Il Codice siciliano di Stefano D’Arrigo

Un siciliano emigrante, un siciliano che da Alì Marina, un borgo messinese, ha risalito la penisola verso Roma, porta con sé il desiderio di forgiare un “codice” della propria origine. Si tratta di uno scrittore che dedicherà tutta la vita restante a un’opera grandiosa, una sorta di poema in prosa, dentro il quale racchiudere le gesta del mare, dei suoi abitatori, siano essi bestie o esseri umani, e di una Storia maligna e fagocitatrice.

Così comincia l’introduzione di Silvio Perrella a questa nuova (finalmente!) edizione di Codice siciliano, il primo libro di poesie dell’autore di Horcynus Orca. “È il suo primo libro, ma non sono le sue prime poesie” precisa D’Arrigo raccontandosi nella biografia che accompagna la prima edizione, stampata da Vanni Scheiwiller – la seconda uscirà per Mondadori nel 1978 – per sottolineare il lavoro di selezione e cura che c’è dietro il suo esordio. Questa terza edizione, a soli sei euro, esce in questi giorni per Mesogea, splendida casa editrice messinese che si occupa di culture mediterranee, e dunque di fatto torna a casa. Ma D’Arrigo non è un poeta siciliano, D’Arrigo è di tutti e scrive a tutti, in un italiano meraviglioso. Sono versi che raccontano una madre con un nome che è già letteratura (Agata Miracolo), la migrazione, la Sicilia classica e greca. E il mare, che potrebbe essere lui stesso e non solo il libro in questione quello che D’Arrigo definisce “questo lontano principio / del nostos horcyniano”.

Quest’anno la traversata di ‘Ndria Cambria compie quarant’anni e Horcynus Orca, il capolavoro sullo Stretto diventa uno splendido quarantenne. Davide Orecchio ha scritto questo articolo di auguri, io consiglio di correre in libreria e non farvi mancare questo piccolo libro accanto al titanico fratello maggiore.

Codice siciliano

La bottega del libro

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Roberto Riedi è il libraio di un paradiso di Tor Pignattara (Torpigna, o cara) dove passo molto tempo e spendo troppi soldi: La bottega del libro, più che una libreria dell’usato, è un archivio di “libri fuori catalogo, per ogni tempo”, fra cui un’ottima sezione dedicata agli anni Settanta.
Ieri Roberto mi ha regalato una prima edizione, per scoprire perché sbirciate a pag. 117 del mio romanzo, o meglio ancora leggete direttamente lei.

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“Non copiare nessuno, ridi se ti copiano”

Ieri, nel settore dell’usato di una delle mie librerie preferite, ho comprato un libro dell’editore Angelo Fortunato Formiggini. Si tratta di una monografia di Silvio Spaventa Filippi che si intitola Carlo Dickens. La collana di Formiggini, Profili, vanta titoli come Lorenzo Sterne e Carlo Darwin. Guardando a ritroso è chiara la progressiva fascistizzazione dei nomi – precedentemente Formiggini, editore colto, libero, sarcastico (la sua seconda laurea fu con una tesi sulla Filosofia del ridere, la sua collana più famosa i Classici del ridere) svicolò a quella che dovette sembrargli, appunto, una ridicolaggine titolando con la sola iniziale, C. Baudelaire, o togliendola per eliminare il problema: Carlyle. Finché dovette soccombere.
Chi era Formiggini?
Ebreo modenese (nato a Collegara) spostatosi a lavorare a Roma – in un’ala di palazzo Venezia – si laureò due volte, studiò con Antonio Labriola, ebbe una grande fortuna editoriale tanto è vero che ancora oggi i suoi libri, pur avendo ormai quasi cent’anni, si trovano con relativa facilità e il loro valore di mercato non è altissimo, tante sono le copie ancora in circolazione. Pubblicò il Satyricon, il Decameron, La secchia rapita. Fondò un periodico di informazione libraria e un istituto di cultura, entrambi ebbero talmente tanto successo che cominciò a dar fastidio al regime.
Invece, a Formiggini Mussolini stava simpatico. Credette in lui, almeno inizialmente, ritenendo che sarebbe stato l’uomo giusto per guidare il paese, nonostante una base un po’ turbolenta e rozza. Ovviamente la simpatia non era ricambiata. A Formiggini fu sottratta la direzione dell’istituto, fu messo nelle condizioni di non lavorare e sottoposto alle oscene leggi razziali. Il 29 novembre 1938, dopo essere tornato a Modena con una scusa (alla moglie disse che partiva per motivi di lavoro), Angelo Fortunato Formiggini si gettò dalla torre Ghirlandina. Per volontà del regime sul suo suicidio scese il silenzio; nessun giornale pubblicò neanche un necrologio dell’uomo che aveva fatto ridere tutta Italia.
Ieri me lo sono immaginato sconfitto e disilluso, con il sorriso a metà, mentre manda in stampa “Carlo” Dickens.

