mescolando parole

Per quattro martedì consecutivi (26 novembre, 3 dicembre, 10 dicembre, 17 dicembre 2013), dalle 17 alle 18, terrò un laboratorio di scrittura per ragazzi (9-13 anni) alla biblioteca Goffredo Mameli, in via del Pigneto 22.
Gli incontri sono gratuiti e indipendenti fra loro, però occorre la prenotazione presso la biblioteca. Trovate i dettagli e i contatti cliccando qui per scaricare la locandina.

biblioteche di roma

e vi offro pure il cappuccino

Domenica 27 ottobre c’è il cambio dell’ora, per cui dormirete un’ora in più. Domenica 27 ottobre il clima su Roma è soleggiato e poco nuvoloso, minima 14° e massima 24°.
Domenica 27 ottobre è il giorno giusto per svegliarsi, stiracchiarsi, uscire di buon umore, comprare i giornali, prendere la B1 fino alla fermata Libia e venire ad ascoltare me che con un nuovo taglio di capelli vi leggerò qualcuna delle mie Mille e una notte.
A voi e ai vostri pargoli, naturalmente.
See you.

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Domenica 27 Ottobre 2013 dalle ore 11:00
viale Libia 186 – 00199 Roma RM
la Feltrinelli libri e musica
Nadia Terranova presenta ai più piccoli Le mille e una notte (la Nuova Frontiera junior)
Qui i dettagli dell’evento.

“Mamma, c’è sempre qualcuno che è contento”

Una cosa che mi piace trovare a Roma sono le pietre d’inciampo (Stolpersteine), perché a un certo punto inciampi in un ricordo e non importa che giorno è, ti fermi e leggi i nomi di persone che hanno abitato in quella casa da cui se ne sono andate non per loro volontà, intuisci dai cognomi e dalle età i gradi di parentela, dalla data e dal luogo di morte se in quel campo di concentramento sono morte insieme oppure no. Ci pensavo oggi, che è il giorno in cui si pensa al 16 ottobre 1943, che le Stolpersteine rispondono un po’ a questa esigenza di scivolare via dalle commemorazioni, dai musei, dai luoghi preposti al ricordo (non ho nulla contro queste tre cose, anzi – è solo che da sole rischiano di svuotarsi). Le Stolpersteine sono a sorpresa sotto i nostri occhi, pronte a farci inciampare come un sampietrino qualunque, senza essere un sampietrino qualunque. (Qui uno scatto che lo dice bene). Ho pensato che a me è così che piace ricordare le cose, mi sembra che solo così abbiano un senso contemporaneo.

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C’è un gran chiasso in questi giorni sul funerale di Priebke. Qualche giorno fa leggevo un’intervista (tanto dolorosa che vorrei sapere come si fa a togliersela dalla testa) alla mamma di Andrea Pazienza. “Mamma, c’è sempre qualcuno che è contento”, dice Andrea a 12 anni alla mamma che gli chiede come mai, disegnando il suo funerale, ha messo qualcuno che ride. Ho pensato che nel mio mondo ideale al funerale di Priebke non c’è nessuno. Non c’è bisogno di sputi, di vandalismo, di chiasso, non c’è proprio bisogno di niente, perché semplicemente a quel funerale nessuno sente il bisogno di andarci. E se proprio c’è qualcuno che non può trattenersi, è come nel disegno del piccolo Paz.

«Un racconto dove mi rivelo completamente sarà un pessimo racconto» e le altre verità di Flannery O’ Connor

