i cinque libri che nessuno mi ha chiesto

La faccio brevissima: cinque libri che potreste leggere se ancora non li avete letti e vi conviene andarli a comprare in una libreria con l’aria condizionata perché amazon ormai ve li recapita dopo ferragosto (non ho controllato, ma fidatevi e sostenete qualche libraio simpatico).

Il nero e l’argento di Paolo Giordano (Einaudi) perché se non ne potete più di trentenni (in carne e ossa e personaggi) che vivono come adolescenti sgarrupati ma con un effetto molto più triste qui avete una coppia giovane ma vivaddio che ha problemi da adulta.
Mali minori di Simone Lenzi (Laterza) perché invece vi fa tornare bambini con una serie di ricordi che anche se non siete di Livorno in certe pagine ve lo scordate, e ve lo dice una di Messina.
Storie di uomini e di libri. L’editoria letteraria italiana attraverso le sue collane di Gian Carlo Ferretti e Giulia Iannuzzi (minimum fax) perché dicono tutti che le collane stanno morendo ma noi a qualcuna siamo affezionati e delle profezie ce ne freghiamo.
La spiaggia di Cesare Pavese (Einaudi) perché è un capolavoro: mica vorrete andare a mare sul serio, godetevelo da qua.
Capire Israele in 60 giorni (e anche meno) di Sarah Glidden (Rizzoli Lizard, traduzione di Elena Loewenthal) perché a volte un fumetto è meglio di un compendio di storia, analizza senza intento pedagogico e vale più di mille hashtag.

Ora immaginate le mie zampe da cotechino sulla sdraio con lo sfondo dell’orizzonte, alternate questi cinque libri poggiati sulle ginocchia e avrete composto la mia cartolina da fesbù.

The Book Girls

Mi piace pensare che qualcosa sia nato sulla mia bacheca del fesbù qualche mese fa, quando parlavamo di Niente di Janne Teller, un libro su cui dissi che non avrei voluto scrivere niente e finimmo per rovesciare decine di commenti.
Qualcosa, davvero, è nato quando Giulia ci ha scritto in privato e nel giro di qualche ora avevamo una mailing list, un nome e un indirizzo web. L’idea era quella da subito: scrivere di letteratura Young Adult, di libri per adolescenti che secondo noi non dovrebbero leggere solo gli adolescenti, e farlo come piace a noi, a ciascuna in modo diverso ma con la stessa intenzione e la stessa cura, come spieghiamo nella nostra presentazione e come Giulia ha scritto sul suo blog.
Mi piace pensare che un altro pezzo di questo qualcosa sia nato qualche mese fa, al convegno su Giana Anguissola, quando pensavo che volevo che se ne parlasse ancora. E poi volevo farci un post però mi dimenticavo e allora l’ho buttata lì in mailing list e s’è detto subito che sì, “Retrospettive” era una categoria necessaria, e insomma ecco.
Dunque, siori: The Book Girls, un blog per parlare di narrativa per ragazzi di ogni epoca e in ogni lingua. E grazie a Loredana Lipperini che su Repubblica ci ha fatto gli auguri e confermato che sì, ce n’era proprio bisogno.
Siamo sul tuitter, sul fesbù, oltre che naturalmente sul nostro indirizzo web, all’interno di Pianeta Donna di Altervista.
Ah, Niente poi l’ha recensito Silvia.

Nadia_TBG
Nella foto, scottanti anticipazioni.