"Non copiare nessuno, ridi se ti copiano" motto di A.F. Formiggini
“Non copiare nessuno, ridi se ti copiano” motto di A.F. Formiggini

Un po’ di bibliografia (molto incompleta, giusto un punto di partenza):
Un ottimo articolo su Formiggini, da cui sono tratte molte delle informazioni del mio post.
Libri di Formiggini: Parole in libertà, Dizionaretto rompitascabile degli editori italiani compilato da uno dei suddetti.
Un libro su Formiggini.

“Porca miseria, che romanzo pieno di libertà”

Per volontà di Michele Governatori, il terzo incontro con i libri in testa stagione 2013/2014 sarà su Salto mortale di Luigi Malerba. Vi racconteremo il libro e anche i salti mortali che ciascuno di noi ha fatto per averlo, dato che è fuori catalogo (cc: rubrica la questua). A proposito, nel sistema bibliotecario romano l’unica copia disponibile per il prestito risulta in giro fino al venti marzo:  è un lettore che verrà alla serata, non è vero?

Giovedì 6 marzo 2014, ore 19.15
Libreria Altroquando
Via del Governo Vecchio, 82/83 – Roma
L’ingresso è libero
http://www.ilibrintesta.it

(Leggete qui la locandina scritta da Michele)

Luigi Malerba
Luigi Malerba

con le fate e con i maghi

Un articolo del 1972 di Natalia Ginzburg, Senza fate e senza maghi, è il mio manifesto per la letteratura per ragazzi – e non solo.

Innanzitutto, contro il giorno in cui ci hanno detto che il lupo cattivo non esiste e raccontarlo ai bambini è sbagliato.

“La morale dell’Uccellino Tic Tac è che bisogna dar da mangiare ai lupi perché così diventano buoni. Non è vero. Chi l’ha scritto ha pensato che è bene demistificare agli occhi dei bambini l’idea del lupo. Però i lupi esistono. Si possono sfamare quanto si vuole, restano lupi e usano sempre mangiare gli uomini. Oltre ai lupi, esistono persone che assomigliano ai lupi e il mondo ne è pieno. Non vedo quale vantaggio abbiano i bambini a pensare che i lupi diventano miti se gli si dà da mangiare. Non vedo nemmeno quale vantaggio abbiano i bambini a non aver più paura dei lupi. È un errore credere che la paura sia un male. La paura, è necessario soffrirla e imparare a sopportarla.”

Poi perché spiega perfettamente il mio sconcerto quando incontro adulti (insegnanti, genitori, librai) che mi dicono che un libro o una fiaba è “difficile”. Siamo all’assurdo: nelle scuole danno da leggere i classici di Geronimo Stilton perché gli originali sarebbero ardui, e non sto parlando dei Miserabili all’asilo ma di Piccole donne in seconda media (io l’ho letto a otto anni). Non solo. Le regole per chi scrive per i bambini si irrigidiscono ogni giorno di più, creando un mondo ovattato e impoverito in cui non augurerei a nessuno di abitare.

“Le ragioni per cui oggi scrivere per bambini è così difficile sono infinite, ma una certo è che è nata in noi l’idea che ai bambini tutto può far male. La fantasia ci atterrisce perché è avventurosa, imprevedibile e forte. Noi ne abbiamo poca, e per giunta l’adoperiamo con mani parsimoniose e schifiltose. Quando si scrivono o si stampano libri per bambini, per prima cosa si sbarrano porte e finestre. No alle storie di dolore perché il dolore fa male. No alle storie di miseria perché sono patetiche. No alle lagrime. No alla commozione. No alla crudeltà. No ai cattivi, perché non bisogna che i bambini conoscano la cattiveria. No ai buoni perché la bontà è sentimentale. No al sangue perché fa impressione. No ai castelli lussuosissimi perché sono evasione. No alle fate perché non esistono. I bambini sono fragili e perciò li nutriremo con vivande lavate e disinfettate. Li educheremo alla concretezza, avendo isolato nella concretezza ciò che non manda né bagliori né lampi. Li nutriremo con sabbia, accuratamente filtrata e senza batteri.”

E Barbablù no perché c’è il femminicidio, e Pelle d’asino no perché c’è l’incesto. Se sapessero, i grandi, quanto i bambini hanno bisogno della paura nelle fiabe. I grandi hanno paura della paura. I bambini e Calvino no.

