A te che mi leggi e ci metti il tuo mondo dentro perché allora vuol dire che sono riuscita a farti amare un pezzettino del mio.

A te che mi hai detto ora basta, piantala di girarci attorno, molla tutto e mettiti a scrivere, sei una scrittrice. A te soprattutto. E poi.
A te che mi hai detto ma dai? Veramente hai mollato tutto e ti sei messa a scrivere? E mi hai guardata per capire se ero una scrittrice.
A te che mi hai detto è un azzardo, te ne pentirai, al giorno d’oggi, è una pazzia. E vivi benissimo senza sapere cos’è una scrittrice.
A te che mi hai letta e hai detto bello. A te che mi hai letta e hai detto bello, scrivi ancora? A te che mi hai letta, hai detto bello, scrivi ancora, perché non scrivi qualcosa per me?
A te che mi hai detto sai, pensavo, potremmo scrivere qualcosa insieme, e poi l’abbiamo fatto. A te che ti ho detto sai, pensavo, potremmo scrivere qualcosa insieme, e poi l’abbiamo fatto pure quello.
A te che mi hai detto interessante quello che hai scritto però secondo me si potrebbe sistemare così e così, e io non ho trovato che fosse la scelta giusta. A te che mi hai detto interessante quello che hai scritto però secondo me si potrebbe sistemare così e così, e stavolta era la scelta giusta.
A te che mi hai chiesto ma da dove ti vengono le idee? E io non sapevo cosa rispondere. A te che mi hai detto sogno i tuoi libri impilati all’ingresso delle grandi librerie e io non sapevo cosa rispondere ma volevo abbracciarti dallo schermo di un telefonino. A te che mi hai detto questo racconto è quello giusto, a te che mi hai detto questo racconto è sottotono, a te che mi hai detto questo racconto è perfetto, a te che mi hai detto questo racconto secondo me è un romanzo. A te che ti ho detto sai che c’è, siamo sempre nelle antologie, ora ne facciamo una noi, ti piace la mia idea? E mi hai detto sì.
A te che mi hai risposto senza sapere chi ero e mi hai detto che ti era piaciuto quello che avevo scritto. A te che mi hai risposto senza sapere chi ero e mi hai detto che forse ti può interessare quello che ho scritto. A te, soprattutto, che il 2011 sia un anno della forma che vuoi tu.

Io intanto saluto il 2010 ricordando uno dei suoi momenti migliori.

il booktrailer di “Scrittori in cucina”

Metà ricettario metà raccolta di racconti: ecco il raccontario che ho ideato e curato insieme a Francesca Bonafini per Jar Edizioni. Venti autori, venti ricette, venti racconti, venti regioni d’Italia. Ecco il booktrailer firmato da Antonio Allegri, che ovviamente ringrazio e a cui indirizzo un grande sorriso.

Ti è piaciuto? Clicca qui per ordinarlo (dal 6 gennaio anche su ibs e sulle altre librerie on line).
Buona lettura e buon appetito.

dieci cose che ho pensato sulla scrittura ma che non posso pensare di aver pensato però le ho pensate*

(immagine by Inkspinster)

 

1) Non puoi barare. Se su carta non hai sviscerato budella, il lettore lo sente e si annoia. Ci sono giorni che sei allo stremo delle forze e proprio non ce la fai ad affrontare quell’incrocio fra session psicoanalitica e mattatoio che è tutte le volte. Come darti torto. Ma allora non scrivere. Esci, annaffia le piante, vai a comprarti un vestito. Ma non perdere tempo a scrivere. Altrimenti, se sei onesto, il giorno dopo cestinerai quell’innocuo prodotto. Innocuo è l’insulto peggiore che si possa fare a uno scritto.

2)  Scrivere a quattro mani può essere divertente e proficuo. Verifica che ci sia una sana dissonanza stilistica. Annusa comunanza di obiettivi. Lascia l’amicizia fuori dal lavoro: quello che ci metterete dentro sarà ancora più bello (e l’amicizia, fuori, resterà intatta).

3) Non esiste l’orario migliore. Esiste la cosa che devi scrivere in quel momento.

4) Non esiste il luogo adatto. Esiste l’urgenza.

