premio Laura Orvieto 2011-2013

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Premio di Letteratura per Ragazzi ‘Laura Orvieto’ edizione 2011 – 2013

assegnato ai volumi:
Paolo Nori, Tredici favole belle e una brutta, Illustrazioni di Yocci, RIZZOLI
Nadia Terranova / Ofra Amit, Bruno il bambino che imparò a volare, ORECCHIO ACERBO

Mercoledì 20 novembre 2013, ore 10, Firenze, Palazzo Strozzi, Sala Ferri

Saluto della Direttrice del Gabinetto Vieusseux Gloria Manghetti e della Presidente della Giuria del Premio Carla Poesio

Letture dai libri premiati con videoproiezioni e musiche alla chitarra di Letizia Fuochi

Intermezzi musicali eseguiti dagli allievi della Scuola di Musica di Fiesole
M.A. Charpentier, Preludio dal Te Deum
Johann Strauss jr, Russischer Marsch
Henry VII (attr.) Greenseleves
Anonimo inglese del XVI° sec., Watkins’ Ale
Canone congolese

Allegra Britton (violoncello), Vittorio Lorenzini (violoncello), Edoardo Pianini (violoncello)
Valeria Brunelli (direttore)


Della felicità di essere finalista a questo premio avevo già scritto.
Scorrendo questa pagina potete scaricare l’invito, il comunicato stampa e le motivazioni del premio.

“Mamma, c’è sempre qualcuno che è contento”

Una cosa che mi piace trovare a Roma sono le pietre d’inciampo (Stolpersteine), perché a un certo punto inciampi in un ricordo e non importa che giorno è, ti fermi e leggi i nomi di persone che hanno abitato in quella casa da cui se ne sono andate non per loro volontà, intuisci dai cognomi e dalle età i gradi di parentela, dalla data e dal luogo di morte se in quel campo di concentramento sono morte insieme oppure no. Ci pensavo oggi, che è il giorno in cui si pensa al 16 ottobre 1943, che le Stolpersteine rispondono un po’ a questa esigenza di scivolare via dalle commemorazioni, dai musei, dai luoghi preposti al ricordo (non ho nulla contro queste tre cose, anzi – è solo che da sole rischiano di svuotarsi). Le Stolpersteine sono a sorpresa sotto i nostri occhi, pronte a farci inciampare come un sampietrino qualunque, senza essere un sampietrino qualunque. (Qui uno scatto che lo dice bene). Ho pensato che a me è così che piace ricordare le cose, mi sembra che solo così abbiano un senso contemporaneo.

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C’è un gran chiasso in questi giorni sul funerale di Priebke. Qualche giorno fa leggevo un’intervista (tanto dolorosa che vorrei sapere come si fa a togliersela dalla testa) alla mamma di Andrea Pazienza. “Mamma, c’è sempre qualcuno che è contento”, dice Andrea a 12 anni alla mamma che gli chiede come mai, disegnando il suo funerale, ha messo qualcuno che ride. Ho pensato che nel mio mondo ideale al funerale di Priebke non c’è nessuno. Non c’è bisogno di sputi, di vandalismo, di chiasso, non c’è proprio bisogno di niente, perché semplicemente a quel funerale nessuno sente il bisogno di andarci. E se proprio c’è qualcuno che non può trattenersi, è come nel disegno del piccolo Paz.

il team autunno e quelle prime domeniche di pioggia

Avantieri sono stata alla Galleria di arte moderna di Roma, dietro piazza Barberini, a far visita a sei scrittori: D’Annunzio, Marinetti, Bontempelli, Ungaretti, Pirandello, Moravia. La mostra si chiama Legami e corrispondenze. Immagini e parole attraverso il novecento romano – un titolo che non vi farebbe capire niente, però la descrizione c’è ed è abbastanza dettagliata: qui. Fatevi questo regalo, non lo dite a nessuno e rifugiatevici per un’ora o quanto volete, è stata prorogata fino al 12 gennaio 2014. La mia stanza preferita: la biblioteca dove sfogliare le edizioni in commercio di tutti e sei gli autori. Il mio quadro preferito: sono indecisa tra un Sironi e un Donghi. Le mie didascalie preferite: quelle di Massimo Bontempelli, che in una frase riesce a riassumere un secolo intero. Il mio rimbrotto: che nella galleria non ci sia una caffetteria – peccato, la vista sui tetti, la domenica grigia intorno e una piccola ricorrenza personale avrebbero meritato anche quella sosta.

