meglio un buon classico

Insomma, pare sia andata così: al liceo Giulio Cesare di Roma alcuni docenti hanno proposto, letto e commentato con gli alunni Sei come sei di Melania Mazzucco, Einaudi Stile Libero, che parla anche di amore omosessuale (chiedo scusa per la sintesi, non ho ancora letto il libro – quale migliore occasione per non rimandare più), e sono stati denunciati per aver fatto leggere un libro osceno a dei minorenni. La prima buona notizia è che ci sono professori che fanno leggere ai loro alunni narrativa contemporanea. Non è una specie estinta, lo so, ne incontro spesso e di ottimi, ma credetemi: non è scontato. La seconda buona notizia è che in un mondo in cui fra app, chat e fancazzismi di ogni genere i libri di carta vengono dati per morti c’è qualcuno che si prende la briga di denunciare, invocare la censura, sentirsi minacciato. Amici dell’editoria, c’è ancora speranza che la letteratura possa fare la rivoluzione! Ero già felice così, poi stamattina ho letto la lettera indignata di un lettore a un quotidiano nazionale: scriveva che a prescindere dalle proprie posizioni il comportamento dei docenti era stato quantomeno imprudente, che con tutti i classici che ci sono da leggere bisogna dedicarsi a quelli, non c’è tempo per i libri zozzi. Eccola, la terza buona notizia, ottima direi. Caro lettore, sono d’accordissimo. Le fornisco subito una prima lista di classici incomprensibilmente trascurati: pensi a Gli occhiali d’oro di Giorgio Bassani, Il ponte della Ghisolfa di Giovanni Testori, Ernesto di Umberto Saba. Tutti italiani, tutti straordinari, tutti novecenteschi, tutti pronti a essere analizzati sui banchi o in famiglia, proprio come si usava una volta. Poi mi faccia sapere. Mazzucco-Sei-come-sei

chiedi chi era Gabo Márquez

La prossima settimana incontrerò una quindicina di classi delle scuole medie che hanno letto Storia d’agosto, di Agata e di inchiostro. Dal 2012, anno in cui è uscito, ho incontrato centinaia di ragazzi e una delle domande più frequenti che mi viene rivolta è: “Perché il protagonista si chiama Gabo?”.

Ho letto la prima volta Gabriel García Márquez al liceo, come tutti. Un’amica mi regalò Foglie morte anticipandomi che era il prequel (allora per fortuna non parlavamo così) di Cent’anni di solitudine. Quella lettura piacevole mi convinse ad aprire il tomone che mia madre aveva già cominciato a suggerirmi invano qualche anno prima. Con mia grande delusione, Cent’anni non mi piacque davvero. Lo trovai ostile e complicato, lo abbandonai due o tre volte e infine, faticosamente, lo espugnai. Sì, lo espugnai come si espugna una fortezza, ne uscii distrutta e vittoriosa. Non avevo saputo amarlo ma, armata di un ariete al pari di un cavaliere medievale, al terzo colpo al portone ero riuscita a entrare. Non mi ero limitata a trascinarmi stancamente fino all’ultima pagina perché a quel punto era diventata una sfida con la mia amica prima ancora che con me stessa: dovevo leggere, dovevo capire. Così l’avevo sviscerato, ne avevo fatto saltare i meccanismi narrativi, da qualche parte ho ancora il quaderno con le annotazioni su tutti i personaggi. L’avevo letto per stizza e lo conoscevo meglio di chi l’aveva letto per amore.
Mi convinsi che quell’autore non faceva per me e anche quando, anni dopo, mi avvicinai al realismo magico me ne tenni a moderata distanza.
Un giorno poi Fermina Daza e Florentino Ariza mi spiegarono per 376 pagine cos’è l’amore. Attesa, stizza, pazienza, dedizione, lontananza, ostinazione. Capacità di non fare una piega mentre tutto crolla. Con L’amore ai tempi del colera ebbi un colpo di fulmine e di Márquez mi venne voglia di recuperare tutto. Tra gli altri, divenni citatrice sfrenata di Vivere per raccontarla.

Quando mi chiedono perché il ragazzo di cui è innamorata Agata, nonché coprotagonista del libro, si chiama Gabo (l’origine di nessun altro nome che io abbia mai usato suscita una simile curiosità), ai ragazzi rispondo che c’è un doppio omaggio. Uno è a Gabbo Sandri (ed è un’altra storia), l’altro a Gabo Márquez. Non poteva essere diversamente, dato che quel personaggio è ispirato alla persona che amo e a cui il libro è dedicato, e che per me l’amore è quella cosa raccontata dal Colera. Ma non solo. Il vero debito l’ho contratto con Cent’anni, il non amato Cent’anni. Lo capisci dopo, quanto lavoro sporco fanno per te i libri che non hai capito subito. Cerco di spiegarlo ogni volta che si discute di riduzioni, adattamenti e impoverimenti, soprattutto nell’ambito della letteratura per ragazzi. Finendo Cent’anni ero stremata, sì, ma più sicura e spavalda. Poco dopo divorai il Don Chisciotte senza alcuna difficoltà, anzi: traendone moltissimo piacere. Non sono sicura che mi sarei mai imbarcata nell’impresa se non avessi sentito che, sebbene mio malgrado, avevo fatto un passo avanti, ero stata promossa al livello successivo, avevo gli strumenti per un nuovo universo di letture.

Gabriel José de la Concordia García Márquez, soprannominato Gabo (Aracataca, 6 marzo 1927 – Città del Messico, 17 aprile 2014)
Gabriel José de la Concordia García Márquez, soprannominato Gabo (Aracataca, 6 marzo 1927 – Città del Messico, 17 aprile 2014)

officina racconto illustrato

Nei prossimi mesi terrò a Firenze un laboratorio sul racconto illustrato in quattro weekend, è possibile iscriversi all’intero workshop oppure ai singoli incontri. Per tutte le info (anche riguardanti posti economici dove dormire se venite da fuori), scrivete alla bravissima illustratrice Brunella Baldi, co-organizzatrice del progetto. Gli incontri sono aperti sia a professionisti che a principianti.

racconto illustrato workshop

“If I’m not working, I’m not happy”*

Insomma ieri The Goldfinch di Donna Tartt ha vinto il Pulitzer per la narrativa.
L’avevo letto e ne avevo scritto su IL – Magazine di novembre (oggi su minima et moralia). A marzo ero stata a sentirla all’Auditorium, al festival Libri come, mi aveva colpito il modo in cui non sottovalutava nessuna domanda, mi erano piaciute le sue risposte essenziali e mai grevi, i silenzi brevi e non studiati per cercare ogni volta la parola giusta. Mi era rimasta in testa una risata squillante sul corpo minuto, lasciata lì a squilibrare l’eleganza della prosa, il colletto della camicia abbottonato stretto e un paio di scarpe stringate. Fino a quel momento avevo pensato a Tartt come a una che scriveva come un dio e aveva il vezzo (rispettabilissimo) di fare la strana, per esempio seguendo il calendario di far uscire un romanzo ogni dieci anni, per un totale di cinque: nessuno sotto i trent’anni, nessuno sopra i settanta. Quella sera le avrei semplicemente offerto da bere per continuare ad ascoltarla per ore. Il podcast dell’incontro è qui. I suoi libri sono tutti stampati (e ristampati) da Rizzoli. Buona scoperta, o riscoperta.

Donna Tartt Pulitzer

 

* la frase del titolo viene da qui.