del pesare, ma anche un po’ del camminare sovrappensiero

Non m’importa nulla degli archivi, e provo nausea per i documenti. L’unico documento sono io: la carta moschicida del ricordo.
Valerio Magrelli, Geologia di un padre, cap. 14

Qualche giorno fa è stato assegnato il Premio Campiello. Della cinquina avevo letto solo il libro che è arrivato ultimo, Geologia di un padre di Valerio Magrelli, che è un libro bellissimo. Ha preso ventuno voti e mi son venuti in mente i ventuno grammi del blaterato film. Non so quanto pesi l’anima e figuriamoci se ho idea di quanto valga un libro, a dire il vero mi confondo anche con gli etti di albicocche («Quanto ne vuole?» «Mah, un cartoccetto…»), quindi sono andata a tirarlo fuori dalla libreria, l’ho sfogliato un’altra volta, l’ho riesplorato ma niente: non son stata capace di trovare l’unità di misura giusta.

Geologia di un padre è un libro che comincia con un altro libro, illustrato e senza parole: l’Uomo di Pofi di Giacinto Magrelli, che è il padre dell’autore, e mi è subito piaciuto l’impatto di cominciare così, con la geologia del figlio che comincia dove finisce la geologia del padre, e questo uomo di Pofi a fare da padre superiore, da padre del padre senza però diventare nonno. E in effetti in questo libro su suo padre dove però l’autore cita anche i suoi figli, questo padre non diventa mai nonno. Forse il libro parla proprio di questo, anche se la cosa che mi è rimasta più impressa è una grande casa in centro, a Roma, che a un certo punto si riempie di scarafaggi, perché tra Kafka e Sigmund faccio sempre la mia scelta.

A volte dopo aver letto le poesie o le prose di Magrelli, indifferentemente, mi torna in mente un a capo e mi sembra di capire una cosa nuova e di vedere diversamente una parola o un insieme di parole (certe parole di Magrelli, la precisione di certi vocaboli, di parole che unisce col trattino – la ricchezza, la festa della lingua, la meraviglia). Con Geologia di un padre mi succede, a mesi di distanza dalla prima lettura, di ripensare a una rima (sì, è una prosa che può permettersi la lussuosa eleganza delle rime), di rivedere un angolo di Roma, di risentire su di me una di quelle rabbie tanto umane di quel padre tanto rabbioso, e capisco o ricapisco all’improvviso. Almeno così mi pare, perché in fondo chi lo sa – chi lo sa qual è l’unità di misura, e di cosa poi, chi lo sa se camminando per Roma o chissà dove senza riuscire a concentrarci su niente, con in testa un libro che non se ne va, chi lo sa se qualcosa, per davvero, abbiamo capito.

valerio-magrelli-geologia-padre

7 thoughts on “del pesare, ma anche un po’ del camminare sovrappensiero

  1. Ho finito di leggerlo proprio ieri. E’ una lettura indispensabile per chi, come te e me, è sempre alla ricerca di luci ancora sconosciute che possano illuminare la figura paterna. E credimi, non passerà, dopo 44 anni posso affermarlo ormai con una certa sicumera.

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