Quando ieri Alice Munro ha vinto il Nobel mi è venuta in mente una frase di Flannery O’ Connor: «Qui tutti mi stringono la mano ma nessuno legge i miei racconti». E siccome più volte O’ Connor è stata indicata, anche dalla Munro stessa, come sua maestra, ho pensato al suo Sola a presidiare la fortezza, che a me è piaciuto anche più del più famoso Nel territorio del diavolo. Parlano di letteratura tutti e due, solo che il secondo raccoglie interventi pubblici e il primo lettere private dove si trovano cose tipo «Non sono il Kafka della Georgia. Sono uscita dall’università con le carte in regola ma Kafka l’ho sentito nominare solo alla scuola di specializzazione».
Ecco cosa si trova in queste lettere, piccoli orizzonti di sollievo come l’elogio del rileggersi: «Avrà notato che apprezzo i miei lavori più di chiunque altro. Ho letto “Il negro artificiale” varie volte da quando è uscito, godendone ogni volta come se non avesse a che fare con me. Lo so, non è indice di buon gusto, ma a fare da contrappeso c’è il fatto che scrivo un mucchio di cose illeggibili e che poi ho il buon senso di distruggerle».
Si trova una parola per tutti: «Non ho letto l’articolo sulla Paris Review e tantomeno gli scrittori beat. Non riesco a pensare a niente di peggio che affrontarne la lettura»; «Nutro un profondo disprezzo per le cose che scrive Carson McCullers»; «Hai ragione sul racconto della Welty. È di quelli che più ci pensi e meno ti convincono»; e poi Nelson Algren, che scrive di poveri non sapendolo fare, secondo lei perché «a un americano non è dato scrivere dei poveri come a un europeo» (dite di no? Pensate a Dickens e rovesciando l’assioma a Fitzgerald, e fatevene una ragione).
Se sapete qualcosa di Flannery O’ Connor, sapete come me quelle tre cose che sappiamo tutti: la malattia, i pavoni, il cattolicesimo. Direi di lasciare stare i pavoni, già più che citati altrove. Circa la malattia che la opprimeva e la abitava, penso sia nelle lettere che si capisca fino in fondo la domanda che tocca farsi nel suo caso: «non che malattia ha una persona, bensì con chi la malattia ha a che fare», come scrive Ottavio Fatica nell’introduzione. Ha a che fare con una persona che sta scrivendo un romanzo «ma al momento è talmente brutto che pur di non vederlo scrivo un racconto dietro l’altro». Che del suo aspetto scrive: «Grazie per essersi occupata delle [mie] fotografie. Dato il soggetto, le trovo eccellenti» (niente selfie, nel ’55). Che al suo editor risponde: «Sappia che non ci tengo affatto a lavorare con lei come gli altri scrittori che ha in catalogo. Sono convinta che gli eventuali pregi del romanzo facciano tutt’uno con quelli che lei indica come limiti».
Infine, si diceva, il cattolicesimo. O’ Connor è una scrittrice cattolica che si definisce scrittrice *perché* cattolica, lasciando intendere che non tenerne conto significa non aver capito nulla. Sono abbastanza convinta di non capire nulla di niente e mi dispiace molto non essermi appassionata a quello che lei e critici autorevoli ritengono a ragione la zona centrale della sua poetica. Dal suo cattolico aldilà, o dal mio umano boh, forse mi scuserà per averla amata lo stesso.

Flannery O' Connor, 1947
Flannery O’ Connor, 1947

(La traduzione di tutte le citazioni è di Giovanna Granato per l’edizione minimum fax)

polvere di stelle

Il 28 settembre è morto Carlo Castellaneta. Poche settimane prima avevo trovato su una bancarella uno dei suoi libri di racconti, Polvere di stelle, e l’avevo preso subito, attratta dalla copertina nonché dal fatto che avevo appena finito un altro libro, completamente diverso, ma che raccontava anch’esso una vecchia Milano e mi sembrava di non averne ancora abbastanza.

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Sono racconti brevi, fotografie di nostalgia viva, mai compiaciuta. Sui Bastioni si faceva cabaret racconta uno spettacolo comico su Mussolini e Claretta Petacci pochi mesi dopo la fine della guerra: dietro la risata grezza, volgare, spunta in silenzio un senso di vergogna. In Le donne sono volubili il nostro si fa tanti scrupoli prima di appartarsi con una ragazza, per poi essere scaricato subito dopo e senza troppi complimenti (le donne serie di una volta: sì, quelle che sapevano come farsi i fatti loro e sparire, e lo sapevano già seriamente, appunto). Il bozzetto Le letture è un piccolo omaggio alla letteratura su cui tutti ci siamo formati, quella per ragazzi, con la scoperta di Erich Kästner e Salgari, le avventure di Arsenio Lupin, l’empatia con Un capitano di quindici anni e i pianti per la morte di Némececk nei Ragazzi della via Pal. E ovviamente c’è Milano, ovunque e comunque, sotto le bombe, all’Idroscalo, ai giardini pubblici, nelle domeniche dalla nonna, una Milano che io non conosco, non ho in memoria, e però forse proprio per questo una città di cui amo tanto leggere.
E quindi quando è morto Carlo Castellaneta io avevo questo suo libro sul comodino, che leggevo a saltare, come si leggono i racconti. Anche stanotte ne ho letto uno, poi un altro, poi ho continuato a saltare qua e là fra le pagine finché non mi sono accorta che non ne era rimasto più nessuno e ho capito che lo dovevo salutare.

