“qualsiasi tipo di fallimento ha bisogno della sua claque”

Siete lì che scendete le scale del parcheggio con i vostri borbottii, le vostre scaramucce, i vostri malumori (“posa quel cellulare, sto parcheggiando” “ma non si era detto che cenavamo insieme?” “senti, lo sai a che ora mi devo svegliare domattina?”). Siete lì una sera come tutte, insieme da un bel po’ di anni, tanti quanti bastano a giustificare quell’espressione là, “da una vita”. Siete all’Atlantico a sentire De Gregori, più o meno come sempre, quando (dettaglio degregoriano: alle 21.29, orario da biglietto: 21.30) *Egli* si materializza coerente con il suo ultimo disco: in versione “quest’anno si parla dell’amore, e punto”. Pur lasciando fuori di scaletta la mia preferita (la canzone dello sputtanamento), addolcisce sonoramente tutti i pezzi, fa squagliare più del solito con la poltroncina a forma di fiore, invita gli astanti a ballare abbracciati (“coraggio, è un valzer!“), conclude addirittura con Can’t help fallin’in love. Vabbè, ci sono La storia, c’è Celestino che va in Africa, ci sono i bambini parvulos con il venditore di crack, ma è chiaro che stavolta non è quello il punto.
Voi due siete sempre lì, un po’ perplessi, un po’ bisticciati e immusoniti, e ogni minuto di silenzio tra un pezzo e l’altro è buono per riattaccare (“spostiamoci, c’è gentaglia” “certo me lo potevi dire che non c’erano posti a sedere”). Siete lì e tutti e due avete in testa una sola domanda, ma perché ci butti addosso tutta questa inadeguatezza, o Principe Innamorato? Perché in questa tua nuova versione 2012/13 hai deciso di farci sentire così inetti, così grulli, così incapaci di provare il Sommo Sentimento, così esclusi dalla tua conquista definitiva?
Siete proprio lì, non vi siete mossi nonostante la gentaglia, il caldo, qualcuno che fuma in barba ai divieti e al fastidio che dà. C’è una manina che sbuca, timida, da sotto il braccio del giubbotto, e tu comunque la afferri, tra un borbottio e l’altro, e ti ci aggrappi, e ci si aggrappa pure lui e un pochino cominciate a sorridere, perché è così che vanno le cose. E allora arriva quella distorsione in più che il Principe mette in ogni tour per pugnalare spensieratamente (vent’anni fa era il mendicante arabo col *cancro* nel cappello), quella genialata atroce per la quale vale la pena uscire dopo una giornataccia, cercare parcheggio, starsene due ore in piedi, battibeccare più del solito.
Perché l’anello resterà sulla spiaggia è sicuramente una delle più perfette frasi dello struggimento d’ammmore ma non dice davvero tutto se dopo averla cantata non ti scappa un ghigno e indicando il pubblico, come chi sa bene che rogna sia litigare per il parcheggio, per la giornataccia, per essere venuti fin là e non è manco un problema suo, aggiungi magnanimamente che se per caso qualcuno lo trova / lo può pure lasciare dov’è.

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3 thoughts on ““qualsiasi tipo di fallimento ha bisogno della sua claque”

  1. E no, allora ho fatto bene a dimenticarmi (volontariamente) del concerto: quella canzone, perchè dello sputtanamento?- sì, quella canzone è bellissima. Come del resto “guarda che non sono io”…

    1. una volta avevo scritto “l’amore che rovescia il sale e non fa una piega… De Gregori, ma basta sputtanarmi così!” e di lì blabla. (Ma tutto quest’album è bellissimo, no?)

      1. ah, capisco, come sempre le belle canzoni s’intrecciano alle nostre vite come glicini ribelli…
        sì, è davvero un album fresco di canzoni intense.

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