 

“If I’m not working, I’m not happy”*

Insomma ieri The Goldfinch di Donna Tartt ha vinto il Pulitzer per la narrativa.
L’avevo letto e ne avevo scritto su IL – Magazine di novembre (oggi su minima et moralia). A marzo ero stata a sentirla all’Auditorium, al festival Libri come, mi aveva colpito il modo in cui non sottovalutava nessuna domanda, mi erano piaciute le sue risposte essenziali e mai grevi, i silenzi brevi e non studiati per cercare ogni volta la parola giusta. Mi era rimasta in testa una risata squillante sul corpo minuto, lasciata lì a squilibrare l’eleganza della prosa, il colletto della camicia abbottonato stretto e un paio di scarpe stringate. Fino a quel momento avevo pensato a Tartt come a una che scriveva come un dio e aveva il vezzo (rispettabilissimo) di fare la strana, per esempio seguendo il calendario di far uscire un romanzo ogni dieci anni, per un totale di cinque: nessuno sotto i trent’anni, nessuno sopra i settanta. Quella sera le avrei semplicemente offerto da bere per continuare ad ascoltarla per ore. Il podcast dell’incontro è qui. I suoi libri sono tutti stampati (e ristampati) da Rizzoli. Buona scoperta, o riscoperta.

Donna Tartt Pulitzer

 

* la frase del titolo viene da qui.

le quote rosa di Neil Gaiman

Il giorno in cui l’Italia discuteva delle quote rosa io leggevo L’oceano in fondo al sentiero di Neil Gaiman (Mondadori, 2013, traduzione di Carlo Prosperi). L’io narrante è un bambino di sette anni, anzi un uomo di mezza età che una volta è stato un bambino di sette anni e sicuramente lo è ancora («Adesso ti dico una cosa importante. Nemmeno gli adulti, dentro, hanno l’aspetto da adulti. Fuori sono grandi e grossi, sventati e sicuri di sé. Dentro, invece, hanno l’aspetto di sempre, quello che avevano alla tua età. La verità è che gli adulti non esistono. Non ce n’è nemmeno uno in tutto il mondo»).
L’unico altro essere maschile che compare nel libro è il padre, che, nelle due occorrenze in cui è protagonista, non fa una gran figura: una volta viene sorpreso ad amoreggiare con la baby sitter (un mostro che sotto il fittizio nome umano di Ursula Monkton riesce a prendere in giro giusto quella lenza di papà) e un’altra volta per poco non annega suo figlio nella vasca da bagno.
Anche il figlio non è esattamente un bambino coraggiosissimo, almeno non all’inizio, però ama i libri più degli esseri umani e si fa voler bene per questo, poi ha la solita famiglia distratta e sciocca, ed ecco un altro motivo per volergli bene, infine si fida ciecamente di quel personaggio straordinario che è Lettie Hampstock, una bambina che ha «undici anni da un sacco di tempo», e siccome adoriamo da subito Lettie vogliamo definitivamente bene anche a lui. Fin dall’inizio sappiamo che è diventato un adulto grigiastro, separato dalla moglie, con figli di cui non parla, che torna a casa per un funerale. E all’improvviso ricorda curiosi fatti del suo passato e l’incontro con la famiglia Hampstock.
La famiglia Hampstock è composta da tre donne. Mrs Hampstock Vecchia, la nonna, l’unico essere dalle sembianze umane veramente autorevole, l’unica che forse è adulta. Ginnie Hampstock, la mamma, della cui sensualità il protagonista si accorge solo una volta cresciuto, dopo averle pianto addosso da bambino. E Lettie, la coraggiosa e saggissima protagonista di cui vi innamorerete, che salva quell’ingenuotto amico settenne dai pasticci (molto grossi: un dito del suo piede è diventato una porta per il Male – vi ricordo che siamo in un libro di Neil Gaiman, niente è impossibile). E i papà Hampstock? «Tesoro, non ci siamo mai interessate a quella roba là. I maschi servono soltanto se vuoi allevare altri maschi».