“Nelle Fiabe Italiane di Calvino, a cui non mi stanco di richiamarmi, ci sono teste tagliate, cadaveri, briganti, ladri, orchi, crudeltà e orrori. I bambini ne sono deliziati. Questo perché le vere e belle fiabe sono in primo luogo inoffensive. Esse sono situate nell’unico luogo dell’universo dove non esiste offesa, cioè nei regni della vita fantastica. Quando mettono paura, è la paura salubre e liberatrice della fantasia, paura di cui lo spirito ha desiderio e alla quale si protende come a una fiamma che lo riscaldi. Della vita fantastica, i bambini hanno fame e sete (…). Nei regni della vita fantastica, anche le immagini più crudeli generano felicità. Si sa bene che la felicità è fatta anche di spavento e di angoscia. Sopprimere lo spavento e l’angoscia significa sopprimere anche la felicità”.

Il ’68 era vicino e la povera Ginzburg doveva averne viste parecchie. Quel che dice sulle inibizioni vale anche per la letteratura per adulti. Ma anche proprio per gli adulti in generale.

“Auguriamoci pure che le nuove generazioni siano costituite da individui liberi. Però non ne sappiamo proprio nulla. Inoltre non sappiamo se sia un bene crescere senza inibizioni. Forse fra poco si scoprirà che le inibizioni, di cui l’uomo oggi si fa gloria di essersi sbarazzato, le inibizioni e le lotte dei singoli per superarle o vivere con esse, erano il pane e il sale dello spirito”.

vita immaginaria

p.s. L’articolo si trova, insieme a molte altre perle, in Vita immaginaria, ovviamente fuori catalogo. Per questo motivo quest’articolo va anche nella “questua“.
p.s. 2, a parziale correzione: Vita immaginaria si trova comunque nel Meridiano della Ginzburg.

polvere di stelle

Il 28 settembre è morto Carlo Castellaneta. Poche settimane prima avevo trovato su una bancarella uno dei suoi libri di racconti, Polvere di stelle, e l’avevo preso subito, attratta dalla copertina nonché dal fatto che avevo appena finito un altro libro, completamente diverso, ma che raccontava anch’esso una vecchia Milano e mi sembrava di non averne ancora abbastanza.

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Sono racconti brevi, fotografie di nostalgia viva, mai compiaciuta. Sui Bastioni si faceva cabaret racconta uno spettacolo comico su Mussolini e Claretta Petacci pochi mesi dopo la fine della guerra: dietro la risata grezza, volgare, spunta in silenzio un senso di vergogna. In Le donne sono volubili il nostro si fa tanti scrupoli prima di appartarsi con una ragazza, per poi essere scaricato subito dopo e senza troppi complimenti (le donne serie di una volta: sì, quelle che sapevano come farsi i fatti loro e sparire, e lo sapevano già seriamente, appunto). Il bozzetto Le letture è un piccolo omaggio alla letteratura su cui tutti ci siamo formati, quella per ragazzi, con la scoperta di Erich Kästner e Salgari, le avventure di Arsenio Lupin, l’empatia con Un capitano di quindici anni e i pianti per la morte di Némececk nei Ragazzi della via Pal. E ovviamente c’è Milano, ovunque e comunque, sotto le bombe, all’Idroscalo, ai giardini pubblici, nelle domeniche dalla nonna, una Milano che io non conosco, non ho in memoria, e però forse proprio per questo una città di cui amo tanto leggere.
E quindi quando è morto Carlo Castellaneta io avevo questo suo libro sul comodino, che leggevo a saltare, come si leggono i racconti. Anche stanotte ne ho letto uno, poi un altro, poi ho continuato a saltare qua e là fra le pagine finché non mi sono accorta che non ne era rimasto più nessuno e ho capito che lo dovevo salutare.

P.S.
Polvere di stelle è fuori catalogo. Se lo volete, potete comprarne ancora qualche copia in eccedenza di magazzino su amazon, o a minor prezzo sul reminder ibs. Naturalmente approfitto subito per la mia rubrica questuante: speriamo proprio che lo ristampino.

Beppe Viola [la questua, una rubrica lagnosa]

Alcuni giorni fa ho discretamente pianto e tanto riso sul libro di Marina Viola uscito per Feltrinelli, Mio padre è stato anche Beppe Viola. Poi son tornata in libreria e ho chiesto tutto quello che avevano di Beppe Viola. La risposta è stata: niente. Quindi, cari questuanti, c’è da chiedere: Quelli che… Racconti di un grande umorista da non dimenticare (Baldini e Castoldi Dalai) (e scatta la questua proprio lagnosa: “da non dimenticare”, appunto), Vite vere compresa la mia (Milano libri) e L’incompiuter (con Enzo Jannacci, Bompiani).
Mentre si aspetta e spera consiglio il libro di sua figlia e questi quindici minuti con Diego Abatantuono e Giorgio Terruzzi, ovvero quando a presentare un libro sono i suoi stessi personaggi.

E sia chiaro che la copertina di Vite vere la voglio come quella originale con il disegno di Altan.

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