“tante sono, suppergiù, le ragioni dello scrivere. Una di più – ma forse una di meno (non ho contato bene) delle ragioni per tacere”

Esordire dicendo che vorrei parlare di una domanda stupida mi provocherebbe l’immediata antipatia di venticinque lettori pronti a obiettare che non esistono domande stupide, quindi parliamo di una domanda che, seppure intelligentissima, genera quasi solo risposte stupide: “Cosa significa per te scrivere?”.
Scrivere significa scrivere. Non molto altro, e niente di molto diverso da quello che accade con qualunque altro lavoro. Se sei un medico, di diverso in maniera rilevante succede che mediamente guadagni di più e che quando dici che lavoro fai nessuno ti fa un’altra domanda («Ah, bello. No, ma intendevo di mestiere?») o ti dice che pure lui una volta ha scritto un libro tanto tempo fa (sogno un mondo in cui: «Maddai, il chirurgo? Una volta anch’io ho operato mia zia!»).
Tapparsi dentro casa, rinunciare un po’ a tutto, darsi una scadenza, vederla saltare, darsene un’altra, darsi la scadenza dell’editore, veder saltare quella dell’editore, ridarsene un’altra, tornare sui propri passi, ossessionare quelle due o tre persone che ti vogliono un po’ di bene («hai letto? ti è piaciuto? mando? scusa se ti disturbo, hai cinque minuti? hai letto?») finché non te ne vogliono più neanche loro, litigare con moglie/marito perché osa esistere mentre tu sei sotto pressione, combattere con quelle creature inenarrabili che sono i tuoi datori di lavoro, cioè gli editori – su cui andrebbero aperti molti capitoli a parte: più o meno, va così, come per tutti i bulimici di tutti i lavori del mondo. Molto prima del dolore di ravanare dentro di sé (che poi, se uno vuole fare questo mestiere, che altro si aspettava? Pettina’ le bambole?), c’è il dolore della scoliosi da computer e sedia sbagliata. Prima dello sguardo sul mondo (non scherziamo troppo, però: quello sguardo è merce rara e va tenuto stretto), c’è lo sguardo lesso, miope e astigmatico davanti al monitor, con riserva di collirio alla bisogna.
Quindi, perché uno scrive? In una delle migliori ipotesi perché sa fare solo quello, di solito l’ha capito quasi subito in un’età in cui sono ancora permesse risposte sognanti, convintissime, auliche, ridicole come “per raccontare il dolore del mondo” o fintamente noncuranti come “per rimorchiare le ragazze”.
Quando poi diventi grande e lo fai di mestiere di risposte te ne restano al massimo un paio, e comunque le hanno già dette prima e meglio. Io di solito uso I hate writing, I love having written della sempresialodata Dorothy Parker. E se proprio dobbiamo andare più a fondo, c’è Mavis Gallant: Non so ancora cosa spinga un individuo sano di mente ad abbandonare la terraferma e passare tutta una vita a descrivere persone che non esistono. Se non lo sa lei a cosa servono tutti ‘sti personaggi inventati, figuriamoci io. Però so una cosa: la maggior parte di loro è più simpatica di quelli che rispondono serissimi alle domande stupide.