Poi, sfogliando i giornali, sono atterrata su un pianeta alieno in cui un genere ha bisogno di essere protetto e salvaguardato. Meno male che esiste la letteratura, che ci racconta un po’ di verità.

oceano neil gaiman

“Non copiare nessuno, ridi se ti copiano”

Ieri, nel settore dell’usato di una delle mie librerie preferite, ho comprato un libro dell’editore Angelo Fortunato Formiggini. Si tratta di una monografia di Silvio Spaventa Filippi che si intitola Carlo Dickens. La collana di Formiggini, Profili, vanta titoli come Lorenzo Sterne e Carlo Darwin. Guardando a ritroso è chiara la progressiva fascistizzazione dei nomi – precedentemente Formiggini, editore colto, libero, sarcastico (la sua seconda laurea fu con una tesi sulla Filosofia del ridere, la sua collana più famosa i Classici del ridere) svicolò a quella che dovette sembrargli, appunto, una ridicolaggine titolando con la sola iniziale, C. Baudelaire, o togliendola per eliminare il problema: Carlyle. Finché dovette soccombere.
Chi era Formiggini?
Ebreo modenese (nato a Collegara) spostatosi a lavorare a Roma – in un’ala di palazzo Venezia – si laureò due volte, studiò con Antonio Labriola, ebbe una grande fortuna editoriale tanto è vero che ancora oggi i suoi libri, pur avendo ormai quasi cent’anni, si trovano con relativa facilità e il loro valore di mercato non è altissimo, tante sono le copie ancora in circolazione. Pubblicò il Satyricon, il Decameron, La secchia rapita. Fondò un periodico di informazione libraria e un istituto di cultura, entrambi ebbero talmente tanto successo che cominciò a dar fastidio al regime.
Invece, a Formiggini Mussolini stava simpatico. Credette in lui, almeno inizialmente, ritenendo che sarebbe stato l’uomo giusto per guidare il paese, nonostante una base un po’ turbolenta e rozza. Ovviamente la simpatia non era ricambiata. A Formiggini fu sottratta la direzione dell’istituto, fu messo nelle condizioni di non lavorare e sottoposto alle oscene leggi razziali. Il 29 novembre 1938, dopo essere tornato a Modena con una scusa (alla moglie disse che partiva per motivi di lavoro), Angelo Fortunato Formiggini si gettò dalla torre Ghirlandina. Per volontà del regime sul suo suicidio scese il silenzio; nessun giornale pubblicò neanche un necrologio dell’uomo che aveva fatto ridere tutta Italia.
Ieri me lo sono immaginato sconfitto e disilluso, con il sorriso a metà, mentre manda in stampa “Carlo” Dickens.

"Non copiare nessuno, ridi se ti copiano" motto di A.F. Formiggini
“Non copiare nessuno, ridi se ti copiano” motto di A.F. Formiggini

Un po’ di bibliografia (molto incompleta, giusto un punto di partenza):
Un ottimo articolo su Formiggini, da cui sono tratte molte delle informazioni del mio post.
Libri di Formiggini: Parole in libertà, Dizionaretto rompitascabile degli editori italiani compilato da uno dei suddetti.
Un libro su Formiggini.

viaggio nell’Italia che vende i libri

librerie indipendenti ragazzi bruno orecchio acerbo

Insomma è finita, anche se sono malinconica e tardo ad ammetterlo. Tredici librerie, tredici città, circa venti incontri anche in scuole e biblioteche, attraversando l’Italia da giù a su, dal castello di Conversano in Puglia all’ombra delle montagne della Slovenia, zigzagando per la piazza di Carpi e la periferia di Milano. In tredici luoghi Bruno è stato accolto, preparato, raccontato – e grazie a lui, imbucandosi di soppiatto, anche la sua autrice.
Non si tratta solo di ringraziare, anche se è il primo verbo che mi viene in mente, e non solo le libraie e i librai, ma gli insegnanti, i bibliotecari, tutti quelli che hanno raccontato, letto e musicato la storia di Bruno e Jakob e che sono venuti a sentire, fare domande, interpretare. I ragazzi, loro sono a parte – loro ogni volta lo riscrivono, e dico davvero. Dicevo, non si tratta solo di ringraziare. Ora vorrei farvi conoscere questi tredici posti uno a uno, pur se in poche righe – almeno per ora, perché la materia straborda e sì, è finita, ma mica finisce qua. La forza di queste librerie indipendenti per ragazzi è essersi unite restando diverse e identitarie, ciascuna nel suo angolo di paese o di città, con il suo angolo di popolo con cui ha saputo costruire un dialogo. Venite, rifacciamo questo viaggio.

