tre dita, dodici secondi, un designer renitente

Dice Bill Gates, quindi, che Ctrl+Alt+Del è stato un errore. Dice che quando tutto si impalla è terribilmente faticoso che per uscire e riavviare servano tre dita, è inutilmente fastidioso che per resettare ci si debba ricordare l’abracadabra. Che ne basterebbe uno solo, sia di tasto che di dito. Che se una cosa è finita è finita e il resto è noia, cioè perdita di tempo.
Eppure dice che in giro ci sono dei groupie della contorsione carpale, gente che si fa autografare le tastiere da David Bradley (il designer che non ha dato a Gates il tasto unico). Senza arrivare al groupismo, dice che c’è gente che se per caso arriva qualcuno a dire “adesso vediamo chi è il primo gonzo che ha pensato alla metafora” quella gente là si vergogna tantissimo di essere la gente gonza, si vergogna tanto che nemmeno lo dice (magari lo scrive su un blog). Sarà, credo, gente affezionata a quei dodici secondi e tre dita attorcigliate in cui ti vedi scorrere tutto il computer davanti – com’era quella cosa del film, quando muori? – che forse non è la metafora di niente, forse è solo una piccola morte, di quelle cui ti sembra di aver bisogno per riflettere su qualcosa, ma tre tasti passano veloci (certo non come un tasto solo, ma veloci abbastanza da esserti fatto la domanda e non esserti dato la risposta) e di quella piccola morte ti dimentichi subito. Almeno fino all’impallo successivo.

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Perché Bolaño è Bolaño

Perlopiù le storie di Roberto Bolaño funzionano così: c’è un personaggio che racconta la sua storia e di solito parte dalla sua infanzia condendola di dettagli che non sembrano avere a che fare con la trama successiva; questo personaggio si parcheggia a ridosso dell’età adulta (diciamo tra i diciotto e i trent’anni), spesso fa lo scrittore o il poeta o l’attrice di film porno o lo spacciatore o il/la delinquente; quindi con meditata leggerezza commette qualcosa di turpe (un omicidio, una rapina, il tentativo di uno dei due) e a causa di ciò diventa grande. A volte il protagonista non commette un delitto ma si limita a registrare il crollo di un suo mito, sia esso uno scrittore famoso che si iscrive ai concorsi letterari di provincia per pagare le bollette, un’attrice più bassa di quanto sembrava nella scena più perfetta di un film perfetto o il boss più temuto di Mosca. Di solito questo mito più che crollare si asciuga, si ritira gradualmente, in una sorta di inesorabile strazio. Una struttura perfetta che si ripete in molti  racconti di Chiamate telefoniche, che a loro volta richiamano la struttura di Un romanzetto lumpen, che tutti insieme formano l’unica morale che si può cogliere dalle storie di Bolaño: per crescere dovrai sbagliare; sbaglierai moltissimo che più non si può; sbaglierai da solo; se hai un eroe, anche se l’hai preso al discount, esso eroe si rileverà inservibile; in ogni caso tu imparerai che pur avendo sbagliato lo sbaglio più grosso della tua vita, in essa tua vita non è cambiato nulla.
Quello che fa di Bolaño Bolaño, però, non mi pare sia ancora questo, almeno non del tutto. Probabilmente non sarei riuscita ad astrarmi dalla logorrea che correva oggi fra i miei vicini di treno se non avessi potuto arroccarmi ridacchiando su frasi come «I cattivi poeti generalmente soffrono come animali da laboratorio, durante la loro prolungata gioventù» o «certe mattine in cui mi sentivo particolarmente ispirato non disdegnavo il nuovo cinema erotico messicano o il nuovo cinema dell’orrore messicano, che sotto sotto erano la stessa cosa».
Ecco cosa fa di Bolaño Bolaño, questo involucro di leggerezza con cui vola su eventi-macigno quando non addirittura su efferati delitti o morti tragicissime; questo suo raccontare con la grazia e la verità degli sbronzi, questo atteggiamento per cui a un certo punto del racconto, proprio quando non capisci dove stia andando a parare, «si mise a cantarmi all’orecchio una canzone da ubriachi che parlava della morte e dell’amore, le due uniche cose vere della vita».

