il glossario

Stefano D’Arrigo aveva avuto una questione terribile legata al suo libro perché il suo editore, prima di Mondadori, voleva che lui facesse una sorta di glossario alla fine, un glossario dei termini dialettali.
«Non lo faccio il glossario!» Tant’è vero che aveva cambiato editore pur di non fare il glossario. Un giorno, Orazio [Costa] gli disse:
«Sai, Stefano, Andrea ha scritto un bellissimo libro». Era “Un filo di fumo”.
«Oh, fammelo avere, fammelo leggere».
Io gli mandai il libro e… silenzio. Dopo una settimana ci rivedemmo, mi guardò torvamente e mi disse: «Ma ci hai messo il glossario, alla fine».
Dovetti ricucire un’amicizia, perché l’aveva offeso profondamente il fatto che io avessi messo il glossario e lui no, che io non ero stato forte come lui, nella resistenza al glossario.

Camilleri, I racconti di Nenè, Editore Melampo

Stefano D'Arrigo
Stefano D’Arrigo

6 thoughts on “il glossario

  1. I libri in dialetto li trovo… faticosi! Ma perché non scrivere in italiano? Mi pare una forma di snobismo, anche se un po’ alla rovescia. Se pubblichi è per farti leggere da tutti, se lo fai in dialetto ti “nascondi”. Sembra quasi che credano che il dialetto dia più “sapore” alla lettura, renda il libro più “caldo”. Se uno sa scrivere, ci riesce in qualunque lingua. ma forse chi scrive in dialetto, in italiano non ci riesce, o sono troppo cattivo?

    1. Non credo (tranne qualche caso di malafede, certo, che esisterà di sicuro e però adesso neanche mi viene in mente). Le storie o le poesie nascono già con una loro lingua, a volte quella lingua è il dialetto e assume una valenza universale e comunque l’unica possibile in cui raccontare quella storia, quel dettaglio. Pensi a Ignazio Buttitta: riesce a immaginare parole diverse per la sua poesia? Nei suoi libri, editi da Sellerio, c’è il testo a fronte, è vero, proprio perché si tratta di una lingua diversa dall’italiano. Per restare nell’ambito del nostro, invece, ha davvero provato a leggere Horcynus Orca? Non è affatto un libro in dialetto, è un libro in un italiano raffinatissimo che usa a volte dei termini curiosi, dalle radici dialettali. Mi creda, basta un pizzico di fantasia per comprendere comunque il senso della frase, è sufficiente essere immersi nella storia per non porsi neanche il problema – se così non fosse, basterebbe provare a divertirsi giocando a indovinare. Anche incespicare nella lingua è una modalità di lettura. Non dico che quel libro, da me amatissimo, debba piacere a tutti, per carità. Ma ci provi, almeno, e mi faccia sapere.

      1. Proverò. In fondo ogni tanto cerco di leggere anche libri che ritengo non mi piaceranno e a volte vengono piacevolmente sorpreso (solo a volte, purtroppo)!

  2. Per la verità la storia è un po’ diversa: Vittorini propose a D’Arrigo di inserire un glossario in fondo all’estratto dei Fatti della Fera (la prima redazione di Horcynus Orca) da pubblicare sul Menabò. D’Arrigo si arrabbiò talmente che neanche gli rispose. Non si fece trovare in casa e si negò al telefono. Scrisse invece all’amico Zipelli dicendo che quella di Vittorini era “una pazzia, una cretina pazzia”. Alla fine Vittorini fa di testa sua: il glossario lo fa compilare a Giuseppe Cintoli e glielo invia in visione. “Capisci? come se fossi la vedova di me stesso” scrisse ancora D’Arrigo a Zipelli. Preparò allora un telegramma a Calvino pretendendo che assieme al glossario venisse pubblicata anche una nota in cui si dicesse esplicitamente che l’autore si era opposto e si era rifiutato di compilarlo. E così sarà fatto. Quando il numero 3 del Menabò gli venne spedito con su il suo testo, D’Arrigo rispose con un telegramma di cui vale la pena riproporre l’intero testo: “Merda”.

  3. Quindi insomma non cambiò editore: tutto questo casino c’era stato con Vittorini per pubblicare sulla rivista Menabò. Ma Vittorini era già editor Mondadori, che sarebbe diventato l’editore che avrebbe appoggiato incondizionatamente D’Arrigo per i successivi quindici anni.

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