La frontiera

Roberto Saviano l’ha annoverato tra i migliori libri del 2015, e non solo lui. Indubbiamente ne sentiremo parlare a lungo, perché racconta il nostro tempo in modo straordinario, perché le ossessioni di chi l’ha scritto coincidono con ciò che dovrebbe ossessionare chiunque viva questi anni, perché è un libro letterario e estremamente contemporaneo che raccoglie gli ultimi pezzi di storia del Mediterraneo e ne fa poesia e questione.
Credo che avremo molto da dire, in una città come Messina, in merito alla Frontiera.

Leogrande Messina

Bookb@ng – Festival delle espressioni letterarie

Sabato e domenica, a Messina, un nuovo festival occuperà gli spazi del Palacultura Antonello. Nasce dal dialogo di almeno tre realtà, tra cui l’associazione culturale Terremoti di carta, da anni attiva in città con presentazioni, workshop, laboratori di scrittura; il Bookb@ng – festival delle espressioni letterarie per la sua prima edizione ha un programma per lettori di ogni età. Mi hanno chiesto di esserne madrina e abbiamo ragionato insieme su alcuni incontri. Una fine di settimana piena, a cui spero che la città sappia reagire con curiosità.
Qui un’intervista a me e Nancy Antonazzo, cui va ogni merito nell’organizzazione, fatta da Giuditta Casale.
Ci sono nel dettaglio il programma di sabato 24 ottobre e quello di domenica 25 ottobre.
Ci sono facebook e twitter per seguire gli eventi.
E c’è un crowdfunding per sostenere il progetto (concluso, ma sappiate che c’è stato e tenetelo presente per la prossima edizione, se questa vi piacerà).

Bookb@ang Messina

“e i pazzi siete voi”

Fa uno strano effetto essere sulla bocca di tutti, anche dell’ottimo Michele Serra, non più per quei quattro motivi per cui di solito ciò accade. Parlo per la mia Messina, di cui la stampa si occupa per i soliti motivi: la mafia babba, qualche regolamento di conti universitario, la vivibilità (si è sempre giocata il posto di ultima città d’Italia), il Ponte e il NoalPonte, pronunciato così, tutto attaccato.
Fa effetto essere sulla bocca di tutti perché il 24 giugno 2013 è diventato sindaco l’uomo che undici anni prima, il 24 giugno 2002,  si era arrampicato sul Pilone. Simboli della città, sia quell’uomo che il Pilone: il primo in quanto rompiballe certificato, in prima fila da sempre su ogni battaglia concreta, dalla legalità all’ambiente, non in quel modo vacuo e trito a cui la retorica dell’antimafia ci ha abituati bensì con la propria voce, la propria faccia e l’ostinata presenza sostenuta da un amore furioso per una città continuamente offesa dai suoi stessi abitanti; il secondo in quanto epicentro di uno dei luoghi di mare più amati della città, quel punto miracoloso dove si baciano lo Ionio e il Tirreno, dove le navi traghetto passano e la Calabria è così vicina che ti sembra di poterla raggiungere con poche bracciate (e qualcuno ogni tanto lo fa).

u Piluni
u Piluni

Ho saputo che Renato Accorinti sarebbe diventato sindaco il giorno in cui, trovandomi a Messina per caso (non abito e non voto più lì, pur scappandoci quando posso), ero andata al Salone delle Bandiere, in Municipio, il giorno della sua candidatura ufficiale. Mi ha fatto subito un effetto straniante vederlo lì, uguale a ogni volta che l’avevo visto nelle situazioni più diverse, con la voce ferma e la sicurezza limpida di chi è nel giusto. Così come era stato mal sopportato prima, spesso allontanato dai luoghi ufficiali con la spocchia che di solito usano gli impettiti su coloro che ritengono freak, era mal sopportato anche allora e qualcuno lo ascoltava con il sopracciglietto alzato (“parla, parla, ché tanto aunni vai“). Pensavano che era impossibile, quindi non l’hanno fatto. Ma il pensiero laterale (altro che inconscio, ma quale inconscio) è più coraggioso di quell’altro, a volte.

non lo sapevano
non lo sapevano


Da uno che si arrampica sul Pilone ci si doveva aspettare il bum, mi spiace per loro che non l’hanno visto subito, in un ballottaggio già anomalo per Messina – un piddino contro un anarchico, una roba che se da bambina me l’avessero raccontata come fiaba per la buonanotte sarei rimasta sveglia per l’eccitazione fantasiosa dell’inverosimiglianza, che assurda fiaba per una città che è sempre stata sul cuor del fascismo, trafitta dal pentapartito negli Ottanta e folgorata da una 
FozzItalia che in Sicilia marciava al ritmo di 61 seggi a 0, una FozzItalia scritta e pensata così, tutto attaccato.

