come una libreria (ricordandosi di spolverare il Kindle)

Un po’ di tempo fa, quando Babbo Natale mi portò il Kindle, avevo scritto un post che augurava a chi passava di qua di potersi sentire “come un Kindle in una libreria”, insomma estraneo e organico, vecchio e nuovo, a disagio ma pertinente, quelle robe lì.
Da allora il mio affarino elettronico mi ha permesso di leggere alcuni libri in anteprima, alcune edizioni altrimenti introvabili, altre edizioni in lingua originale di cui volevo vedere solo qualche pezzo, eccetera. Eppure quell’augurio oggi non lo rifarei: il mio Kindle, coi suoi venti libri scarsi, nella mia libreria romana si sente piuttosto solo. Dal giorno in cui Babbo Natale mi portò il Kindle avrò speso in tutto quaranta euro di e-book (di cui la metà ricomprati in cartaceo) e *nonvogliopensarequantoperchétuttiqueisoldineancheceliho* di rettangoli di carta. Dal giorno in cui babbo Natale mi ha portato il Kindle, “perché così recuperiamo un po’ di spazio”, ho comprato nove colonne nuove di Billy Ikea e per far loro posto ho dovuto sacrificare un divano e un puff (che considerata la sociopatia che mi affligge è anche una benedizione, non ho posto per gli ospiti).
Fino a ieri mi vergognavo moltissimo. Ma come, perché proprio io? Sarò diventata una di quelle che lodoredellacarta virgola signora mia? Jonathan Franzen si sarà impadronito di me? E allora perché non scrivo anche da dio? Il prossimo passo sarà staccare l’internet e allevare piccioni viaggiatori? Per il mio nuovo libro esigerò la clausola “solo sulle migliori tavolette d’argilla”? Perché continuo a passare furtive ore in libreria nascondendo i pacchetti dietro la schiena appena incontro gli amici con l’Aipàd?
Per fortuna poi ieri mi sono sentita meno sola. Ho letto questo pezzo di Annalena Benini ed è stato, finalmente, un liberatutti.