5) Non si scrive meglio né con la penna né con il computer. Esiste il momento in cui per caso lì si trovano un mouse e una tastiera, una penna e un quaderno, un rossetto e uno specchio, la tastiera di un telefonino o un semplice taccuino bianco dentro al tuo cervello.

6) Se sei a corto di idee sfoglia Dante, Shakespeare o Omero. Quasi sempre ti suggeriranno una risposta.

7) Se è il giorno del “quasi” e non quello del “sempre”, vedi punto 1).

8 ) Le scadenze solleticano e servono. Se non sei capace di dartele, trovati un datore di lavoro schiavista.

9) Cerca di farti pagare per scrivere. Non importa se ci riuscirai: ponitelo come obiettivo. Se ti sembra venale, ricorda che Truman Capote diceva che non avrebbe potuto scrivere una sola riga non retribuita.

10) Dimentica uno per uno ciascuno di questi stupidi e soggettivissimi punti e fai a modo tuo. Tranne il punto 1).

* thanks to Moroz per la suggestione del titolo

Messina per principianti

È da più di un anno che non torni nel posto in cui sei nata. Sedici mesi che di colpo sembrano un secolo oppure l’altro ieri, a questo pensi sulla nave traghetto che naturalmente si chiama Caronte.

Come sempre trovi almeno dieci gradi in più che nel resto del mondo. Ti spogli di maglioni e giubbotti e già che ci sei anche delle facce che non ti servono, degli affanni di cui vivi e che improvvisamente sembrano babbarie per i poveracci della terraferma.
Hai quarantott’ore. Vuoi andare a trovare i vivi e i morti. Non necessariamente in quest’ordine. Non c’è ordine in Sicilia. Solo un rito d’avvio: inzuppare la brioche nella granita.

La tua carrozza a forma di zucca è la macchina di R, donna eccezionale e per giunta tua parente. È lei ad accompagnarti. Non si può avere un’idea di ciò che riuscirai a digerire. A qualsiasi ora del giorno, in ogni casa a cui busserai, qualcuno aprirà il frigo e attenterà al tuo indice glicemico

poi ti ficcherà in borsa conserve di ogni sorta facendo aumentare esponenzialmente il peso specifico della valigia del ritorno.

Non potrai sottrarti a tavole imbandite apposta per te, che si tratti di un nocciolino (caffè e gelato alla gianduia)

o di una focacciata con birra del sole e patruni e sutta

(e intanto da un capo all’altro della costa, dallo Ionio al Tirreno, dal trisavolo garibaldino a G, con in mano garofani rossi e brassiche viola, e tu e R non ve lo dite ma i crisantemi vi fanno orrore e non li comprate mai);

e appena puoi ti fermi in angoli d’incanto, come dal signor Orlando, non calzolaio ma artista della scarpa con la sua vetrina di tacchi e cedri


o a guardare il sole che batte sui visi e gli intarsi del palazzo Coppedè

sempre facendo slalom tra certe vetrine del centro.

Molte panze dopo, molti sorrisi dopo, molte lacrime e abbracci dopo, molte mani strette dopo, molta vita dopo, potrebbero sembrare quarantott’ore ma sono un universo intero, tra incontri casuali e incontri desiderati, meraviglie stupori nostalgie redivive paragoni sorprese e radici, all’improvviso si è fatta l’ora e di nuovo te ne vai.
E su quella specie di scassone che chiamano alta velocità ma non è altro che un carretto sul quale qualcuno ha dipinto a mano una freccia rossa, finisci il tuo libro di Umberto Eco e giusto un attimo prima di Roma torni indietro a rileggere la tua sottolineatura preferita:

“…siciliani, mulatti essi stessi non per errore di una madre baldracca ma per storia di generazioni, nati da incroci di levantini malfidi, arabi sudaticci e ostrogoti degenerati, che hanno preso il peggio da ciascuno dei loro antenati, dei saraceni l’indolenza, degli svevi la ferocia, dei greci l’inconcludenza e il gusto di perdersi in chiacchiere sino a spaccare un capello in quattro”.

(Il cimitero di Praga, Bompiani, p. 17)