Messina uno slancio l’ha avuto alla fine degli anni Settanta, con un curioso movimento di energie, la nascita di una libreria storica, un nucleo di ragazzi del Settantasette che fecero delle scelte particolari con una convinzione precisa. Allora, tra gli appartenenti ai diversi movimenti e partiti, nella minuscola eppur frammentatissima sinistra extraparlamentare cittadina, Renato Accorinti era già Renato Accorinti. Pacifista, non violento, caratterizzato da una spiritualità su cui ora si gioca tanto a mettere l’accento. A me fa sorridere questa contrapposizione tra il sognatore e i concreti, tra il pazzo e i savi. Perché l’atmosfera generale di malcontento in quella sinistra che ha sostenuto l’altro candidato trapela nei “vabbè, sì, ora vediamo che sa fare”, perché loro sì che sono i savi, mentre Renato è quello strano, quello che “eh, ma la politica è un’altra cosa”.

Io credo che sia esattamente l’opposto. Non solo perché a noi siciliani Pirandello ha già insegnato chi sono i savi e chi sono i pazzi, tra i doppiopetto e i rompiballe. Nemmeno per la fricchettoneria del piede nudo (lo scrive una che non si toglie le scarpe neanche a ferragosto, che non metterebbe le infradito in città per tutto l’oro del mondo), ma perché Renato Accorinti è certamente questo ma non è solo questo, anche se piace descriverlo come un freak, perché fa scena e va bene così. Anche se basterebbe anche a chi non è di Messina dare un’occhiata a Wikipedia per avere almeno un elenco delle sue lotte, dalla fiera campionaria ai traghetti, dai parchi agli approdi, per capire che è parecchio sciocca quella contrapposizione fra una presunta macchina efficiente della rialpolitìk (pensata e pronunciata così, tutta attaccata) e i sogni di un presunto idealista. Perché, banalmente, quella macchina presunta efficientissima che per quarant’anni ha tenuto Accorinti ai margini con l’aria accondiscendente del papà con il figlio piccolo non è stata tanto efficiente, dato che la città ha la mannaia del default tra capo e collo, il sistema dei trasporti collassato e un’urbanistica allo sbando. Quella macchina era efficientissima, sì, ma ad autoalimentarsi, scordandosi, a poco poco, di alimentare anche i cittadini. E, sorpresa, il figlio scemo che puntava il dito non è mai stato né scemo né folle.

Ha vinto un uomo nato nel 1954 contro uno nato nel 1972. Tutti i ventenni di sinistra di mia conoscenza hanno votato il primo, senza ombra di dubbio e apostrofando lo sfidante con quelle parole un po’ cattive che riservano i giovani veri a chi, giovanile e non giovane, si ritrova arruolato nel triste ruolo di giovane che i partiti affibbiano a chi, di solito, vogliono bruciare. Lo sfidante di Accorinti ha la faccia pulita ma la mia generazione, scialba e piatta, pur nelle sue manifestazioni di onestà, ha perso di nuovo. Ha vinto, a Messina, quella generazione che nel 1977 aveva portato un’istanza diversa. Ha vinto più di trent’anni dopo (e quindi storicamente non ha vinto, ma lasciateci godere la soddisfazione, sì, anche a me che di quella generazione sono figlia e con la mia non sempre ho molto a che spartire), dopo che quelli che li avevano trattati come dei freak proclamandosi, loro sì, gli affidabili, sono morti di elefantiasi, senza aver cambiato una virgola ma al massimo muovendo qualche pedina provvisoriamente buona all’interno di una logica decrepita, spazzata via da internet, dai voti dei rioni popolari, dal ribaltamento della prospettiva, dalla stanchezza che loro stessi portavano. Una logica che qualche giorno fa io e due settantasettine di mia conoscenza, in una macchina tappezzata di adesivi per la campagna elettorale Renatosindaco, scritto e pensato così, tutto attaccato, a Messina, mentre abbassavamo il finestrino lasciando entrare l’aria fresca, l’aria di mare, riassumevamo così: prima prendevano i pacchi di pasta e li votavano, ormai prendono i pacchi di pasta e manco li votano più, tanto sanno che non hanno fatto niente. Hanno votato Renato, perché sanno che farà qualcosa. Renato, il concreto. Pensateci, prima di dire freak.

