Come vedere senza immagini

Scrive: “Quanto manca?” Lui mi guardava dallo specchietto e diceva “Dormi un po’ e quando ti svegli siamo arrivati” e spiega: Fotografia di quanto manca.
Oppure: Lucio Dalla a tutto volume come se lui potesse avere cura di me, e fra parentesi quadre: Fotografia di interni e mattini che conoscono la malinconia.
Oppure ancora: I fiori viola sul tavolo, un milione di parole e la menta, e, come scritto a penna sul bordo bianco di una polaroid: Fotografia di un pomeriggio a Parigi, poco importa dove fossimo davvero.
Non importa dov’erano né dove siete voi che leggete, perché le immagini ci sono per davvero nei 140 caratteri di questa ragazza che si firma @senzaimmagini (la trovate qui) e, a parte l’avatar con l’orlo di una gonna a righe e le converse, non ha mai postato una foto vera, solo il contenuto e la didascalia.
Nell’editoria illustrata esistono sempre più racconti di immagini senza parole. Questo che si può seguire su twitter è invece un racconto di parole-immagini senza immagini, con qualche meme sotterraneo a fare da filo rosso (il padre che manca, le vicende del portaspazzolino a forma di giraffa). Confesso: se sono di cattivo umore passo dieci minuti sul suo profilo, fare – e vedere – foto senza foto è una delle cose impossibili a cui si può credere prima di colazione, poi la giornata va meglio.
SenzaImmagini

Charlie Hebdo

Fréderic Boisseau – portiere;
Jean Cabut (Cabu) – disegnatore;
Georges Wolinski – disegnatore;
Stéphane Charbonnier (Charb) – disegnatore, direttore;
Franck Brinsolaro – poliziotto;
Bernard Verlhac (Tignous) – disegnatore;
Michel Renaud – fondatore del festival Rendez-vous du carnet de voyage;
Ahmed Merabet – poliziotto;
Philippe Honoré – disegnatore;
Mustapha Ourrad – correttore di bozze;
Elsa Cayat – psicologa e giornalista;
Bernard Maris – economista.

Yoav Hattab;
Yohan Cohen;
Françoise Michel Saada;
Philippe Braham.*

*Aggiornamento (grazie a Chiara Degli Esposti per avermelo fatto notare): Clarissa Jean-Philippe, agente municipale in prova, emigrata a Parigi dalla Martinica dove lascia madre e fratello.

In Mattino bruno, brevissimo racconto pubblicato in Italia nei sassi Nottetempo (correva l’anno 2003), Franck Pavloff racconta una favola. Il protagonista e il suo amico Charlie (a volte, le coincidenze) parlano della nuova bislacca legge che impone di aggiungere l’aggettivo “bruno” a ogni sostantivo, e discutono preoccupati: il mio gatto sarà abbastanza bruno? E il mio cane? In fondo, cosa vuoi che sia, è solo una parola. Via, non sottilizziamo, dici “bruno”, non farli arrabbiare, non scherzare col fuoco. E così fanno, i due. («Va tutto in fretta, c’è il lavoro, ci sono le preoccupazioni di tutti i giorni. Anche gli altri lasciano perdere per stare un po’ tranquilli, no?»). Inutile provocare, compriamo un bell’animale domestico bruno.
Non basta, naturalmente. (Non basta mai). Inutile che vi dica come va a finire.

Come me avrete trovato e troverete, altrove, opinioni interessanti e bene articolate, oppure poco interessanti e rozze, commenti offensivi o commoventi, inutili e disperati. Avrete già fatto la vostra scelta fra gli inviti al silenzio e la lotta a chi è più Charlie fra tutti quelli che sono Charlie, avrete detto la vostra sui limiti della satira e le regole del buon gusto (con i maglioncini bridgetjoneschi che mi ritrovo, se il punto della discussione diventa quello sono spacciata). Tra i vostri contatti qualcuno avrà la ricetta giusta per combattere il terrorismo che per qualcun altro sarà la più sbagliata; avrete come me partecipato a una discussione, su una bacheca o davanti a un bicchiere di vino, sul fallimento dei servizi segreti, sulla retorica della marcia parigina, sull’esistenza o meno dell’Europa unita e dell’Islam moderato, su chi sia titolato o meno a parlare in televisione, sull’inadeguatezza dei nostri fumettisti e della nostra sinistra; avrete domandato al vostro interlocutore e vi sarete sentiti domandare “e tu le avresti pubblicate, quelle vignette?”; sarete entrati in crisi qualche volta oppure mai, vi sarete vergognati di un’opinione che vi aveva sfiorato oppure l’avrete affermata con orgoglio tramite trenta commenti e
ottantaquattro like.

Non ho niente da aggiungere. Volevo solo che qui ci fosse traccia dei nomi che mi interessano, delle storie che sono andata a leggere e delle facce che torno a guardare. Quei nomi, e un consiglio di lettura.

thank you

il poetario dell’avvento 2014

L’anno scorso fu il librario, con citazione e copertina di un libro al giorno, poche ma inderogabili regole: dovevano essere usciti nel 2013 e non dovevo averne mai scritto, né qui né altrove (lo raccontavo in questo video a Rai Letteratura).
E quest’anno?, mi hanno chiesto, dai che dobbiamo fare i regali di Natale. I miei quattro amici sono così, molto pragmatici.
Molto bene, ho pensato, quest’anno si regala la poesia (senza altre regole).
E poi ho appena cambiato telefono e devo omaggiare i quattro amici che mi prendono in giro da mesi fino allo sfinimento, devo dimostrar loro che sfoca benissimo anche quello.
E poi c’è questo fatto di Tumblr che è una piattaforma che mi piace, e mi piace tornare a trovarla una volta l’anno.
E poi c’è questa cosa che dicembre lo adoro e a dicembre mi annoio, dicembre non mi passa mai e quest’anno più del solito, perciò fotografare poesie mi pare un buon modo di giocare a carte con l’ansia.
E allora da ieri al ventiquattro sono qua:
http://poetariodellavvento.tumblr.com/

