il glossario

Stefano D’Arrigo aveva avuto una questione terribile legata al suo libro perché il suo editore, prima di Mondadori, voleva che lui facesse una sorta di glossario alla fine, un glossario dei termini dialettali.
«Non lo faccio il glossario!» Tant’è vero che aveva cambiato editore pur di non fare il glossario. Un giorno, Orazio [Costa] gli disse:
«Sai, Stefano, Andrea ha scritto un bellissimo libro». Era “Un filo di fumo”.
«Oh, fammelo avere, fammelo leggere».
Io gli mandai il libro e… silenzio. Dopo una settimana ci rivedemmo, mi guardò torvamente e mi disse: «Ma ci hai messo il glossario, alla fine».
Dovetti ricucire un’amicizia, perché l’aveva offeso profondamente il fatto che io avessi messo il glossario e lui no, che io non ero stato forte come lui, nella resistenza al glossario.

Camilleri, I racconti di Nenè, Editore Melampo

Stefano D'Arrigo
Stefano D’Arrigo

bimba col pugno chiuso

Qualche mese fa il solito noto aveva preso una delle sue decisioni soft, di quelle in cui c’è sempre molto spazio per il dibattito: «Vestiti, andiamo immediatamente al cinema». Tanto per cambiare ero lenta, chiedevo qualche minuto, anzi mezzora, anzi non possiamo andare al prossimo spettacolo? Non potevamo. Lo davano solo a quell’ora lì e bisognava andare a quell’ora lì.
Al Nuovo Aquila davano Bimba col pugno chiuso, non avevo idea di cosa fosse e pensai a qualcosa tipo bambini comunisti traumatizzati da genitori comunisti nell’Italia meridionale degli anni di piombo, che essendo un po’ la storia della mia vita tendo a proiettare ovunque. Nulla di tutto ciò, ovviamente.

Trattavasi di documentario su una donna incredibile, Giovanna Marturano. Quasi centenaria, se ne andava in giro per le scuole di Roma a raccontare la sua Resistenza. Era una donna piccina e canuta che terminava ogni frase con: «Ca-pi-to?» chiesto con un tono imperativo, ancora capace di far soggezione (uscendo dal cinema io e il solito noto ripetevamo Ca-pi-to?, Ca-pi-to? cercando invano di imitarne l’appeal, e poi come le cose che scivolano di nascosto nel frasario di due che passano insieme tutti i giorni, in quel frasario c’è rimasto, Ca-pi-to?). Era bellissimo vedere le facce rapite dei ragazzi mentre Giovanna Marturano parlava, noncuranti, lei e loro, delle tre generazioni che li separavano. Ed era bella la scelta di disegnare Giovanna bambina, e di lasciarla interagire con la Giovanna intervistata.

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Dopo il (breve) film, seguì (breve) dibattito con il regista. Sperai che apparisse anche lei, Giovanna, ma purtroppo no: non abitava più al Prenestino, si era spostata in un altro quartiere, le era difficile muoversi.
Prima di uscire non potemmo fare a meno di fermarci al banchetto e comprare il dvd del documentario nonché tutti i gadget: spilletta e locandina. Per essere una bambina comunista, sono cresciuta abbastanza consumista.

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Giovanna Marturano è morta ieri. Quando avevo visto il film avevo pensato che non sarebbe morta mai. Poco fa mi sono avvicinata al solito noto, che sta dormendo. «Oh, comunque grazie», gli ho detto, stando bene attenta che non mi sentisse, sennò avrei dovuto spiegargli quanto sarei più povera senza certi bruschi «Muoviti, andiamo». E se gli dessi questa soddisfazione, la domenica avremmo ben poco su cui litigare.

libri sotto il condizionatore

M’è capitato, intorno a ferragosto, di stare in città con due riletture e un po’ di roba nuova. Per la quarta volta in tre mesi ho riletto Yellow Birds, la cosa più meravigliosa letta negli ultimi mesi, con un incipit che ho quasi imparato a memoria (La guerra provò ad ucciderci in primavera…) l’ha scritta un poeta, anzi no: un ex soldato, anzi no: un ragazzo. Sentite l’autore e leggete il libro nella bella traduzione di Matteo Colombo.

Ho riletto anche La vampa d’agostoche rimane uno dei miei Montalbano preferiti, con la crepa della crisi dei cinquanta(cinque) che fa vacillare il Nostro (e gli fa fare una di quelle che mia nonna chiamerebbe una figura di Papè – non so chi sia Papè, esiste solo in quest’espressione quindi dev’essere un professionista delle figuracce e delle cantonate, potrei essere io) e e un’ultima scena solitaria con un Salvo fragile e umano come non mai (basta! basta! spoiling! alert! anche se di un libro vecchio che avete già visto alla tivvù!).