metti una domenica a Messina

Trascorrerò questa fin di settimana nella cittadina avita, ragion per cui vorrei invitare tutti i missinisi che passano di qua a due imperdibili eventi cui prenderò parte domenica 20 gennaio 2013.

Alle 17 sarò al Teatro In Fiera Pinelli Occupato a parlare di Bruno il bambino che imparò a volare insieme a Tonino Cafeo. Mentre cercavo il link giusto ho notato che né sulla pagina Facebook né nel tumblr né in altri comunicati c’è il numero civico. Spesso neanche la via e assolutamente mai la città. Ho pensato che il luogo dove sei nato e cresciuto spesso è questa roba qui: il luogo in cui ogni angolo ti è familiare ma non sai come si chiamano le strade, tutto gira attorno due o tre nomi chiave e le indicazioni al massimo si danno con “vicino a”, “di fronte a”, “nella strada di sopra”. Tutti i messinesi sanno dov’è il Teatro In Fiera, tutti ci sono stati almeno una volta al saggio di pianoforte del nipote o alla recita amatoriale del prozio. I miei familiari, per esempio, lo riempirono a turni alternati una lunga settimana del 1991 per presiedere al mio sgraziatissimo saggio di danza moderna e già solo per questa cosa – che oggi mi appare come la tortura peggiore cui può un adulto sottoporsi senza essere costretto dai carabinieri – dovrei essere loro un po’ più grata. Se per caso comunque ci fosse a Messina qualche alieno, do notizia che il teatro si trova in viale della Libertà. Era in stato di abbandono da un po’ di tempo e dal 15 dicembre 2012 è stato riaperto da un’assemblea di cittadini.

Terminato l’evento volerò al Sabir, in via Catania 62 (è un posto relativamente nuovo, quindi l’indirizzo si dà – ed è anche un posto splendido, perché era un’antica tipografia e ospita oggi, oltre all’associazione culturale, anche una delle mie case editrici preferite nonché orgoglio cittadino: Mesogea). Dalle ore 18 ci sarà infatti una staffetta per ricordare Vincenzo Consolo, che è morto un anno fa (mi sembra ieri che scrivevo questa cosa). Copincollo il comunicato di Sabir, preparo le pagine di Consolo che metterò in valigia, e per ora passo e chiudo.

“Di qua dal faro, le voci dell’ignoto marinaio
Pomeriggio dedicato a Vincenzo ConsoloNel giorno del primo anniversario della scomparsa di Vincenzo Consolo,

Mesogea, Sabir e I cappellai matti rendono omaggio
al grande scrittore e all’amico con una staffetta di letture tratte dalle pagine dei suoi libri.
Invitiamo tutti a partecipare portando la pagina, il brano, il frammento che di lui vi è più caro.
O, semplicemente, stare ad ascoltare.
A intervallare le letture, una serie di immagini e suoni legati allo scrittore e ai suoi libri.
Per l’occasione i nostri ospiti troveranno dolci fatti in casa, l’immancabile tè e due chiacchiere in piazzetta.”

“C’era fra noi, come dire? Una distanza che non si poteva navigare”

Un mese fa, 21 gennaio 2012, moriva Vincenzo Consolo. Era il mio scrittore italiano vivente preferito. Ogni anno speravo che vincesse il Nobel (l’anno scorso lo avevo chiesto proprio qui, purtroppo io in Svezia “non conto quacchecosa”). Consolo è uno scrittore immenso. La lingua, le storie, l’immaginario. Consolo Bufalino Sciascia: i miei tre santi protettori.


Non so quale delle sue opere sia più mia, per me è un autore-universo, non saprei da dove cominciare. So che quando ho nostalgia della mia città, io emigrante come lui, leggo certe sue pagine. Messina, città assurda dal mare azzurrissimo e le brutte case, città di passaggio e di conquista, città addormentata, città babba, città terremotata, città indelebile, città della liscìa e della granita, città della distanza tra l’isola e la terraferma.