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tre dita, dodici secondi, un designer renitente

Dice Bill Gates, quindi, che Ctrl+Alt+Del è stato un errore. Dice che quando tutto si impalla è terribilmente faticoso che per uscire e riavviare servano tre dita, è inutilmente fastidioso che per resettare ci si debba ricordare l’abracadabra. Che ne basterebbe uno solo, sia di tasto che di dito. Che se una cosa è finita è finita e il resto è noia, cioè perdita di tempo.
Eppure dice che in giro ci sono dei groupie della contorsione carpale, gente che si fa autografare le tastiere da David Bradley (il designer che non ha dato a Gates il tasto unico). Senza arrivare al groupismo, dice che c’è gente che se per caso arriva qualcuno a dire “adesso vediamo chi è il primo gonzo che ha pensato alla metafora” quella gente là si vergogna tantissimo di essere la gente gonza, si vergogna tanto che nemmeno lo dice (magari lo scrive su un blog). Sarà, credo, gente affezionata a quei dodici secondi e tre dita attorcigliate in cui ti vedi scorrere tutto il computer davanti – com’era quella cosa del film, quando muori? – che forse non è la metafora di niente, forse è solo una piccola morte, di quelle cui ti sembra di aver bisogno per riflettere su qualcosa, ma tre tasti passano veloci (certo non come un tasto solo, ma veloci abbastanza da esserti fatto la domanda e non esserti dato la risposta) e di quella piccola morte ti dimentichi subito. Almeno fino all’impallo successivo.

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avevo nove anni, non sono morta e ci sono le prove

Da oggi è on line una nuova rivista che non assomiglia a nessun’altra. Non potrebbe, perché la sua ideatrice e direttrice, Violetta Bellocchio, non assomiglia a nessun’altra persona al mondo. (Non la conoscete? Buhhh. E il suo primo libro non l’avete letto? Buhhh. Rimediate, è questo, rimediate in fretta ché presto ne esce un altro).

Siccome Violetta Bellocchio è “fiction author, non-fiction enthusiast”, questa è una rivista entusiasta di non-fiction che si intitola “Abbiamo le prove” e si sottotitola “Solo storie vere, una donna alla volta”, e se poi volete capire bene-bene di che si tratta vi consiglio di leggere il suo editoriale, che si intitola “Se sei abbastanza grande da prendere botte sei abbastanza grande per fondare una rivista on line”. E poi questa rivista potete seguirla (c’è anche sul tuitter!) e abbonarvi (è gratis!). Che altro? Ah, oggi si comincia. Con una storia vera, appunto. La mia.

ricevo, partecipo, parzialmente correggo e diffondo

Leggo qui:

Giusi Nicolini è la sindaca di Lampedusa e ha lanciato un appello che vogliamo raccogliere:

“Lampedusa non ha né una biblioteca né un negozio dove poter acquistare libri.
Voi ci vivreste mai in una città dove non è possibile comprare dei libri? Io non credo!
Quindi se in giro per casa avete libri (di qualsiasi genere!) che non leggete/avete già letto e di cui volete sbarazzarvi, aderite all’iniziativa: è semplicissimo!
Recuperate i vostri libri e spediteli al seguente indirizzo:
GIUSI NICOLINI
SINDACO Donazione dei libri per la prossima apertura della Biblioteca Ibby di Lampedusa VIA CAMERONI, 92010 LAMPEDUSA (AG)

