«Un racconto dove mi rivelo completamente sarà un pessimo racconto» e le altre verità di Flannery O’ Connor

Quando ieri Alice Munro ha vinto il Nobel mi è venuta in mente una frase di Flannery O’ Connor: «Qui tutti mi stringono la mano ma nessuno legge i miei racconti». E siccome più volte O’ Connor è stata indicata, anche dalla Munro stessa, come sua maestra, ho pensato al suo Sola a presidiare la fortezza, che a me è piaciuto anche più del più famoso Nel territorio del diavolo. Parlano di letteratura tutti e due, solo che il secondo raccoglie interventi pubblici e il primo lettere private dove si trovano cose tipo «Non sono il Kafka della Georgia. Sono uscita dall’università con le carte in regola ma Kafka l’ho sentito nominare solo alla scuola di specializzazione».
Ecco cosa si trova in queste lettere, piccoli orizzonti di sollievo come l’elogio del rileggersi: «Avrà notato che apprezzo i miei lavori più di chiunque altro. Ho letto “Il negro artificiale” varie volte da quando è uscito, godendone ogni volta come se non avesse a che fare con me. Lo so, non è indice di buon gusto, ma a fare da contrappeso c’è il fatto che scrivo un mucchio di cose illeggibili e che poi ho il buon senso di distruggerle».
Si trova una parola per tutti: «Non ho letto l’articolo sulla Paris Review e tantomeno gli scrittori beat. Non riesco a pensare a niente di peggio che affrontarne la lettura»; «Nutro un profondo disprezzo per le cose che scrive Carson McCullers»; «Hai ragione sul racconto della Welty. È di quelli che più ci pensi e meno ti convincono»; e poi Nelson Algren, che scrive di poveri non sapendolo fare, secondo lei perché «a un americano non è dato scrivere dei poveri come a un europeo» (dite di no? Pensate a Dickens e rovesciando l’assioma a Fitzgerald, e fatevene una ragione).
Se sapete qualcosa di Flannery O’ Connor, sapete come me quelle tre cose che sappiamo tutti: la malattia, i pavoni, il cattolicesimo. Direi di lasciare stare i pavoni, già più che citati altrove. Circa la malattia che la opprimeva e la abitava, penso sia nelle lettere che si capisca fino in fondo la domanda che tocca farsi nel suo caso: «non che malattia ha una persona, bensì con chi la malattia ha a che fare», come scrive Ottavio Fatica nell’introduzione. Ha a che fare con una persona che sta scrivendo un romanzo «ma al momento è talmente brutto che pur di non vederlo scrivo un racconto dietro l’altro». Che del suo aspetto scrive: «Grazie per essersi occupata delle [mie] fotografie. Dato il soggetto, le trovo eccellenti» (niente selfie, nel ’55). Che al suo editor risponde: «Sappia che non ci tengo affatto a lavorare con lei come gli altri scrittori che ha in catalogo. Sono convinta che gli eventuali pregi del romanzo facciano tutt’uno con quelli che lei indica come limiti».
Infine, si diceva, il cattolicesimo. O’ Connor è una scrittrice cattolica che si definisce scrittrice *perché* cattolica, lasciando intendere che non tenerne conto significa non aver capito nulla. Sono abbastanza convinta di non capire nulla di niente e mi dispiace molto non essermi appassionata a quello che lei e critici autorevoli ritengono a ragione la zona centrale della sua poetica. Dal suo cattolico aldilà, o dal mio umano boh, forse mi scuserà per averla amata lo stesso.

Flannery O' Connor, 1947
Flannery O’ Connor, 1947

(La traduzione di tutte le citazioni è di Giovanna Granato per l’edizione minimum fax)

4 thoughts on “«Un racconto dove mi rivelo completamente sarà un pessimo racconto» e le altre verità di Flannery O’ Connor

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...