“e Villa Borghese è ancora un giardino”

Quest’anno insieme ad altri piccoli maestri ho collaborato alla Tribù dei lettori con un incontro in classe sui libri letti dagli ottenni/decenni. Per il premio i bambini hanno votato Rico, Oscar e il mago Ombra (molto carino), ma il mio cuor tifava per Melisenda di Edith Nesbit, cui avevo già accennato.

Siccome so perdere bene, domani pomeriggio [venerdì 31 maggio] alle 17.30 leggerò alcune delle folli storie di Melisenda alla Casina Raffaello, a Villa Borghese, dove quest’anno si svolge la rassegna (qui il programma completo).
Subito prima però, alle 16.30, alla Casa del cinema sempre a Villa Borghese, leggerò anche un paio delle mie Mille e una notte. Le più brevi e divertenti, prometto.

Il tutto finirà quando resterò completamente senza voce. Sarebbe bello se veniste a darmi una mano, ché magari a una certa mi date il cambio.

tribù

P.S.
A proposito delle Mille: qui una chiacchierata su libri miei e altrui con una lettrice e una bimba che mi hanno fatto tante domande difficili; qui una recensione su Internazionale.

P.S. 2
Non facciamo chiudere il Grande Cocomero, che oltre a essere uno dei miei film preferiti è anche un’associazione più che importante. Visti gli esiti di certe petizioni precedenti mi son presa di fiducia: firmate e fate girare, per favore. E fate tutto ciò che è in vostro potere per impedirlo.

“Ma che sa il cuore? Appena un poco di quel che è accaduto”

A quindici anni detestavo Micol Finzi-Contini. Bionda, agile, misteriosa e ricca – tanto amata che qualcuno aveva scritto un romanzo che si reggeva solo su di lei, si comportava in un modo che i critici definivano enigmatico e io urtante. Poi era anche morta, quindi fuori dai giochi, ma ancora luminosa al punto che per risvegliarne il ricordo bastava una gita sull’Aurelia. Per anni mi sono tenuta per me la mia antipatia, tutte le volte che qualcuno tirava fuori Il giardino dei Finzi-Contini come libro del cuore.
L’ho riletto pochi giorni fa, portandomelo in treno dalla Sicilia a Roma per vedere di nascosto l’effetto che faceva, perché riaprendolo mi avevano colpito le prime righe dell’introduzione di Montale («Chi si occupa più dei borghesi in Italia? Probabilmente nessuno») e anche perché avevo appena letto questo post di Andrea Pomella.

Ovviamente a quindici anni non avevo capito niente. Ovviamente no, avevo capito tutto ed era troppo. Lo sfastidio nel tenersi lontana dal mondo, il disinteresse verso il futuro, l’ostentazione di un silenzio solo in apparenza inspiegabile – inspiegabile innanzitutto per l’io narrante che infine cede alla tentazione di attribuirlo alla storia con un altro – tutto ciò che aveva a che fare con un semplice presagio di morte e con il desiderio di libertà che scaturisce dal “niente importa”. Allora non mi poteva e doveva riguardare. A quindici anni la storia della mia vita diceva che ero una sopravvissuta, e che mi serviva dare importanza a tutto.
In treno mi sono fermata in estasi sulla pagina in cui Micol sa tutti i nomi degli alberi e si meraviglia che il suo interlocutore sia così ignorante. Non è che non possa ricambiare il suo amore, semplicemente non c’è bisogno, non c’è motivo. Non l’avrei capito allora, ora è così semplice. Vuole bene all’anonimo narratore (tanto più anonimo ancorché lo si scopre inadatto alla vita propria del romanzo, una volta privato della luce riflessa di lei) ma non desidera che da ciò scaturisca qualcosa. Micol non cerca conseguenze non perché le teme ma perché non servono ad altro che a mettersi fra i piedi nel presente. Difficile accettare che il futuro non sia importante, che quello che rimane è ciò che accade e non ciò che costruiamo, capire che quello che accade è già quello che costruiamo. Difficile se sei una lettrice adolescente che ha bisogno di salvarsi da tutto o anche solo dall’adolescenza stessa, rinunciare con Micol all’antipatica forma di dovere che è il futuro. Molto meno difficile vent’anni dopo – sarà la vecchiaia, l’aver capito che le conseguenze sono una scusa, il sol dell’avvenire un calesse, prendere atto del fatto che di ciò che facevamo perché volevamo andare in una direzione non ricordiamo granché, di quello che è successo e basta ricordiamo tutto.

Ha piccoli grandi colpi di genio Micol, nessuna emancipazione urlata, tutto in lei procede per passi naturali. Il nostro narratore si perde a immaginarla mentre corre al telefono per lui ogni volta. Scopriamo invece che ha la linea diretta in camera («”Per difendere la propria libertà, non c’è niente di meglio che una buona derivazione telefonica. Dico davvero: dovresti fartene mettere una in camera tua. Sai che bottoni chilometrici ti attaccherei, specie di notte!” “E così, adesso tu mi telefoni da camera tua” “Sicuro. E stando a letto, per giunta”. Erano le undici».
Una protagonista che nel 1938 difendeva la pigra, deliziosa libertà di una chat.