Partecipo e diffondo e vi invito a partecipare e diffondere, preciso solo: sì, ma mandate libri belli, libri che vi sono piaciuti, libri che secondo voi vale la pena. Mandate pure un libro vostro, ma non perché la mamma vi ha detto che è bello, mandate un libro vostro perché qualcosa vi dice che un pochettino merita davvero (lo so, è difficile, ma su che ce la fate). Oppure mandate libri che non volete perché magari non sono proprio il vostro genere, ma solo se immaginate siano il genere di qualcun altro, non libri che se piacessero a qualcuno voi quel qualcuno non vorreste conoscerlo. Quelli sono i libri brutti (per voi, certo, ma fidatevi di voi), farli circolare non è una forma di generosità, usateli per quella gamba del tavolino zoppo in attesa di trovare una stampella migliore (neanche quel povero tavolino merita una cosa brutta come un libro brutto, pensateci bene). Insomma, mandate libri a Lampedusa. Ma mandate libri belli, gli unici di cui ci sia bisogno.

lampedusa

“e i pazzi siete voi”

Fa uno strano effetto essere sulla bocca di tutti, anche dell’ottimo Michele Serra, non più per quei quattro motivi per cui di solito ciò accade. Parlo per la mia Messina, di cui la stampa si occupa per i soliti motivi: la mafia babba, qualche regolamento di conti universitario, la vivibilità (si è sempre giocata il posto di ultima città d’Italia), il Ponte e il NoalPonte, pronunciato così, tutto attaccato.
Fa effetto essere sulla bocca di tutti perché il 24 giugno 2013 è diventato sindaco l’uomo che undici anni prima, il 24 giugno 2002,  si era arrampicato sul Pilone. Simboli della città, sia quell’uomo che il Pilone: il primo in quanto rompiballe certificato, in prima fila da sempre su ogni battaglia concreta, dalla legalità all’ambiente, non in quel modo vacuo e trito a cui la retorica dell’antimafia ci ha abituati bensì con la propria voce, la propria faccia e l’ostinata presenza sostenuta da un amore furioso per una città continuamente offesa dai suoi stessi abitanti; il secondo in quanto epicentro di uno dei luoghi di mare più amati della città, quel punto miracoloso dove si baciano lo Ionio e il Tirreno, dove le navi traghetto passano e la Calabria è così vicina che ti sembra di poterla raggiungere con poche bracciate (e qualcuno ogni tanto lo fa).

u Piluni
u Piluni

Ho saputo che Renato Accorinti sarebbe diventato sindaco il giorno in cui, trovandomi a Messina per caso (non abito e non voto più lì, pur scappandoci quando posso), ero andata al Salone delle Bandiere, in Municipio, il giorno della sua candidatura ufficiale. Mi ha fatto subito un effetto straniante vederlo lì, uguale a ogni volta che l’avevo visto nelle situazioni più diverse, con la voce ferma e la sicurezza limpida di chi è nel giusto. Così come era stato mal sopportato prima, spesso allontanato dai luoghi ufficiali con la spocchia che di solito usano gli impettiti su coloro che ritengono freak, era mal sopportato anche allora e qualcuno lo ascoltava con il sopracciglietto alzato (“parla, parla, ché tanto aunni vai“). Pensavano che era impossibile, quindi non l’hanno fatto. Ma il pensiero laterale (altro che inconscio, ma quale inconscio) è più coraggioso di quell’altro, a volte.

non lo sapevano
non lo sapevano


Da uno che si arrampica sul Pilone ci si doveva aspettare il bum, mi spiace per loro che non l’hanno visto subito, in un ballottaggio già anomalo per Messina – un piddino contro un anarchico, una roba che se da bambina me l’avessero raccontata come fiaba per la buonanotte sarei rimasta sveglia per l’eccitazione fantasiosa dell’inverosimiglianza, che assurda fiaba per una città che è sempre stata sul cuor del fascismo, trafitta dal pentapartito negli Ottanta e folgorata da una 
FozzItalia che in Sicilia marciava al ritmo di 61 seggi a 0, una FozzItalia scritta e pensata così, tutto attaccato.

