Libri in testa 2014/2015 (e scusate se è poco)

Allora, spalancate le agende perché la stagione dei Libri in testa è strepitosa, faremo cinque faccia a faccia: con Argo il cieco di Gesualdo Bufalino (giovedì 9 ottobre 2014), con Dedalus. Ritratto dell’artista da giovane di James Joyce (giovedì 13 novembre 2014), con Don Chisciotte di Miguel de Cervantes (giovedì 15 gennaio 2015), con La scoperta dell’alfabeto di Luigi Malerba (giovedì 5 marzo 2015), con Emma di Jane Austen (giovedì 21 maggio 2015). Tutti gli incontri saranno a Roma, alle 19.15 alla libreria Altroquando di via del Governo Vecchio.
Segnati?
Bene, partiamo dalla prima serata, che oltre a essere questo giovedì è anche quella proposta da me (maddài, giura, ma che daveeero).
Porterò un reperto bufaliniano doc, di più non posso dire.
Vi aspettiamo.

Che straordinari incipit ha Argo il cieco ovvero I sogni della memoria, e lo scrivo al plurale apposta, perché di incipit ce ne sono due: quello del capitolo zero, altrimenti dettoLocandina delle intenzioni («Perduta per timidezza l’occasione di morire, uno scrittore infelice decide di curarsi scrivendo un libro felice») e quello del primo capitolo («Fui giovane e felice un’estate, nel cinquantuno. Né prima né dopo: quell’estate»). Sferzanti, sintetici e soprattutto doppi, così da regalarci due volte la sorpresa della perfezione. Considerato un Bufalino minore rispetto a quello delle Menzogne della notte o di Diceria dell’untore, questo romanzo è a dir poco imperdibile. Per via della lingua – sfavillante e lussuosa mentre rimane incollata all’autobiografia; per via della trama – romanzo d’amore e di formazione tardiva; per via di un riuscitissimo metatesto – romanzo sul romanzo, storia di uno scrittore vecchio che racconta uno scrittore giovane, e sono sempre la stessa persona. Rievocando un’estate magica trascorsa (relativamente) lontano dalla nativa Comiso, Gesualdo Bufalino si prende ogni libertà. Libero soprattutto dalla storia con la S maiuscola dentro cui si muove (per altro a suo agio) nei libri più conosciuti, può in queste pagine concedersi uno sguardo tutto puntato sul proprio sé, con scherzoso disincanto e apparente distacco.
Che scrittore, questo Don Gesualdo che esordì nella letteratura tardivamente e controvoglia, scovato da Elvira Sellerio e Leonardo Sciascia grazie alle didascalie di un libro di foto. Argo il cieco è un’occasione di partenza per chi non lo conosce e un deviare dalle solite letture per chi ha già avuto la fortuna di incontrarlo.

Nadia Terranova

locandina bufalino ILIT

“equivoco, come tutti i pentiti; e anche stavolta probabilmente bugiardo”

Uno scrittore di complemento, insomma; intempestivo; più privato che pubblico. Che scrive per persuadersi alla vita; per medicarsi, fosse pure con un placebo; per introdurre una surrettizia passione in quel “delitto senza passione” (i films degli anni Trenta gli stanno sempre nell’anima) che è la sua e la vita di tutti. Che ha esordito tardissimo e fra mille ritrosie e, pur essendo trascorso ormai dall’omertà alla logorrea, conserva sempre una diffidenza, quasi un’inimicizia, nei confronti del lettore. Forse per il rimorso di sentirsi tutt’altro che un portavoce di lui, ma un testimonio solamente di sé. Equivoco, come tutti i pentiti; e anche stavolta probabilmente bugiardo.

Gesualdo Bufalino, Saldi d’autunno, Bompiani

gesualdo bufalino

… vogliate scusarlo, lo scrittore è momentaneamente impegnato. A scrivere sogni.

In questa puntata di Scrittori in Sicilia (cose bellissime sono state messe on line qui, dove sono accampata da molte ore), Bufalino su molte cose: sul senso della morte laddove c’è la luce («è facile morire al Nord, sembra quasi naturale, è più difficile morire nel Mediterraneo»), sulla definizione di fiaba («un misto di spavento e incantesimo») e sull’eterno tema dello scrittore impegnato, dove dice quello che si deve dire, prima e meglio di me e di altri.

Il tema dell’impegno dello scrittore è un tema oggi molto dibattuto. Come intende lei il suo impegno di scrittore?

Vecchia questione. Tutto sta a vedere quali debbano essere i compiti reali dello scrittore. Ora, io non ho nulla contro gli scrittori che si fanno portavoce della coscienza collettiva, che insegnano giustizia e verità ai propri lettori, che donano o spacciano speranze. Nessuna obiezione, ripeto. Però sono convinto che si possa ottenere lo stesso scopo anche scrivendo di sogni, scrivendo di musiche e di favole. Poniamo, un verso come quello di Leopardi, “dolce e chiara è la notte e senza vento”, io ritengo che contenga più verità e giustizia di tante fastidiose pedagogie.
D’altra parte io voglio ribadire una cosa: che anche l’arte più apparentemente disimpegnata può essere più socialmente attiva e provvidenziale di altri testi che si prefiggono in modo preciso e pedagogico questa funzione.
Il dolore dei poeti non è mai inutile.

“C’era fra noi, come dire? Una distanza che non si poteva navigare”

Un mese fa, 21 gennaio 2012, moriva Vincenzo Consolo. Era il mio scrittore italiano vivente preferito. Ogni anno speravo che vincesse il Nobel (l’anno scorso lo avevo chiesto proprio qui, purtroppo io in Svezia “non conto quacchecosa”). Consolo è uno scrittore immenso. La lingua, le storie, l’immaginario. Consolo Bufalino Sciascia: i miei tre santi protettori.


Non so quale delle sue opere sia più mia, per me è un autore-universo, non saprei da dove cominciare. So che quando ho nostalgia della mia città, io emigrante come lui, leggo certe sue pagine. Messina, città assurda dal mare azzurrissimo e le brutte case, città di passaggio e di conquista, città addormentata, città babba, città terremotata, città indelebile, città della liscìa e della granita, città della distanza tra l’isola e la terraferma.

“Le feci conoscere Messina, il porto, con tutta la confusione dei bastimenti fermi, delle navi in movimento, dei ferribotti, la Madonna lì alla punta della falce, alta sopra la colonna, sopra il forte del Salvatore; il Duomo, dove restò incantata, a mezzogiorno, per il campanile e l’orologio, ch’è una delle meraviglie di questo nostro mondo: suonano le campane, canta il Gallo, rugge il Leone, la Colomba vola, passa il Giovane, il Vecchio, passa la Morte con la falce; sorge la chiesa di Montalto, passa l’Angelo, San Paolo, torna l’Ambasceria da Gerusalemme, la Madonna benedice… Me la portai per i viali, a Cristo Re, su fino a Camaro, a Ritiro, ai colli di San Rizzo. Ma lei, lei, sempre pronta, sottomessa, era però come restasse sempre straniata, come legata con la mente alla terra di là, oltre lo Stretto. E più mi dava figli (tre volte partorì in cinque anni) più sembrava crescere in lei il silenzio e lo scontento. C’era fra noi, che dire? come una distanza, uno stretto, una Scilla e Cariddi fra cui non si poteva navigare”.

Vincenzo Consolo, Scilla e Cariddi