Alla libreria L’Agorà, a Ruvo di Puglia, perdetevi nella parete dei fumetti e trovate una scusa per attaccare bottone con Nicola. Quei fumetti sono colpa sua: di quel mondo lui conosce tutto. Poi, senza farvi accorgere, spiate la dolcezza timida di Rosangela mentre vi accompagna alla biblioteca comunale dove incontrerete un esercito di bambini con i pennarelli colorati.
A Conversano c’è un posto che si chiama Le storie nuove ed è antico e rivoluzionario insieme. Una bottega di libri profonda e arcuata come tutti i negozi storici pugliesi. Attraversate un catalogo di proposte strepitose, pescate libri a destra e a a manca e fiondatevi su uno dei due eleganti divani in fondo mentre aspettate la presentazione del pomeriggio. Prima però sostate fuori, davanti alla vetrina di Mariaserena succedono strani fattacci.
Da Equilibri, a Santeramo in Colle, il pubblico di Angela (mia sorella di frangetta, ma questa è un’altra storia) vi travolgerà: i ragazzi di Santeramo sono quelli che mi hanno scritto più email e messaggi nella storia delle mie presentazioni e non vedo l’ora di tornare a trovarli.
Quando canterete Ambarabacicicocò fra le civette dell’incantevole Giada sappiate che lì, nel cuore di Corato, si è compiuto uno di quegli eventi che cambiano la storia di un libro: tre prime elementari, per volontà di una maestra cocciuta (evviva la cocciutaggine) hanno imparato parole nuove con Bruno e l’hanno spiegato ai grandi come una favola (perché, che altro è?).
Acchiappare La luna al guinzaglio si può, ma solo in un luogo magico a un passo dalla folla della via del centro, con un rapido zigzag per le stradine di Termoli. La mappa ce l’ha Selena, la saggia libraia. Attenzione: sedersi a leggere sugli sgabelli della sua libreria vi porterà ovunque. Tanto il Molise non esiste, no?
A Udine avrete problemi, perché non vi accontenterete della Pecora nera con il suo logo strepitoso e un catalogo dove sono banditi i prodotti scemi (confermo!). Una volta conosciuti Michele e Marina non vorrete più mollarli e li costringerete a portarvi in giro per tutte le librerie di via Gemona e dintorni (sono cinque, una diversa dall’altra, in tutte vorrete comprare qualcosa).
A Vimodrone è successo un fatto piccolo ma gigante: dopo la presentazione a scuola la mattina, un ragazzino si è presentato alle tre e mezza da Librambini, la libreria di Karin, dove non era mai stato, perché voleva subito il libro di cui si era parlato. Ehi tu, mi leggi? So che mi leggi. Hai fatto i tuoi cento passi. Sei diventato molto più grande di me.
Alla Giannino Stoppani di Bologna… be’, cosa potrei aggiungere sulla Giannino Stoppani, uno dei templi sacri per chi fa questo mestiere. In questa tappa a metà percorso Bruno si è ricongiunto con Agata, la bacchetta magica, il motore immobile di questo viaggio.
Sì, quella che state vedendo non è una libreria normale. E sì, quella non è una vetrina ma un’opera d’arte. E sì, quelli che leggono storie ai clienti dai loro libri preferiti sono Alessia e Dario. Cosa è Radice Labirinto di Carpi lo dice già il nome, almeno un po’. Qui Bruno ha davvero preso corpo e piume, animandosi nella voce di Graziella.
Osservando le stupende (proprio etimologicamente: 100% stupore) metope di Modena troverete, come le ho trovate io in una delle poche pause di questo fittissimo viaggio, curiose affinità con la bizzarra deformità di Bruno. Sara e Milena non si sono accontentate di accogliere Bruno nel loro Castello di carta di Vignola, hanno voluto portarlo fin dentro la biblioteca cittadina, sotto lo splendido tetto dedicato ad Antonio Delfini da Toccafondo.
Se io ho messo le ali a Bruno Schulz, sappiamo che Grossman in Vedi alla voce amore l’ha fatto diventare un salmone, che nasce in acqua dolce e si dirige verso l’acqua salata. Giurerei di averlo visto in un canale di Cesenatico, nei pressi di Cartamarea mentre io e Bruno eravamo al Museo della Marineria, oppure a mangiare una piada vera, oppure a ridere a crepapelle con Rossella, Lorenza e Francesca.
Pronti per Padova? A pochi metri da Pel di carota, al museo diocesano, c’è una mostra di illustrazione molto interessante che si chiama proprio Il viaggio. Una volta finito di raccontare in libreria, intervistata da Maurizio, scappo a trovare i quattro disegni originali di Ofra Amit. Coincidenza ha voluto che così anche lei fosse un po’ con noi.
Se da piccola mi avessero detto che da grande, alla mia veneranda età, avrei passato una domenica mattina di sole su La casa sull’albero, avrei pensato che ero proprio fortunata, mi aspettava una vita deliziosa. Dentro la libreria di Arezzo l’albero c’è veramente e mentre rispondo alle domande di Andrea, che ha dato voce e musica a Bruno, e a quelle degli astanti, mi sento un po’ come se fossi appollaiata lassù e invidio (benevolmente) Elena, Barbara e Anna che ci vivono tutti i giorni.