Messina uno slancio l’ha avuto alla fine degli anni Settanta, con un curioso movimento di energie, la nascita di una libreria storica, un nucleo di ragazzi del Settantasette che fecero delle scelte particolari con una convinzione precisa. Allora, tra gli appartenenti ai diversi movimenti e partiti, nella minuscola eppur frammentatissima sinistra extraparlamentare cittadina, Renato Accorinti era già Renato Accorinti. Pacifista, non violento, caratterizzato da una spiritualità su cui ora si gioca tanto a mettere l’accento. A me fa sorridere questa contrapposizione tra il sognatore e i concreti, tra il pazzo e i savi. Perché l’atmosfera generale di malcontento in quella sinistra che ha sostenuto l’altro candidato trapela nei “vabbè, sì, ora vediamo che sa fare”, perché loro sì che sono i savi, mentre Renato è quello strano, quello che “eh, ma la politica è un’altra cosa”.

Io credo che sia esattamente l’opposto. Non solo perché a noi siciliani Pirandello ha già insegnato chi sono i savi e chi sono i pazzi, tra i doppiopetto e i rompiballe. Nemmeno per la fricchettoneria del piede nudo (lo scrive una che non si toglie le scarpe neanche a ferragosto, che non metterebbe le infradito in città per tutto l’oro del mondo), ma perché Renato Accorinti è certamente questo ma non è solo questo, anche se piace descriverlo come un freak, perché fa scena e va bene così. Anche se basterebbe anche a chi non è di Messina dare un’occhiata a Wikipedia per avere almeno un elenco delle sue lotte, dalla fiera campionaria ai traghetti, dai parchi agli approdi, per capire che è parecchio sciocca quella contrapposizione fra una presunta macchina efficiente della rialpolitìk (pensata e pronunciata così, tutta attaccata) e i sogni di un presunto idealista. Perché, banalmente, quella macchina presunta efficientissima che per quarant’anni ha tenuto Accorinti ai margini con l’aria accondiscendente del papà con il figlio piccolo non è stata tanto efficiente, dato che la città ha la mannaia del default tra capo e collo, il sistema dei trasporti collassato e un’urbanistica allo sbando. Quella macchina era efficientissima, sì, ma ad autoalimentarsi, scordandosi, a poco poco, di alimentare anche i cittadini. E, sorpresa, il figlio scemo che puntava il dito non è mai stato né scemo né folle.

Ha vinto un uomo nato nel 1954 contro uno nato nel 1972. Tutti i ventenni di sinistra di mia conoscenza hanno votato il primo, senza ombra di dubbio e apostrofando lo sfidante con quelle parole un po’ cattive che riservano i giovani veri a chi, giovanile e non giovane, si ritrova arruolato nel triste ruolo di giovane che i partiti affibbiano a chi, di solito, vogliono bruciare. Lo sfidante di Accorinti ha la faccia pulita ma la mia generazione, scialba e piatta, pur nelle sue manifestazioni di onestà, ha perso di nuovo. Ha vinto, a Messina, quella generazione che nel 1977 aveva portato un’istanza diversa. Ha vinto più di trent’anni dopo (e quindi storicamente non ha vinto, ma lasciateci godere la soddisfazione, sì, anche a me che di quella generazione sono figlia e con la mia non sempre ho molto a che spartire), dopo che quelli che li avevano trattati come dei freak proclamandosi, loro sì, gli affidabili, sono morti di elefantiasi, senza aver cambiato una virgola ma al massimo muovendo qualche pedina provvisoriamente buona all’interno di una logica decrepita, spazzata via da internet, dai voti dei rioni popolari, dal ribaltamento della prospettiva, dalla stanchezza che loro stessi portavano. Una logica che qualche giorno fa io e due settantasettine di mia conoscenza, in una macchina tappezzata di adesivi per la campagna elettorale Renatosindaco, scritto e pensato così, tutto attaccato, a Messina, mentre abbassavamo il finestrino lasciando entrare l’aria fresca, l’aria di mare, riassumevamo così: prima prendevano i pacchi di pasta e li votavano, ormai prendono i pacchi di pasta e manco li votano più, tanto sanno che non hanno fatto niente. Hanno votato Renato, perché sanno che farà qualcosa. Renato, il concreto. Pensateci, prima di dire freak.