M’è rivenuta voglia, oltre che per il caldo, perché anche Un covo di vipere, l’ultimo Montalbano, racconta la stessa fragilità (si chiama anche sensibilità allo sciàuro di fimmina) e ho letto un po’ di lettori che si lamentavano perché il libro è bello ma come giallo non è un granché. Caro lettore arrabbiato di Anobii, Ibs o non so più dove, sappi che non si leggono i gialli seriali dei grandi maestri per i gialli, si leggono per ritrovare vecchi amici, luoghi che frequentiamo più di casa nostra, antichi legami e stagionate antipatie, una lingua che siamo avvezzi ad abitare e una storia che ogni volta modifica in parte, ma non troppo, un mondo che conosciamo bene e ci piace così com’è.

Mi hanno regalato un libretto di Michel Foucault. Si intitola Il bel rischio ed è edito da Cronopio in una collana che si chiama Rasoi (idea per chi come me timbra tutto ciò che possiede: nella frontespizio c’è “Nome del proprietario”, due punti, puntini da riempire). Poche pagine, un’intervista sulla scrittura. Ironia della sorte: l’ho letto in una sala d’attesa d’ospedale, con l’aria condizionata a palla, andirivieni di camici, attorniata da pazienti e parenti che si trastullavano con What’s up, si sventagliavano con riviste di pettegolezzi e sbuffavano. Foucault parla dell’essere figlio di medici, del rapporto tra medicina e scrittura, di quanto non si senta scrittore e della necessità per scrivere di postulare che persone, personaggi, critici e lettori siano morti per poter infierire anatomicamente sul loro cadavere:
Capisco, allora, perché la mia scrittura venga percepita come un’aggressione. Si sente che in essa c’è qualcosa che li condanna a morte. In effetti io sono molto più ingenuo di così. Non li condanno a morte. Ipotizzo semplicemente che siano morti. È per questo motivo che sono sorpreso quando li sento gridare. Rimango stupito come un anatomista che sentisse improvvisamente svegliarsi sotto il suo bisturi l’individuo sul quale voleva fare una dimostrazione.

In un sorso mi son bevuta le Lezioni di tango di Anna Mallamo. Dice la fascetta di questo libro che Lezioni di tango è un libro sul tango come Moby Dick è un libro sulla pesca. Dirò solo una cosa non da lettrice, da miracolata: la persona più negata al mondo per il canto e la danza (buongiorno) chiude un libro pensando “ma quasi quasi…”. La notte in cui l’ho letto poi ho sognato tacchi, scarpe, maestri sudamericani, milonghe sullo Stretto di Messina, una roba impagabile.

Un’altra cosa che ho fatto è stata recuperare Downtown Abbey con lettura incrociata di Caitlin Moran su Downton Abbey (Moranthology in italiano ha un brutto titolo, La mia tragica morte prematura… e altre sviste, ma poi quei puntini di sospensione, mah). Vabbè, non ridevo così da boh, non so, da molto tempo.

In questo momento sono a pagina trentanove di Un uomo da niente di Jim Thompson tradotto da Luca Briasco. Per il momento parla di un uomo da niente che ha appena umiliato il suo caporedattore e sedotto una bionda abbandonandola sul più bello. Non do mai consigli di lettura su libri che non ho finito, ma “ora scusate ma devo andare a finirlo subito” credo che valga come consiglio di lettura.

Ché poi non è un post di consigli, è un post che siccome stava passando agosto e l’ultimo post di questo blog era datato 31 luglio e qualcuno (uno che non me ne lascia passare una) mi ha detto: vedi quello che puoi fare con quel blog che sembra abbandonato, sono corsa qua, perché io scoppio di personalità e non mi faccio dire da nessuno quello che devo fare.
Non è un post di consigli perché a parte me e la città vuota (neanche tanto: con la crisi, signora mia) avrebbe dovuto intitolarsi “libri sotto l’ombrellone” e io odio i libri sotto l’ombrellone, perfetto completamento di chi per tutto l’anno «Purtroppo lavoro tanto, non ho tempo di leggere» (perché certo, leggere è una questione di tempo) e l’unica settimana in cui ha tempo «Mi serve qualcosa per staccare il cervello». Dovesse mai consumarsi, a forza di stare tanto attaccato.

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illustrazione di Ofra Amit