Gli anni al contrario a Firenze

Cuccumeo

Venerdì 2 ottobre ore 18,30
alla
via Enrico Mayer 11-13r Firenze
GLI ANNI AL CONTRARIO
di e con
Nadia Terranova


[Reduce da lungo periodo messinese, comprensivo di questo (in occasione di un festival a cui sono molto affezionata, NaxosLegge) e quest’altro]

One thought on “Gli anni al contrario a Firenze

  1. Abbiamo conosciuto Nadia alla presentazione del suo romanzo al 10° festival letterario dedicato a Jhon Fante, a Toricella Peligna (Ch), paese d’origine di mia moglie, dove andiamo in vacanza ed in tutte le occasioni possibili (novecento metri, sotto la Majella, aria buona e cucina ottima!).
    Qualcosa ho già scritto sulla manifestazione fantiana e sul romanzo di Nadia. Ma mi piace l’idea di scrivere più approfonditamente del suo libro in occasione della sua presentazione a Firenze perchè è lì che abbiamo vissuto e lavorato per quarant’anni ed è lì che ho allargato i miei orizzonti, rafforzato la mia cultura socio-politica e ammirato e appreso l’essenza dell’arte di cui avevo tanta sete, prima del trasferimento a Roma per fare i nonni.
    Questo modesto contributo a commento de “Gli anni al contrario” vuole ripetere il benvenuto in questa città splendida come l’avevamo dato a Nadia nel nostro piccolo paesino abruzzese.

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    Il romanzo si presenta con un’ottima scrittura realizzata con italiano piacevole, scorrevole e mai pesante, nonostante la durezza della storia raccontata. Ottimo anche il metodo con cui alternativamente sono seguite le vicende dei protagonisti. Una sorta di elastico ping-pong col quale esse conservano continuità ed immediatezza. Le scene che si alternano sembrano flash ma in realtà, proprio per il prezioso respiro narrativo, appaiono come grandi rappresentazioni scenografiche ricche di particolari, di immagini e descrizioni che rendono visibili come in un filmato i paesaggi e gli ambienti con le loro atmosfere ed i personaggi con i loro problemi e sentimenti.

    La storia ha come sfondo la politica extraparlamentare del dopo ’68 ed uno spaccato della provincia italiana di allora. Un’epoca cruciale in cui la sinistra italiana ha perso l’occasione per diventare protagonista della politica del paese ed una generazione di giovani che si è smarrita, tradita dalla chimera della rivoluzione. Un grave danno per le prospettive politiche ed un danno ancora maggiore per una generazione che ha perso la propria identità e la capacità di organizzare in qualche modo la propria vita, a tutti i costi in maniera diversa da quella dei genitori, ma drammaticamente parallela ai fallimenti politici ed ai suoi schematismi ancora peggiori di quelli rinnegati. In mezzo una bambina incolpevole che sconta tutte le debolezze di genitori impreparati e sbalestrati da troppi contrasti col mondo intero. Una bambina che nonostante tutto diventa protagonista principale proiettandosi oltre ogni precarietà vissuta.

    Il racconto, più che verosimile, suscita l’idea che possa essere autobiografico o quanto meno frutto di uno studio approfondito di documenti e di testimonianze di una realtà vissuta, colma di tanti dettagli, tanti riferimenti e tanti collegamenti ad eventi e situazioni tutti riscontrabili. In ogni caso un lavoro che evidenzia la volontà di superare storicamente questo spaccato di vita, senza rinnegarlo, anzi, costringendo gli ipocriti a vederlo per ciò che è stato, compresa la repulsione per l’aids. Una scelta ed un atto che indicano a chiunque ne voglia trarre insegnamento la possibilità di vivere un’altra prospettiva, profondamente diversa da quella dei propri genitori e sicuramente migliore.

    Perchè? Perchè predicare e scimmiottare la lotta armata è stato un errore tragico. Come, d’altra parte, lo è sempre ogni forma di guerra, grande o piccola, antica o moderna che sia. Lo dico per il senso di frustrazione che tale politica generò subito in me ed in tantissimi compagni che credevano in una strategia riformista, anche radicale, con la quale correggere ingiustizie e conquistare diritti in modo graduale e progressivo. Figlia, più che altro, di un processo culturale che coinvolgesse sempre più larghi strati della società, a partire dai più bassi. Quella scelta di lotta estrema, quindi, fu inutile e dannosa. Sbaglia Giovanni quando definisce “inconcludenti” i ragazzi che impasticcandosi si rincretinivano senza combattere lo stato. Perchè è stato fin troppo facile per le forze reazionarie, o semplicemente moderate, additare giustamente gli episodi di violenza quali frutto di isteria criminale avulsa da ogni forma di confronto civile, ma anche, purtroppo, estendere strumentalmente a tutta la sinistra tale pesante giudizio. Non che i partiti storici fossero incolpevoli del naufragio delle idealità che costituivano i loro stessi valori fondanti. E’ vero che Lucio Magri definì quei ragazzi “figli degeneri della sinistra”, ma le responsabilità dei partiti furono soprattutto altre. Verticistici e perennemente divisi. Il solito vizio idiota che colpisce da sempre la variegata galassia della sinistra di questo paese.

