o se semplicemente un giorno anche questa Red chiuderà o si trasformerà formalmente in quello che già è senza la necessità di ammantarsi della definizione di “libreria”. E se quel giorno, finalmente, ammetteremo che non solo non siamo stati capaci di creare un’alternativa che invogliasse i non lettori a cambiare idea, ma anche che abbiamo perso quelli che lettori lo erano già, cercando di vendere, al posto delle vecchie librerie da rottamare, un ristorante medio e pretenzioso che sembra il soggiorno di casa loro. Però più caro, e con meno libri alle pareti.