Lizzy e Darcy, i disfunzionali prediletti del mondo

Tra una settimana Orgoglio e pregiudizio compie duecento anni, però sembra proprio un ragazzino.

«Devo confessare che ritengo Elizabeth la creatura più deliziosa mai stampata e non so proprio come farò a sopportare quelli a cui non piacerà» scrive Jane Austen alla sorella il giorno dopo la pubblicazione. Come per ogni capolavoro che si rispetti il travaglio era stato faticoso: dalle trattative con l’editore l’autrice era uscita con un certo malcontento («Egerton paga 110 sterline. Ne avrei volute 150, ma non potevamo essere entrambi soddisfatti») e prima ancora c’era stata la solita storia di rifiuti e riscritture (la prima versione era tornata al mittente senza neanche essere stata degnata di una lettura). Un mese dopo, in un’altra lettera, Austen rincara la dose:  «La sua predilezione per Darcy ed Elizabeth mi basta», taglia corto parlando della nipote, «Se vuole può anche detestare gli altri personaggi». Vedeva giusto. Tra film, fiction, musical, fumetti e adattamenti di ogni tipo, la coppia di Orgoglio e pregiudizio non è più solo la prediletta dell’autrice e dei suoi parenti, è diventata la prediletta del mondo intero. La signorina Bennet e il signor Darcy sono usciti dal salotto della famiglia Austen per invadere il nostro: basti pensare all’Inghilterra quando andò in onda lo sceneggiato della BBC con Colin Firth, le strade si svuotavano e le famiglie si riunivano davanti al televisore come da noi forse solo ai tempi di Rischiatutto. Se poi c’è qualcuno che pensa ancora che quello austeniano sia un culto di genere, farebbe bene a leggere questo libro di William Deresiewicz in cui l’autore – sì, un uomo – racconta come Orgoglio e pregiudizio l’abbia aiutato a mettere a fuoco dove stava sbagliando con la ragazza con cui usciva.

Partiamo da Elizabeth, detta Lizzy. È prima di tutto una secondogenita, come Jo di Piccole Donne, come lei non è particolarmente bella né elegante, ama leggere, adora un’angelica sorella maggiore. Ma le creature di Austen invecchiano meglio di quelle di Louisa May Alcott. Se papà e mamma March erano impastati di giudiziosa melassa dickensiana, i Bennet sono tutt’altro che rassicuranti: lei intrisa di volgare invadenza e ossessionata dall’accasare le sue ragazze prima e meglio delle figlie delle amiche, lui ironico e acuto quando è al sicuro nella sua biblioteca ma inetto e succube della moglie nel quotidiano.

La poveretta, dunque, vive un nucleo familiare disfunzionale e contemporaneo: genitori imbarazzanti, nevrotici dentro casa e ossequiosi in società, e in più sorelle minori capricciose e frivole. Eppure è una di loro, Lydia, a dare il guizzo risolutivo alla storia, scappando a Londra con un ufficiale mascalzone. Con quel gesto viola tutti i codici di un ingessato universo da salotto: prima fugge infangando l’onore della famiglia, poi, con il matrimonio riparatore, rimarca definitivamente la zitellaggine delle maggiori. In visita alle sorelle, si offre di aiutarle a trovare marito ostentando una bontà che suona come la beffa dopo il danno. Nella forza con cui Elizabeth la detesta, tutte le Elizabeth del mondo ritrovano l’invidia per chi riesce a campare splendidamente sul proprio egoismo; tanto lei quanto Lydia sono piene di difetti che la loro creatrice si diverte a portare alle estreme conseguenze. Quando si alza il sipario su di loro i personaggi austeniani sono sempre piccoli, e non solo sotto il profilo anagrafico: semplicemente non sono ancora inciampati nella loro prima occasione di crescita e, trovandoli impreparati e presuntuosi, quell’occasione finisce per travolgerli. Per Lizzy e Darcy l’uragano è l’improvvisa fuga della sorellina di lei con l’ufficiale detestato da lui, e tutto ciò proprio mentre loro, i prediletti, stanno mettendo a dura prova la propria attrazione con equivoci e figuracce. La più sbagliata proposta di matrimonio della storia della letteratura, cioè la prima dichiarazione di Darcy a Lizzy, suona antipatica non perché Darcy fa notare all’amata tutti i suoi difetti a partire dalla sgradevole famiglia in cui è nata (ha ragione), ma perché è evidente che quello è un facile colpo basso, per uno che ha un padre ricordato da tutti come “tanto una brava persona” e una madre scialba e anch’essa defunta. Son bravi a sentenziare sui genitori degli altri, quelli che tengono i propri in una cornice ovale spolverata dalla governante.