P.S.
A complemento di post, la foto di Cesare Pavese e Constance Dowling, i cui visi intravedete nella testata del tumblr, ecco: quella foto lì però per intero (che poi forse è la mia foto preferita dell’universo).
pavesedowling

ho imparato a non rubare ascoltando Mozart

Negli ultimi giorni è comparso questo tumblr, lo stroncatore. Riprende un vecchio gioco che mi ha spesso divertita: cercare le stroncature dei lettori ai capolavori della letteratura. In un mare di “noioso” e “sopravvalutato”, mi colpisce un indignato: Lolita è nient’altro che pedofilia, andrebbe proibito, si deve invocare la censura, altroché. Nulla di nuovo, è il classico giudizio su quel povero romanzo (certo, fa ridere più del solito ai tempi di Cinquanta sfumature – che il tizio in questione ha letto, anzi ha letto prima di Lolita e, lascia intendere, con ben altra soddisfazione).
Lo stesso giorno, su una libreria on line, mi imbatto in un giudizio sul Mestiere di vivere: la commentatrice lo definisce “diseducativo”, è stizzita nei confronti della palesata propensione al suicidio e deduce che il povero Pavese, dati gli evidenti problemi, non poteva certo finire in altro modo. Se l’è cercata, insomma.

Una prima considerazione riguarda la libertà di espressione: in suo nome sono state fatte tante battaglie, sarebbe ora di farne qualcuna sull’interessabilità dell’espressione. Ma non è di questo che voglio parlare.

Io non so più come dirlo: la letteratura non ha in nessuna maniera il compito di renderci migliori, ha il solo dovere di essere inservibile. Deve raccontare il mondo, sorprenderlo, prevederlo, non scegliere cosa è giusto o sbagliato (non in assoluto, intendo: non fuori dalle regole che il suo autore ha deciso). Non ha il dovere di farci essere più buoni, più comunisti, più femministi. Più non vorrà farlo, più c’è speranza che migliori il mondo. Più non le chiediamo di migliorarci, più c’è speranza che ciò accada. Quando sento puzza di un romanzo educativo contro la mafia, contro il femminicidio, contro la spazzatura a Napoli, contro il bullismo, lo scaglio via con forza e con ancora più forza l’avrei scagliato via a sedici anni, quando alla letteratura tutto chiedevo tranne che farmi da replicante del libro di educazione civica. Ho capito che la lettura faceva per me quando ho scoperto che in un romanzo potevo stare da sola con la sgradevolezza, senza giustificarmi, e soprattutto senza far male né a me stessa né agli altri. La letteratura è fisicamente innocua, perciò è moralmente rivoluzionaria.
“Ho imparato a non rubare ascoltando Mozart”, ha scritto una volta Bufalino, e mi pare non si possa dir meglio. Con buona pace degli stroncatori dell’internet: leggete Nabokov, forse prenderete contatto con le parti peggiori di voi, le conoscerete meglio e le probabilità che le traduciate in azioni illegali si abbasseranno. Forse, certo. Perché resta il fatto che la letteratura non ha il compito di non mandarvi in galera. Ne ha altri: sbalordire, avvincere, meravigliare. Delitto e castigo funziona perché hai più voglia di stare a casa a leggere cosa ti succederebbe se andassi in giro a uccidere vecchiette che di andare ad ammazzarne una. Più la letteratura sarà inutile e incresciosa, più c’è la possibilità che cambi le cose. Più racconterà un microcosmo (ragazzo uccide vecchietta, moglie in provincia si annoia e tradisce, uomo mangia un biscotto e ricorda il passato), più – forse – farà la rivoluzione. Forse. L’importante è non chiederglielo mai.

The Book Girls

Mi piace pensare che qualcosa sia nato sulla mia bacheca del fesbù qualche mese fa, quando parlavamo di Niente di Janne Teller, un libro su cui dissi che non avrei voluto scrivere niente e finimmo per rovesciare decine di commenti.
Qualcosa, davvero, è nato quando Giulia ci ha scritto in privato e nel giro di qualche ora avevamo una mailing list, un nome e un indirizzo web. L’idea era quella da subito: scrivere di letteratura Young Adult, di libri per adolescenti che secondo noi non dovrebbero leggere solo gli adolescenti, e farlo come piace a noi, a ciascuna in modo diverso ma con la stessa intenzione e la stessa cura, come spieghiamo nella nostra presentazione e come Giulia ha scritto sul suo blog.
Mi piace pensare che un altro pezzo di questo qualcosa sia nato qualche mese fa, al convegno su Giana Anguissola, quando pensavo che volevo che se ne parlasse ancora. E poi volevo farci un post però mi dimenticavo e allora l’ho buttata lì in mailing list e s’è detto subito che sì, “Retrospettive” era una categoria necessaria, e insomma ecco.
Dunque, siori: The Book Girls, un blog per parlare di narrativa per ragazzi di ogni epoca e in ogni lingua. E grazie a Loredana Lipperini che su Repubblica ci ha fatto gli auguri e confermato che sì, ce n’era proprio bisogno.
Siamo sul tuitter, sul fesbù, oltre che naturalmente sul nostro indirizzo web, all’interno di Pianeta Donna di Altervista.
Ah, Niente poi l’ha recensito Silvia.

Nadia_TBG
Nella foto, scottanti anticipazioni.