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Novellando a Naxoslegge

Anche quest’anno sarò a Naxoslegge, il festival organizzato da Fulvia Toscano a Giardini Naxos, provincia di Messina (sia detto con un certo orgoglio). Date un’occhiata al programma, agli incontri con gli autori e ai laboratori, qui.
Quanto a me, venerdì 27 settembre dalle 15 alle 17 terrò un laboratorio per ragazzi al Lido di Naxos: Novellando. Laboratorio di scrittura creativa sul genere della novella. Per info e prenotazioni chiamate gli organizzatori ai numeri: 393.6025554 e 338.3694300.

Non siete ragazzi ma volete venire lo stesso? Penso alla baia e non posso darvi torto. Orsù, iscrivete i vostri figli e/o fate capolino anche voi: dopo il duro lavoro editoriale al Lido, ci consoliamo con un tuffo e una granita di gelsi.

Baia di Naxos
Baia di Naxos

come una libreria (ricordandosi di spolverare il Kindle)

Un po’ di tempo fa, quando Babbo Natale mi portò il Kindle, avevo scritto un post che augurava a chi passava di qua di potersi sentire “come un Kindle in una libreria”, insomma estraneo e organico, vecchio e nuovo, a disagio ma pertinente, quelle robe lì.
Da allora il mio affarino elettronico mi ha permesso di leggere alcuni libri in anteprima, alcune edizioni altrimenti introvabili, altre edizioni in lingua originale di cui volevo vedere solo qualche pezzo, eccetera. Eppure quell’augurio oggi non lo rifarei: il mio Kindle, coi suoi venti libri scarsi, nella mia libreria romana si sente piuttosto solo. Dal giorno in cui Babbo Natale mi portò il Kindle avrò speso in tutto quaranta euro di e-book (di cui la metà ricomprati in cartaceo) e *nonvogliopensarequantoperchétuttiqueisoldineancheceliho* di rettangoli di carta. Dal giorno in cui babbo Natale mi ha portato il Kindle, “perché così recuperiamo un po’ di spazio”, ho comprato nove colonne nuove di Billy Ikea e per far loro posto ho dovuto sacrificare un divano e un puff (che considerata la sociopatia che mi affligge è anche una benedizione, non ho posto per gli ospiti).
Fino a ieri mi vergognavo moltissimo. Ma come, perché proprio io? Sarò diventata una di quelle che lodoredellacarta virgola signora mia? Jonathan Franzen si sarà impadronito di me? E allora perché non scrivo anche da dio? Il prossimo passo sarà staccare l’internet e allevare piccioni viaggiatori? Per il mio nuovo libro esigerò la clausola “solo sulle migliori tavolette d’argilla”? Perché continuo a passare furtive ore in libreria nascondendo i pacchetti dietro la schiena appena incontro gli amici con l’Aipàd?
Per fortuna poi ieri mi sono sentita meno sola. Ho letto questo pezzo di Annalena Benini ed è stato, finalmente, un liberatutti.

avevo nove anni, non sono morta e ci sono le prove

Da oggi è on line una nuova rivista che non assomiglia a nessun’altra. Non potrebbe, perché la sua ideatrice e direttrice, Violetta Bellocchio, non assomiglia a nessun’altra persona al mondo. (Non la conoscete? Buhhh. E il suo primo libro non l’avete letto? Buhhh. Rimediate, è questo, rimediate in fretta ché presto ne esce un altro).

Siccome Violetta Bellocchio è “fiction author, non-fiction enthusiast”, questa è una rivista entusiasta di non-fiction che si intitola “Abbiamo le prove” e si sottotitola “Solo storie vere, una donna alla volta”, e se poi volete capire bene-bene di che si tratta vi consiglio di leggere il suo editoriale, che si intitola “Se sei abbastanza grande da prendere botte sei abbastanza grande per fondare una rivista on line”. E poi questa rivista potete seguirla (c’è anche sul tuitter!) e abbonarvi (è gratis!). Che altro? Ah, oggi si comincia. Con una storia vera, appunto. La mia.