P.S.
Polvere di stelle è fuori catalogo. Se lo volete, potete comprarne ancora qualche copia in eccedenza di magazzino su amazon, o a minor prezzo sul reminder ibs. Naturalmente approfitto subito per la mia rubrica questuante: speriamo proprio che lo ristampino.

è già bello stare qui

Irrompi in un gruppo di bambini o di ex bambini (c’è davvero differenza?) e chiedi chi era Laura Cantoni Orvieto: vedrai molte facce imbambolate; chiedi di Storia delle storie del mondo e scommetto su quante mani vedrai alzarsi. La mia copia, consunta a forza di riletture, è ancora nella mia vecchia stanza della mia vecchia casa; il nome dell’autrice impresso grazie alla memoria patologica di quando ero bambina (ma avercela ancora, un po’ la rimpiango), che mi ha permesso di lasciarlo trasmigrare negli anni fino a scoprire, da grande, chi era quella Laura Orvieto cui dovevo la scoperta delle storie di Achille e Menelao (alla prima lettura in classe dell’Iliade ricordo di aver pensato: ma è bellissimo, io questi compiti li so già tutti).
Eccola, Laura, milanese, ebrea, borghese, ex ragazzina ribelle e lettrice di nascosto, moglie di Angiolo Orvieto, fondatore del periodico Il marzocco, giornalista prima anonima e poi non più, autrice di libri per bambini spesso ispirati ai classici, libri diversi e divertenti accomunati da un linguaggio comprensibile ma mai impoverito, direttrice – dopo gli anni della guerra –  del periodico illustrato La settimana dei ragazzi, autrice dell’autobiografia Storia di Angiolo e Laura, commovente già nel titolo, almeno per una romanticona come me.
Ecco perché è già bello stare qui, Bruno Ofra Orecchioacerbo e io, nella sestina finalista selezionata per il premio a lei dedicato, starsene in buona compagnia, con un’ottima scusa per parlare di lei, far conoscere la sua vita (ma anche su wikipedia stavolta c’è una buona voce) e il suo archivio, consigliare a quei pochi bambini e ex bambini che non hanno alzato la mano di correre a leggere i suoi libri.

Laura Orvieto
Laura Orvieto

il team autunno e quelle prime domeniche di pioggia

Avantieri sono stata alla Galleria di arte moderna di Roma, dietro piazza Barberini, a far visita a sei scrittori: D’Annunzio, Marinetti, Bontempelli, Ungaretti, Pirandello, Moravia. La mostra si chiama Legami e corrispondenze. Immagini e parole attraverso il novecento romano – un titolo che non vi farebbe capire niente, però la descrizione c’è ed è abbastanza dettagliata: qui. Fatevi questo regalo, non lo dite a nessuno e rifugiatevici per un’ora o quanto volete, è stata prorogata fino al 12 gennaio 2014. La mia stanza preferita: la biblioteca dove sfogliare le edizioni in commercio di tutti e sei gli autori. Il mio quadro preferito: sono indecisa tra un Sironi e un Donghi. Le mie didascalie preferite: quelle di Massimo Bontempelli, che in una frase riesce a riassumere un secolo intero. Il mio rimbrotto: che nella galleria non ci sia una caffetteria – peccato, la vista sui tetti, la domenica grigia intorno e una piccola ricorrenza personale avrebbero meritato anche quella sosta.

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