Devo dirvi un segreto, lo metto qui visto che tanto nell’internet non lo legge nessuno. Prima di partire mi ero fatta una cartellina rossa con tutte le date, le tappe e i biglietti dei treni che mi avevano mandato un mese fa, quando questo viaggio esisteva solo sotto forma di due settimane segnate rosse sull’agenda – non ho ancora capito se sono molto organizzata o molto pasticciona, ma questo è un dubbio mio, non c’entra col segreto. Il segreto è che io quella cartellina non la butterò mai.

nadia terranova corato

con le fate e con i maghi

Un articolo del 1972 di Natalia Ginzburg, Senza fate e senza maghi, è il mio manifesto per la letteratura per ragazzi – e non solo.

Innanzitutto, contro il giorno in cui ci hanno detto che il lupo cattivo non esiste e raccontarlo ai bambini è sbagliato.

“La morale dell’Uccellino Tic Tac è che bisogna dar da mangiare ai lupi perché così diventano buoni. Non è vero. Chi l’ha scritto ha pensato che è bene demistificare agli occhi dei bambini l’idea del lupo. Però i lupi esistono. Si possono sfamare quanto si vuole, restano lupi e usano sempre mangiare gli uomini. Oltre ai lupi, esistono persone che assomigliano ai lupi e il mondo ne è pieno. Non vedo quale vantaggio abbiano i bambini a pensare che i lupi diventano miti se gli si dà da mangiare. Non vedo nemmeno quale vantaggio abbiano i bambini a non aver più paura dei lupi. È un errore credere che la paura sia un male. La paura, è necessario soffrirla e imparare a sopportarla.”

Poi perché spiega perfettamente il mio sconcerto quando incontro adulti (insegnanti, genitori, librai) che mi dicono che un libro o una fiaba è “difficile”. Siamo all’assurdo: nelle scuole danno da leggere i classici di Geronimo Stilton perché gli originali sarebbero ardui, e non sto parlando dei Miserabili all’asilo ma di Piccole donne in seconda media (io l’ho letto a otto anni). Non solo. Le regole per chi scrive per i bambini si irrigidiscono ogni giorno di più, creando un mondo ovattato e impoverito in cui non augurerei a nessuno di abitare.

