Sarà per aver quindici (facciamo venti) anni in meno, o avere tutto per possibilità

“Quando un popolo non ha più senso vitale del suo passato si spegne. La vitalità creatrice è fatta di una riserva di passato. Si diventa creatori anche noi, quando si ha un passato. La giovinezza dei popoli è una ricca vecchiaia” (C. Pavese). Discutete e sviluppate con riflessioni personali il principio enunciato nel passo su riportato.
Venti anni fa mordevo il tappo della biro nera tormentandomi su cosa inventare per rispondere alla prima traccia – pessima abitudine che non ho mai perso, mordere i tappi delle penne intendo. Fra l’altro ero piuttosto delusa perché la frase commentabile del tema di maturità che avevo scelto era di uno dei miei autori meno amati (oggi uno dei miei preferiti) (non c’è un sottotesto contro gli scrittori studiati a scuola, altri li ho amati subito, altri ancora non li amerò mai, è una questione di incontri e amen), però alla fine in qualche modo andò e riuscii a piegare tutto a una tesi su presente e passato che mi sembrava allora originalissima. All’orale il commissario esterno era perplesso “Ah Terranova, non abbiamo capito una cosa del suo lavoro” e il mio minuscolo insospettato coraggio “Certo, gliela spiego subito”. Fino a quel momento ero così nervosa che avevo dovuto incrociare le gambe sotto il banco per tenerle ferme, e a ripensarci oggi è stata la prima volta che mi è toccato difendere una cosa che avevo scritto, mica sapevo che sarebbe stata una palestra per le domande dei lettori durante le presentazioni.
Forse questo dettaglio inutile mi è tornato in mente per questo motivo, forse solo perché, appena entrata nella biblioteca dove ogni mattina da un po’ di tempo vado a scrivere, l’ho trovata improvvisamente svuotata, dopo il picco di ieri.
Oggi di quegli sguardi complici di insofferenza contro gli utenti rumorosi (quasi tutti adulti), di quel silenzio riempito da bottigliette d’acqua, gettoni per gli armadietti, prese di corrente che non bastano mai o sono troppo lontane ce ne saranno di meno, e non riuscirò proprio a concentrarmi bene perché una parte di me pensa alla ragazza coi capelli sempre legati che studiava solo sulla carta, al suo amico che si svegliava più tardi e portava un iPad da dividere con trionfo, a quell’altra con gli occhiali che se non trovava il suo posto libero sbuffava che la sentivano in tutto il quartiere, a tutta l’impazienza, la frenesia, il rigoroso silenzio, la certezza timida e la speranza spocchiosa di farcela, la paura ben nascosta e la consapevolezza che comunque andrà questa sarà l’ultima estate della prima parte di una vita.
Poco importa ai miei forzati compagni di ogni mattina della babbàna che s’imbucava tra loro. Non sanno che vent’anni dopo, quando ce l’hai una casa tutta tua da non dividere con fratelli sorelle genitori e cani, inspiegabilmente quella casa ti si avvita sulla testa e allora meglio prendere l’abitudine di uscire, due chiacchiere col barista e il cappuccino e cinque ore di silenzio con colleghi d’avventura che non hai scelto, non ti hanno scelto. Come tutte le persone che ti salvano la vita per davvero, non sapranno mai di averlo fatto. Buona maturità, vi augura in un silenzio improvvisamente troppo silenzioso la babbàna, con la segreta speranza di rivedervi a settembre, uguali ma un po’ irriconoscibili.

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