    L’altra grande responsabilità della politica extraparlamentare italiana fu quella di condurre migliaia di giovani verso una dissociazione esasperata da ogni valore sociale tradizionale. I rapporti con le famiglie di origine si trasformarono in conflitti insanabili come mai lo erano stati e le nuove forme di convivenza, concepite in entusiastiche espressioni di libertà individualistiche, si trasformarono in fallimenti cocenti e frustranti con cui si fondevano le delusioni politiche. La precarietà di sperimentazioni altalenanti tra entusiasmi e abbattimenti ben presto sfociò nella perdita delle proprie identità, nello smarrimento totale e nel tragico rifugio, per molti, nell’abisso della droga. Un colpo di clava micidiale che si aggiungeva alla inadeguatezza culturale della società dei padri che pure aveva superato una guerra devastante, era stata protagonista nella resistenza e nella ricostruzione, ma era del tutto incapace di percepire i cambiamenti che incombevano e ne vedava protagonisti i propri figli. Una incapacità senza frontiere e trasversale che attraversò le case, vi abitassero il fastiscissimo Silini o il compagno avvocato Santatorre. Due famiglie che presumibilmente rappresentano uno stereotipo comportamentale talmente esasperato che ho difficoltà a riscontrare nei ricordi di tanta gente che ho avuto modo di conoscere e frequentare. Un cinismo sordo legato ad un pragmatismo allucinante che lascia senza parole.

    La mia domanda, a questo punto, è se, nella situazione data, Aurora e Giovanni potevano fare scelte diverse. Credo di si, almeno quando è nata Mara: Ho sempre sostenuto che un popolo che ha bisogno di eroi non li merita. Penso, quindi, che essi avrebbero potuto continuare nel loro impegno politico, ma compatibilmente con le responsabilità di essere buoni genitori. Naturalmente le rersponsabilità vanno scisse tra i protagonisti, sia per le diverse frequentazioni politiche e sia per come Aurora ha sempre tentato di rimediare alle assenze di Giovani. Fino a dover contrastare quel goffo proposito di autodenunciarsi. Sensibilità e senso di rsponsabilità diverse, dunque, che hanno inesorabilmente portato questi due ragazzi su strade divaricanti. Ad una nuova famiglia Aurora, al baratro dell’aids Giovani.

    E Mara? Racconta tutto senza emettere giudizi ma senza nascondere nulla. Il giudizio se lo ricava ciascuno, leggendo il romanzo. Si prova un tenero dolore ad immaginarla sballottata in quà ed in là, sola con la madre, a sua volta sola, rimasta per troppo tempo prigioniera di un legame senza prospettive col padre. E lo stesso padre dal quale riceve delle saltuarie giornate di giochi e di vacanze insieme, senza che si potesse dire la qualità del poco tempo almeno recuperava la minore quantità. Senza parlare del vuoto di insegnamento e di progettualità che col suo sciagurato vagabondaggio politico egli crea intorno alla figlia. Con i parenti falsi e ipocriti, fatta eccezione della giovane zia Rosa, morta prematuramente, e gli amici che la commiserano senza porsi il problema di dissimulare la loro perfidia. Se Aurora e Giovanni potevano recriminare sul problematico rapporto con i propri genitori, cosa avrebbe dovuto dire Mara? Come avrebbe reagito con tutti i rischi derivanti da tali presupposti? Con i segni che lasciano la dissimulazione della paura quando rimaneva sola, la resistenza alle insinuazioni delle amiche, l’isolamento in cui si rifugiava per non conoscere verità ancora più crudeli? Mara è stata brava, ha saputo superare il dramma della sua famiglia ed ora ha la certezza che se la caverà così come se l’è già cavata.

    Ho letto due volte questa storia, prima di esprimere alcune considerazioni suscitatemi dai ricordi e dai sentimenti di padre e nonno. E’ una storia drammatica figlia di tempi oscuri, ma che ha in sè un messaggio di grande speranza che Mara ci suggerisce inducendoci a chiederle di continuare a raccontare perchè crediamo in lei.

    Ugo Boccagna

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