“Le ragioni per cui oggi scrivere per bambini è così difficile sono infinite, ma una certo è che è nata in noi l’idea che ai bambini tutto può far male. La fantasia ci atterrisce perché è avventurosa, imprevedibile e forte. Noi ne abbiamo poca, e per giunta l’adoperiamo con mani parsimoniose e schifiltose. Quando si scrivono o si stampano libri per bambini, per prima cosa si sbarrano porte e finestre. No alle storie di dolore perché il dolore fa male. No alle storie di miseria perché sono patetiche. No alle lagrime. No alla commozione. No alla crudeltà. No ai cattivi, perché non bisogna che i bambini conoscano la cattiveria. No ai buoni perché la bontà è sentimentale. No al sangue perché fa impressione. No ai castelli lussuosissimi perché sono evasione. No alle fate perché non esistono. I bambini sono fragili e perciò li nutriremo con vivande lavate e disinfettate. Li educheremo alla concretezza, avendo isolato nella concretezza ciò che non manda né bagliori né lampi. Li nutriremo con sabbia, accuratamente filtrata e senza batteri.”

E Barbablù no perché c’è il femminicidio, e Pelle d’asino no perché c’è l’incesto. Se sapessero, i grandi, quanto i bambini hanno bisogno della paura nelle fiabe. I grandi hanno paura della paura. I bambini e Calvino no.

“Nelle Fiabe Italiane di Calvino, a cui non mi stanco di richiamarmi, ci sono teste tagliate, cadaveri, briganti, ladri, orchi, crudeltà e orrori. I bambini ne sono deliziati. Questo perché le vere e belle fiabe sono in primo luogo inoffensive. Esse sono situate nell’unico luogo dell’universo dove non esiste offesa, cioè nei regni della vita fantastica. Quando mettono paura, è la paura salubre e liberatrice della fantasia, paura di cui lo spirito ha desiderio e alla quale si protende come a una fiamma che lo riscaldi. Della vita fantastica, i bambini hanno fame e sete (…). Nei regni della vita fantastica, anche le immagini più crudeli generano felicità. Si sa bene che la felicità è fatta anche di spavento e di angoscia. Sopprimere lo spavento e l’angoscia significa sopprimere anche la felicità”.

Il ’68 era vicino e la povera Ginzburg doveva averne viste parecchie. Quel che dice sulle inibizioni vale anche per la letteratura per adulti. Ma anche proprio per gli adulti in generale.

“Auguriamoci pure che le nuove generazioni siano costituite da individui liberi. Però non ne sappiamo proprio nulla. Inoltre non sappiamo se sia un bene crescere senza inibizioni. Forse fra poco si scoprirà che le inibizioni, di cui l’uomo oggi si fa gloria di essersi sbarazzato, le inibizioni e le lotte dei singoli per superarle o vivere con esse, erano il pane e il sale dello spirito”.

vita immaginaria

p.s. L’articolo si trova, insieme a molte altre perle, in Vita immaginaria, ovviamente fuori catalogo. Per questo motivo quest’articolo va anche nella “questua“.
p.s. 2, a parziale correzione: Vita immaginaria si trova comunque nel Meridiano della Ginzburg.

