“Ma che sa il cuore? Appena un poco di quel che è accaduto”

A quindici anni detestavo Micol Finzi-Contini. Bionda, agile, misteriosa e ricca – tanto amata che qualcuno aveva scritto un romanzo che si reggeva solo su di lei, si comportava in un modo che i critici definivano enigmatico e io urtante. Poi era anche morta, quindi fuori dai giochi, ma ancora luminosa al punto che per risvegliarne il ricordo bastava una gita sull’Aurelia. Per anni mi sono tenuta per me la mia antipatia, tutte le volte che qualcuno tirava fuori Il giardino dei Finzi-Contini come libro del cuore.
L’ho riletto pochi giorni fa, portandomelo in treno dalla Sicilia a Roma per vedere di nascosto l’effetto che faceva, perché riaprendolo mi avevano colpito le prime righe dell’introduzione di Montale («Chi si occupa più dei borghesi in Italia? Probabilmente nessuno») e anche perché avevo appena letto questo post di Andrea Pomella.

Ovviamente a quindici anni non avevo capito niente. Ovviamente no, avevo capito tutto ed era troppo. Lo sfastidio nel tenersi lontana dal mondo, il disinteresse verso il futuro, l’ostentazione di un silenzio solo in apparenza inspiegabile – inspiegabile innanzitutto per l’io narrante che infine cede alla tentazione di attribuirlo alla storia con un altro – tutto ciò che aveva a che fare con un semplice presagio di morte e con il desiderio di libertà che scaturisce dal “niente importa”. Allora non mi poteva e doveva riguardare. A quindici anni la storia della mia vita diceva che ero una sopravvissuta, e che mi serviva dare importanza a tutto.
In treno mi sono fermata in estasi sulla pagina in cui Micol sa tutti i nomi degli alberi e si meraviglia che il suo interlocutore sia così ignorante. Non è che non possa ricambiare il suo amore, semplicemente non c’è bisogno, non c’è motivo. Non l’avrei capito allora, ora è così semplice. Vuole bene all’anonimo narratore (tanto più anonimo ancorché lo si scopre inadatto alla vita propria del romanzo, una volta privato della luce riflessa di lei) ma non desidera che da ciò scaturisca qualcosa. Micol non cerca conseguenze non perché le teme ma perché non servono ad altro che a mettersi fra i piedi nel presente. Difficile accettare che il futuro non sia importante, che quello che rimane è ciò che accade e non ciò che costruiamo, capire che quello che accade è già quello che costruiamo. Difficile se sei una lettrice adolescente che ha bisogno di salvarsi da tutto o anche solo dall’adolescenza stessa, rinunciare con Micol all’antipatica forma di dovere che è il futuro. Molto meno difficile vent’anni dopo – sarà la vecchiaia, l’aver capito che le conseguenze sono una scusa, il sol dell’avvenire un calesse, prendere atto del fatto che di ciò che facevamo perché volevamo andare in una direzione non ricordiamo granché, di quello che è successo e basta ricordiamo tutto.

Ha piccoli grandi colpi di genio Micol, nessuna emancipazione urlata, tutto in lei procede per passi naturali. Il nostro narratore si perde a immaginarla mentre corre al telefono per lui ogni volta. Scopriamo invece che ha la linea diretta in camera («”Per difendere la propria libertà, non c’è niente di meglio che una buona derivazione telefonica. Dico davvero: dovresti fartene mettere una in camera tua. Sai che bottoni chilometrici ti attaccherei, specie di notte!” “E così, adesso tu mi telefoni da camera tua” “Sicuro. E stando a letto, per giunta”. Erano le undici».
Una protagonista che nel 1938 difendeva la pigra, deliziosa libertà di una chat.

Le pagine in cui questa straordinaria protagonista manca (bello come lo dice Montale, quelle in cui «diserta la sua presenza») sono polverose, noiose, ci lasciano affamati; ogni volta che ricompare Micol brilla più di prima. Parlando, scansandosi, facendo passare il suo anticonformismo non per dichiarazioni pompose ma per l’accurato e ostentato gesto di prendere – lei ebrea! E restando magra! – un sandwich con il prosciutto, brilla fino alla brutta tomba del cimitero ebraico. Personaggio complesso, in quell’altrettanto complesso intreccio tra ebraismo e fascismo che Bassani racconta egregiamente, Micol brilla sempre e mai troppo, a leggerla con i giusti occhi.
Rievocando il suo mondo, concluso e sospeso nella memoria, Bassani non ha costruito una favola ma uno specchio. Quel mondo è solo apparentemente il giardino: è Micol, sei tu che finalmente hai il coraggio di guardarla.

[Messina-Roma, sabato 25 maggio 2013:]

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5 thoughts on ““Ma che sa il cuore? Appena un poco di quel che è accaduto”

  1. Che bellezza. Mi hai fatto sentire tutta la malinconia che ti sei riportata dalla Sicilia, trascinata come un trolley blu. Mi è venuta voglia di leggerlo il libro, tanto io son già vecchio.
    Sfastidio poi, mi fai impazzire come parola!

  2. Che bel post, e che bel blog 🙂 e come mi piacerebbe leggere una tua recensione sull’altro libro che appare in foto, Cioccolata a colazione. L’ho letto a 15 anni e l’ho adorato senza averci capito una mazza, però…

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