“Le feci conoscere Messina, il porto, con tutta la confusione dei bastimenti fermi, delle navi in movimento, dei ferribotti, la Madonna lì alla punta della falce, alta sopra la colonna, sopra il forte del Salvatore; il Duomo, dove restò incantata, a mezzogiorno, per il campanile e l’orologio, ch’è una delle meraviglie di questo nostro mondo: suonano le campane, canta il Gallo, rugge il Leone, la Colomba vola, passa il Giovane, il Vecchio, passa la Morte con la falce; sorge la chiesa di Montalto, passa l’Angelo, San Paolo, torna l’Ambasceria da Gerusalemme, la Madonna benedice… Me la portai per i viali, a Cristo Re, su fino a Camaro, a Ritiro, ai colli di San Rizzo. Ma lei, lei, sempre pronta, sottomessa, era però come restasse sempre straniata, come legata con la mente alla terra di là, oltre lo Stretto. E più mi dava figli (tre volte partorì in cinque anni) più sembrava crescere in lei il silenzio e lo scontento. C’era fra noi, che dire? come una distanza, uno stretto, una Scilla e Cariddi fra cui non si poteva navigare”.

Vincenzo Consolo, Scilla e Cariddi

“Si stutau a lanterna omo littratu. A tia un grazi smisuratu”

“Terranova?”
“Eccomi, prof.”
Sono passati due mesi dall’inizio dell’anno. Non solo non mi ha mai degnato di uno sguardo ma sembra trattarmi con sufficienza ogni volta che apro bocca, mi sento trasparente, inutile, perfino ridicola. Durante la prima interrogazione, su lingua d’oc e lingua d’oil,  avevo studiato un sacco eppure sembrava che si prendesse gioco di me, che si divertisse a farmi cascare. No, decisamente non gli piaccio. Non so perché. Non sarebbe un problema se l’italiano non fosse la mia materia preferita, se non avessi affrontato due lunghissimi anni di ginnasio_aoristo_declinazioni per arrivare qui a studiare letteratura con lui, con l’uomo dalla leggendaria ed enciclopedica cultura, l’uomo che scrive libri colti, che ha schiere di alunni adoranti e pellegrinaggi di ex alunni devoti, l’uomo le cui lezioni incantano per ore, l’uomo che alla prima lezione sull’inferno di Dante mi ha già fatto venire voglia di imparare terzine a memoria.
“Terranova?”
Mi alzo controvoglia per andare a riprendermi il mio tema e ricevere il voto. Il primo dell’anno. Il prof ha detto che sono andati tutti male tranne qualcuno. Figuriamoci. Io ho scelto la traccia di attualità, ho parlato di un preoccupante atteggiamento neofascista nella politica italiana. (Ho quindici anni e ho la prima, unica e ultima tessera di partito della mia vita. Ma lui questo non lo sa). Ho riempito quattro colonne fitte cercando di tenermi alla larga dalla retorica, spiegando i come e perché delle mie paure, cominciando dalla politica e finendo per parlare di me.
Cammino piano guardando da un’altra parte.
“Terranova: sette meno. Non tanto per quello che dici ma molto, moltissimo per come lo dici. Dagli occhi mi sembravi una babba, avete presente quando uno pensa: in tutte le classi c’è un alunno, poverino, il meno dotato di tutti? Ecco, io pensavo fossi tu. Poi ho letto il tuo tema. Brava”.

Me ne sto qui stasera, da sola, a pensare al dolore quando decise di andare in pensione un anno prima della fine del triennio, a tutto quello che mi ha dato [dall’amore per la nostra lingua, per gli anfratti dei dialetti, per i dettagli delle feste popolari di cui era un cultore, fino alle parole del suo Colapesce che è nello scaffale dei libri fondamentali, insieme a Schulz, la Morante, Caproni, la Rosselli, un libro che avevo ricordato l’anno scorso qui], a tutte le presentazioni dei suoi libri a cui puntualmente andavo perché c’era sempre da imparare, a quella volta che mi rimproverò perché non amavo abbastanza il Purgatorio.