storia di un fallimento

Non avrei mai pensato di leggere un romanzo sul calcio e invece sono qui, settimane dopo averlo finito, a pensarci ancora su. Quando mi è stato regalato La linea di fondo, romanzo d’esordio di Claudio Grattacaso, Nutrimenti, insieme allo sguardo di chi sapeva già perché mi avrebbe colpito, ho ignorato entrambe le cose e l’ho messo sullo scaffale dei libri da leggere senza dargli nessuna precedenza. Che presunzione. Dopo aver rimandato finché potevo, l’ho cominciato e ho capito: non è un romanzo sul calcio ma sul fallimento. Il protagonista è un ex calciatore con una moglie depressa, una figlia che non vuole saperne di lui, una madre comunista e un padre greve. Grattacaso ci porta dolentemente a zigzag fra i suoi anni: un lutto, una malattia incomprensibile, un giro di calcioscommesse, l’ospedale. Non è solo il passato di Freccia, nome sul campo di José Pagliara, a essere quello di una promessa mancata, ma l’intero suo presente. Nella vita Freccia non ha il riscatto del secondo tempo, il suo sviluppo si è bloccato in barba a tutte le regole della narrazione sullo sviluppo del personaggio. La linea di fondo racconta questo ristagnare nel presente senza dover necessariamente “andare da A a B” (come ti insegnano nelle scuole di scrittura). Non semplice, ma molto simile alla vita.

Claudio Grattacaso

D’ignoti marinai e libri noti

«Mandralisca, il suo Museo, la sua Biblioteca furono il felice approdo del mio viaggio, la guida del viaggio dentro Cefalù» (Vincenzo Consolo–Giuseppe Leone, Cefalù, Bruno Leopardi editore, 1999)

Oggi di due anni fa moriva Vincenzo Consolo. Era, finché è stato fra noi, il mio scrittore italiano vivente preferito e periodicamente attaccavo la mia litania sul Nobel, persino con più ostinazione e accanimento del partito di Philip Roth.
Qualche giorno fa sono stata a Cefalù alla Fondazione Mandralisca per visitare il lascito del barone Enrico Piraino, esponente di quell’appassionata colta e bislacca nobiltà di cui la mia regione è stata prodiga (da leggere il testamento completo).

«Il salone del barone Mandralisca aveva quasi ormai l’aspetto di un museo. I monetari d’ebano e avorio, i comò Luigi sedici, i canapè e le poltrone di velluto controtagliato, i tondi intarsiati, i medaglioni del Màlvica…» (V. Consolo, Il sorriso dell’ignoto marinaio)

Il barone e il ritratto di Antonello hanno ispirato Il sorriso dell’ignoto marinaio, che forse oggi è il mio libro di Consolo preferito (per anni è stato Retablo, mai invece il pur bellissimo Nottetempo casa per casa con cui vinse lo Strega nel 1992). L’avevo già visto quel quadro, a Roma, alla mostra di Antonello alle Scuderie del Quirinale, ma decisamente incontrarlo a casa sua è un’altra cosa.

«Il personaggio fissava tutti negli occhi, in qualsiasi parte essi si trovavano, con i suoi occhi piccoli e puntuti, sorrideva a ognuno di loro, ironicamente, e ognuno si sentì come a disagio» (V. Consolo, ibidem)

ignoto marinaio antonello

Ovviamente la Fondazione finanziariamente agonizza, anche se visitandola, notando le perfette condizioni in cui è tenuta, avendo modo di parlare con chi la cura, non si direbbe: raramente a luoghi così belli corrisponde altrettanta generosità. Per il momento la chiusura è revocata, ma i punti interrogativi restano. Sì, c’è una petizione on line e, nel dubbio se serva o no, si può sempre firmare, ma continuo a pensare che il miglior modo per sostenere qualcosa sia andarci, parlarne, rendere pubblica e figa un’abitudine. Passeggiare per il borgo, visitare il duomo voluto da re Ruggero II, sostare al lavatoio medievale, mangiare (benissimo!) al ristorante Ti Vitti, che fra l’altro ha un’ottima cantina e pure una birra artigianale, ovviamente locale, fatta a Vittoria, e magari leggersi o rileggersi Il sorriso dell’ignoto marinaio: mi piace pensare che qualcuno, passando di qua e leggendo le mie sperticate (e mi sto contenendo!) considerazioni, decida di programmare due giorni in omaggio al maestro Consolo. Un silenzioso, personale, modesto e inadeguato, postumo ma forse non del tutto inutile surrogato di quell’altro premio che danno a Stoccolma.