Austen, intitolando Prime impressioni la primissima e giovanile versione del manoscritto, sceglieva un titolo forse meno efficace ma altrettanto azzeccato di Orgoglio e pregiudizio. Le prime impressioni di Lizzy e Darcy sono sbagliate non per un qualche inganno di apparenze ma perché prodotte da personaggi la cui acutezza è saccente e acerba, la cui capacità nel riconoscere l’amore in sé e nell’altro è quella di due ragazzini disadattati. E nel frattempo, con la sottile soddisfazione di una tiranna, cioè di una grande romanziera, Austen lascia intendere che ne sa ben più dei suoi protagonisti su come va il mondo e funzionano i sentimenti. Mentre i personaggi sembrano brillare nei dialoghi scoppiettanti di cui l’autrice è maestra, lei li colpisce nel loro tallone d’Achille, dove l’orgoglio e il pregiudizio fanno più male, costringendoli a scendere a patti con l’antagonista che più disprezzano, a riconoscere la crepa più dolorosa in un’apparente inossidabilità. Uno dopo l’altro cadono tutti: Darcy ammette di essere cresciuto come un rampollo viziato, il signor Bennet di aver vissuto nell’indolenza, Elizabeth di non averne mai azzeccata una. Perfino Lydia fa marcia indietro sulla sua tracotanza e finisce per questuare Lizzy, finalmente signora Darcy, implorandola di non dimenticarsi di lei e dello stato di relativa povertà in cui si ritrova a vivere con l’effimero maritino. Ecco che come al solito i personaggi di Orgoglio e pregiudizio ci somigliano più di quanto vorremmo: sono fragili, sbagliano di continuo, conoscono la vergogna e l’umiliazione, cambiano idea. E si sentono soli. Darcy non ha familiari a cui chiedere consiglio e per Elizabeth sarebbe stato meglio non averne (Helen Fielding, per rispettare fino in fondo la sua ispirazione austeniana, avrebbe dovuto chiudere il primo Diario di Bridget Jones non con «fa’ come ti dice tua madre» ma con «fa’ esattamente il contrario»).

Nonostante il finalone più che lieto, non sono affatto sicura che la nostra coppia prediletta abbia poi resistito alla noia della vita di provincia o a un banale tradimento. So solo che a un certo punto Lizzy e Darcy scoprono di essersi sbagliati praticamente su tutto e non possono confessarlo a nessuno se non l’uno all’altra. Su una coppia che s’innamora in circostanze del genere, io continuo a scommettere.

frontespizio di pride and prejudice

8 thoughts on “Lizzy e Darcy, i disfunzionali prediletti del mondo

  1. Che bellissimo post. Da quotare in tutto.
    E come te resto sempre basito da chi reputa la Austen una scrittrice di romanzi rosa. Cioè… dai! Ha una tale intelligenza, una tale visione e un’ironia talmente grande che… vabbè. Adoro Jane!

  2. Ottima analisi della famiglia Bennet! ^_^
    Aver preferito una famiglia reale ad una ideale ne ha fatto un esempioi sempre valido, allora come oggi, ma non stupisce l’esito del ritratto familiare se si riconosce alla scrittrice il suo primo impareggiabile talento, quello di osservare e conoscere l’animo umano.
    Bellissimo post dove ritrovo il mio pensiero, in trepida attesa del grande evento!
    Un caro saluto da una janeite imperitura 😉

  3. “Nonostante il finalone più che lieto, non sono affatto sicura che la nostra coppia prediletta abbia poi resistito alla noia della vita di provincia o a un banale tradimento.”

    Non ne era sicura nemmeno JA, visto che nel capitolo finale di “Mansfield Park” scrisse: “Che altre penne si soffermino su colpe e miserie. Io abbandono questi odiosi argomenti non appena posso, impaziente di riportare tutti quelli non troppo colpevoli a un tollerabile grado di benessere, e di farla finita con tutto il resto.”

  4. “Son bravi a sentenziare sui genitori degli altri, quelli che tengono i propri in una cornice ovale spolverata dalla governante”

    Con questa frase hai definitivamente conquistato la mia sempiterna stima.

  5. Credo proprio che il fascino imperituro di Jane Austen, e di questo romanzo in particolare, stia nel campionario di varia umanità che l’autrice, forte di un’abbondante dose di amabile perfidia (sì sì, la sottile soddisfazione di una tiranna!), mette in scena con dovizia di particolari (imbarazzanti, solitamente), tant’è vero che davanti alle pagine di O&P ci sembra di stare davanti ad uno specchio della nostra stessa anima e di quella del mondo intorno a noi.
    Come mi piace dire sempre, Miss Austen è un genio assoluto perché è riuscita, attraverso un microcosmo minuscolo, “two inches wide”, a superare qualunque limite, quello del tempo, quello dello spazio, e quello di genere.

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