Le pagine in cui questa straordinaria protagonista manca (bello come lo dice Montale, quelle in cui «diserta la sua presenza») sono polverose, noiose, ci lasciano affamati; ogni volta che ricompare Micol brilla più di prima. Parlando, scansandosi, facendo passare il suo anticonformismo non per dichiarazioni pompose ma per l’accurato e ostentato gesto di prendere – lei ebrea! E restando magra! – un sandwich con il prosciutto, brilla fino alla brutta tomba del cimitero ebraico. Personaggio complesso, in quell’altrettanto complesso intreccio tra ebraismo e fascismo che Bassani racconta egregiamente, Micol brilla sempre e mai troppo, a leggerla con i giusti occhi.
Rievocando il suo mondo, concluso e sospeso nella memoria, Bassani non ha costruito una favola ma uno specchio. Quel mondo è solo apparentemente il giardino: è Micol, sei tu che finalmente hai il coraggio di guardarla.

[Messina-Roma, sabato 25 maggio 2013:]

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“Vivere si doveva. Ed io per tanto / scelsi fra i mali il più degno: fu il piccolo / d’antichi libri raro negozietto”

“Avevo una città bella tra i monti
rocciosi e il mare luminoso. Mia
perché vi nacqui, più che d’altri mia
che la scoprivo fanciullo, ed adulto
per sempre a Italia la sposai col canto.
Vivere si doveva. Ed io per tanto
scelsi fra i mali il più degno: fu il piccolo
d’antichi libri raro negozietto.
Tutto mi portò via il fascista inetto
ed il tedesco lucro.”

Umberto Saba, Avevo (1944)

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«Lei è Mario Cerne?». Sembra sinceramente stupito. «Come fa a sapere il mio nome?». Sorrido. Sono dentro la libreria Umberto Saba di Trieste da dieci minuti e aspetto una scusa per parlare con il libraio, la scusa non arriva quindi me la vado a cercare. Certo che conosco il suo nome, il suo viso, la sua storia (leggete, guardate qui e qui, per esempio), so che è il figlio di Carlo Cerne, amico e dipendente di Umberto Saba dal 1924 – poi diventato socio per via delle leggi razziali (cioè, del fascista inetto e del tedesco lucro) che impedivano a Saba di essere proprietario di alcunché costringendolo a una finta cessione. Ho letto delle difficoltà di Mario Cerne, della sua cordialità, di come accoglie chi ha tempo e voglia di ascoltarlo. Me l’aspettavo così, con la scontrosa grazia triestina, faccio domande e intanto osservo divertita le sue facce e i commenti sulla gente che ogni tanto entra e poi esce senza neanche un saluto. Non si capacita della maleducazione dilagante, ma sembra considerarla atavica più che contemporanea. (Chissà che quest’ultima considerazione non sia più mia che sua, però).
Chiedo il permesso di fare qualche foto e mi suggerisce il punto esatto in cui l’insegna esterna si riflette all’interno con un curioso effetto spettrale.

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Mi piace il dislivello tra dentro (una piccola stanza in cui l’ovattato silenzio libroso è interrotto da un suono gonfio, quasi acquatico, prodotto da me che calpesto i bozzi del parquet) e fuori (il passeggio rumoroso di una via del centro, dove il rapporto negozi di catena / negozi indipendenti non è schiacciante ma comunque appiattente quanto basta). Parliamo di libri rari e costosi, di ragazzi che ancora li comprano (quando me lo racconta scappa a entrambi una sciocca lucina d’orgoglio nello sguardo, come se quell’amore comunque ci riguardasse), della stranezza di essere pur sempre una libreria e quindi un luogo di commercio e non un museo (sebbene…), e più concretamente e tristemente di subire gli svantaggi dell’una e dell’altro.
Compro tre libri. Un’edizione pregiata con un breve scritto di Saba sulla libreria, un testo contemporaneo con interviste e foto sempre sulla libreria, un romanzo sulla Trieste slovena.
Sono appena arrivata in città. Mi fermerò quattro giorni, quattro giorni decisamente folli e sufficienti ad amarla. Questo però ancora non lo so, mentre stringo il mio pacchetto e gli auguro buona giornata. Dico solo che tornerò a trovarlo.

Trilogia della citta di K.

Scriveremo: «Noi mangiamo molte noci» e non: «Amiamo le noci» perché il verbo amare non è un verbo sicuro, manca di precisione e di obiettività. «Amare le noci» e «Amare nostra Madre» non può voler dire la stessa cosa. La prima formula designa un gusto gradevole in bocca, e la seconda un sentimento.
Le parole che definiscono i sentimenti sono molto vaghe: è meglio evitare il loro impiego e attenersi alla descrizione degli oggetti, degli esseri umani e di se stessi, vale a dire della descrizione fedele dei fatti.

Stasera, discutendo di Agota Kristof da Altroquando con i Librintesta, il mio contributo partirà da questa pagina. Venite.

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