Lacci di Domenico Starnone

Mercoledì 20 maggio alle ore 18, alla biblioteca Penazzato, via Dino Penazzato 112 (zona Collatino) parlo di uno dei romanzi più belli degli ultimi anni, Lacci di Domenico Starnone (Einaudi), insieme all’autore. Paola Surace, attrice, leggerà alcuni brani. Qui i dettagli dell’evento.
Avevo scritto di Lacci su pagina99, ripropongo qui il pezzo.

Lacci, tradimenti e altre piccole crudeltà matrimoniali
pagina99
23 novembre 2014
di Nadia Terranova

«Ero giovane, mi sentivo attratta, non sapevo quanto è casuale l’attrazione», dice Vanda per spiegare al marito perché l’ha sposato, per raccontare a sé stessa perché a lui e solo a lui voleva dare un figlio e una figlia, perché soltanto quell’Aldo valeva la pena amare e sopportare per sempre. Per sempre, certo, a vent’anni non esiste che quello: prima si sfida l’eternità e poi si finisce a far finta di non aver perso la partita; funziona così per tutte le generazioni, ma certe si intestardiscono più di altre. Vanda e Aldo, protagonisti di Lacci di Domenico Starnone (Einaudi), si sono sposati poco più che ventenni nel 1962, nel 1965 è nato Sandro, nel 1969 Anna. È Vanda, con la lettera iniziale, a ripercorrere la cronologia in una rappresaglia ricattatoria: «Se tu te ne sei scordato, egregio signore, te lo ricordo io: sono tua moglie». Una lettera scritta al risveglio dopo la ferita: sono ancora qua, in questa vita che abbiamo scelto insieme, quando eri convinto di noi come lo ero io, e ora sappi che cambiare idea ha un costo per tutti.

La ferita si chiama Lidia – quando l’errore comincia ad avere un nome smette di essere una delle tante sventatezze possibili, e ridicolmente Aldo confessa di essersi innamorato. Vanda è sempre giovane anche se vent’anni non li ha più, Lidia è una ragazzina e vent’anni deve ancora farli. Per un trentenne insicuro, marito mediocre, padre inadeguato, in balia di alterni successi professionali, quella diciannovenne indipendente è tutto, e in confronto alla famiglia non chiede nulla. Aldo e Vanda si erano sposati perché sembrava la cosa giusta, perché avevano l’età in cui si sposavano tutti, per un’idea confusa della stabilità e una ancora più confusa dell’infatuazione. Volevano costruire, non sapevano che frane e rovine toccano a chi usa la normalità come criterio per scegliersi e che, nel momento in cui si decide di fabbricare un matrimonio, quello comincia a sfasciarsi.

«Per anni non sono stata felice, ma nemmeno infelice. Ho capito tardi che mi incuriosivano gli altri né più né meno di quanto mi avevi incuriosito tu», dice una Vanda quasi ottantenne che non si prende più il disturbo di scrivere lettere e si gode il lusso senile di una crudeltà senza ricatto, dividendola in parti uguali fra sé e il marito. Le sue battute suonano ora allegramente cattive, vengono da un dolore anestetizzato, sono buttate lì come una ciotola al gatto (il gatto si chiama Labes ed è il protagonista involontario di alcune fra le pagine più sorprendenti di questo romanzo bellissimo). Aldo non sa e non risponde: si perde dietro vecchie foto e lettere, si danna perché in casa sono entrati i ladri (chi, tranne marito e moglie, ha diritto di profanare le scene di un matrimonio? Lo scopriamo solo alla fine), si addormenta nello studio, si rifugia in risposte piccole. È colpa della mia generazione, anzi no, del modello familiare che ho ricevuto, di un padre che ha distrutto e rovinato ogni cosa, vanitoso, con furiose manie da incompreso (somiglia tanto a quello di Via Gemito, con cui Starnone vinse lo Strega nel 2001).

Dell’altra donna, per scelta dell’autore, non sentiamo mai la voce. Lidia, che ha subìto e ricambiato la cotta di un uomo più grande e sposato, che deve essersi sentita lusingata da quella crisi dei trenta gioendone prima e annoiandosi presto, non vuole giocare all’amante invecchiata. Se Aldo voleva sistemarla in una bella casa dove tornare la sera, c’era sua moglie per ricoprire quel ruolo. Se era tanto innamorato della gioventù, poteva occuparsi di quei due figli confusi che avevano bisogno di imparare tutto, perfino ad allacciarsi le scarpe. I suoi lacci Aldo li aveva già: non si sceglie il momento in cui cominci ad annodarli, a un certo punto ti volti e loro sono lì, aggrovigliati, minacciosi, elastici. A settant’anni, Aldo non ne ha spezzato neanche uno, casomai ne ha intrecciati di nuovi: dopo la fine della storia con Lidia non ha smesso di vederla, cercarne l’approvazione e la compagnia. Lidia sopporta, sorride, abbozza – almeno così la immaginiamo. Della sua versione non sentiamo la mancanza: prima parla la moglie, poi il marito, infine arriva un terzo, imprescindibile, punto di vista. L’amante, come il gatto, tace: è stata tutta colpa sua, ma non sono affari suoi.

laccilocandina starnone

2 thoughts on “Lacci di Domenico Starnone

  1. L’ho letto su tua segnalazione in treno, mentre venivo a Torino. Ho trovato fulminante la parte finale del romanzo. Una storia sulla quale sto ancora riflettendo.

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