del pesare, ma anche un po’ del camminare sovrappensiero

Non m’importa nulla degli archivi, e provo nausea per i documenti. L’unico documento sono io: la carta moschicida del ricordo.
Valerio Magrelli, Geologia di un padre, cap. 14

Qualche giorno fa è stato assegnato il Premio Campiello. Della cinquina avevo letto solo il libro che è arrivato ultimo, Geologia di un padre di Valerio Magrelli, che è un libro bellissimo. Ha preso ventuno voti e mi son venuti in mente i ventuno grammi del blaterato film. Non so quanto pesi l’anima e figuriamoci se ho idea di quanto valga un libro, a dire il vero mi confondo anche con gli etti di albicocche («Quanto ne vuole?» «Mah, un cartoccetto…»), quindi sono andata a tirarlo fuori dalla libreria, l’ho sfogliato un’altra volta, l’ho riesplorato ma niente: non son stata capace di trovare l’unità di misura giusta.

Geologia di un padre è un libro che comincia con un altro libro, illustrato e senza parole: l’Uomo di Pofi di Giacinto Magrelli, che è il padre dell’autore, e mi è subito piaciuto l’impatto di cominciare così, con la geologia del figlio che comincia dove finisce la geologia del padre, e questo uomo di Pofi a fare da padre superiore, da padre del padre senza però diventare nonno. E in effetti in questo libro su suo padre dove però l’autore cita anche i suoi figli, questo padre non diventa mai nonno. Forse il libro parla proprio di questo, anche se la cosa che mi è rimasta più impressa è una grande casa in centro, a Roma, che a un certo punto si riempie di scarafaggi, perché tra Kafka e Sigmund faccio sempre la mia scelta.

A volte dopo aver letto le poesie o le prose di Magrelli, indifferentemente, mi torna in mente un a capo e mi sembra di capire una cosa nuova e di vedere diversamente una parola o un insieme di parole (certe parole di Magrelli, la precisione di certi vocaboli, di parole che unisce col trattino – la ricchezza, la festa della lingua, la meraviglia). Con Geologia di un padre mi succede, a mesi di distanza dalla prima lettura, di ripensare a una rima (sì, è una prosa che può permettersi la lussuosa eleganza delle rime), di rivedere un angolo di Roma, di risentire su di me una di quelle rabbie tanto umane di quel padre tanto rabbioso, e capisco o ricapisco all’improvviso. Almeno così mi pare, perché in fondo chi lo sa – chi lo sa qual è l’unità di misura, e di cosa poi, chi lo sa se camminando per Roma o chissà dove senza riuscire a concentrarci su niente, con in testa un libro che non se ne va, chi lo sa se qualcosa, per davvero, abbiamo capito.

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Il dono dei magi

È in uscita per Orecchio Acerbo un libro meraviglioso, romantico e buffo. L’ha illustrato Ofra Amit, motivo per il quale mi piacerebbe dire che l’ho scritto io tornando insieme sul luogo del delitto (accadrà, accadrà, un po’ di pazienza e accadrà) e invece no, questa volta no, e meno male che l’autore è morto nel 1910 perché sennò sarei un po’ gelosa.

Il dono dei magi di O. Henry è una fiaba d’amore, di quell’amore che arriva Natale e bisogna farsi un regalo, e lei ha capelli così belli che lui vuole assolutamente regalarle una parure di pettini mentre lui ha un orologio da tasca così caro che lei non può proprio rinunciare a regalargli una catenella. E allora lei vende la sua treccia e lui il suo orologio, perché ciascuno deve fare all’altro il regalo più importante, però quando si trovano una davanti all’altro, lei con la catenella per lui e lui con i pettini per lei, lei senza più capelli e lui senza più orologio… Be’, qui mi fermerei e lascerei parlare i disegni di Ofra.

Vi invito a sfogliare, regalare, mettervi in casa questo gioiello. Per quanto mi riguarda c’è già un posto nello scaffale dei libri dicembrini, accanto alle storie dei fantasmi di Jerome K. Jerome, il Natale di Dylan Thomas, il presepio di Luzzati. Se si sopravvive a certi giorni catastrofici, è un po’ merito di certi libri salvifici. Tenetene conto per tempo.

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