E allora arrivederci, professor Giuseppe Cavarra. La poetessa Maria Costa ti ha salutato così: Si stutau a lanterna omo littratu. A tia un grazi smisuratu. Nessuno potrebbe fare meglio. Io proverò a farti conoscere di più anche fuori da quella Sicilia, da quella provincia messinese che tanto hai amato e a cui tantissimo hai dato.

Cominci, chi passa, a leggere qui.

sweety sunday

Ci svegliamo così noi messinesi, siciliani atipici, troppo a nord per essere considerati indigeni doc, troppo di passaggio per meritare il piacere e il tempo di una sosta (“A Messina? Ci sono stato mentre andavo a…”)

Maria Franco mi ha chiesto di raccontare la Calabria vista dalla Sicilia. Compito non facile, compito per cui ho scomodato diversi ricordi fino a scoprire che erano, sorprendentemente, ricordi d’amore.
L’articolo completo su ZoomSud, ovvero qui.

Le ultime due recensioni per SettePerUno invece qui (La kryptonite nella borsa) e qui (Big Fish).

E il video della domenica mattina. Sono abituata a legare questa canzone alla scena finale di Six Feet Under, per me la più meravigliosa scena finale della storia della televisione mondiale. Non conoscevo il video originale. È bello pure lui. Be my friend.

Messina per principianti

È da più di un anno che non torni nel posto in cui sei nata. Sedici mesi che di colpo sembrano un secolo oppure l’altro ieri, a questo pensi sulla nave traghetto che naturalmente si chiama Caronte.

Come sempre trovi almeno dieci gradi in più che nel resto del mondo. Ti spogli di maglioni e giubbotti e già che ci sei anche delle facce che non ti servono, degli affanni di cui vivi e che improvvisamente sembrano babbarie per i poveracci della terraferma.
Hai quarantott’ore. Vuoi andare a trovare i vivi e i morti. Non necessariamente in quest’ordine. Non c’è ordine in Sicilia. Solo un rito d’avvio: inzuppare la brioche nella granita.

La tua carrozza a forma di zucca è la macchina di R, donna eccezionale e per giunta tua parente. È lei ad accompagnarti. Non si può avere un’idea di ciò che riuscirai a digerire. A qualsiasi ora del giorno, in ogni casa a cui busserai, qualcuno aprirà il frigo e attenterà al tuo indice glicemico

poi ti ficcherà in borsa conserve di ogni sorta facendo aumentare esponenzialmente il peso specifico della valigia del ritorno.

Non potrai sottrarti a tavole imbandite apposta per te, che si tratti di un nocciolino (caffè e gelato alla gianduia)

o di una focacciata con birra del sole e patruni e sutta

(e intanto da un capo all’altro della costa, dallo Ionio al Tirreno, dal trisavolo garibaldino a G, con in mano garofani rossi e brassiche viola, e tu e R non ve lo dite ma i crisantemi vi fanno orrore e non li comprate mai);

e appena puoi ti fermi in angoli d’incanto, come dal signor Orlando, non calzolaio ma artista della scarpa con la sua vetrina di tacchi e cedri


o a guardare il sole che batte sui visi e gli intarsi del palazzo Coppedè

sempre facendo slalom tra certe vetrine del centro.

Molte panze dopo, molti sorrisi dopo, molte lacrime e abbracci dopo, molte mani strette dopo, molta vita dopo, potrebbero sembrare quarantott’ore ma sono un universo intero, tra incontri casuali e incontri desiderati, meraviglie stupori nostalgie redivive paragoni sorprese e radici, all’improvviso si è fatta l’ora e di nuovo te ne vai.
E su quella specie di scassone che chiamano alta velocità ma non è altro che un carretto sul quale qualcuno ha dipinto a mano una freccia rossa, finisci il tuo libro di Umberto Eco e giusto un attimo prima di Roma torni indietro a rileggere la tua sottolineatura preferita:

“…siciliani, mulatti essi stessi non per errore di una madre baldracca ma per storia di generazioni, nati da incroci di levantini malfidi, arabi sudaticci e ostrogoti degenerati, che hanno preso il peggio da ciascuno dei loro antenati, dei saraceni l’indolenza, degli svevi la ferocia, dei greci l’inconcludenza e il gusto di perdersi in chiacchiere sino a spaccare un capello in quattro”.

(Il cimitero di Praga, Bompiani, p. 17)