Addio a una scienziata [im]perfetta (Torino, 22 aprile 1909 – Roma, 30 dicembre 2012)

«La mancanza di complessi, una notevole tenacia nel perseguire la strada che ritenevo giusta e la noncuranza per le difficoltà che avrei incontrato nella realizzazione dei miei progetti mi hanno enormemente aiutato a far fronte agli anni difficili della vita».

rita levi fiocco

«A me era toccato in sorte di avere due cromosomi X e di essere nata in un periodo nel quale essere uomo o donna significava il potenziamento o la repressione delle naturali doti intellettuali del singolo».

rita e paola levi montalcini

«Comunicai a mia madre la mia decisione di riprendere a qualsiasi costo gli studi e di iscrivermi a medicina. Lei mi incoraggiò a discuterne con papà. Ritengo che quando timidamente il giorno stesso gli chiesi se dopo cena potevo parlargli, fosse già stato messo al corrente dalla mamma. Rispose che potevo farlo anche subito. Iniziai un po’ da lontano dicendogli che non sentivo alcuna vocazione per la vita matrimoniale e per la maternità».

rita levi bn

«Considerato il lungo percorso, quello di coetanei colleghi e delle giovani reclute che si sono affiancate a noi, credo di poter affermare che, nella ricerca scientifica, né il grado di intelligenza né la capacità di eseguire e portare a termine con esattezza il compito intrapreso siano i fattori essenziali per la riuscita e la soddisfazione personali. Nell’una e nell’altra contano maggiormente la totale dedizione e il saper chiudere gli occhi davanti alle difficoltà: in tal modo possiamo affrontare problemi che altri, più critici e più acuti, non affronterebbero».

rita levi redStamattina, davanti a una casa con un grande balcone sul verde, Roma ha salutato Rita Levi Montalcini. Tenendomi stretta quei minuti di silenzio composto, nell’attesa e poi nell’addio, posso sottovoce lasciar finire un altro anno.

a tua moglie, ma pure a te, e a te, e a te.

Una volta qualcuno mi ha detto che quando facciamo un sogno siamo tutti i personaggi, non solo il protagonista a cui abbiamo affibbiato un nebuloso, onirico *io*. Mi ricordo d’aver pensato che è quello che succede con i migliori libri, film e storie, quelli che non dimentichiamo mai più. D’aver pensato per esempio che con tutto l’affetto per la pregiudiziosa Lizzy e l’orgoglioso Darcy di Orgoglio e pregiudizio io mi son sempre sentita più quel padre sarcastico e pigro che guarda il mondo dalla poltrona della sua biblioteca, convinto di sapere tutto della vita mentre la vita lo sta fregando alla grande.
Nei Mariti delle altre di Guia Soncini difficile dire di quale personaggio non abbiamo mai avuto traccia (non solo attorno a noi, dico proprio dentro, anche solo per cinque minuti): il tradente ovvero il marito dal pessimo carattere, la tradita ovvero l’eroina d’una tragedia ridicola, la tradinnescatrice ovvero l’altra, la sfasciafamiglie, quella che rovina matrimoni altrui finché, dopo che lui lascia la moglie, si ritrae con un «Eh ma io no» degno della miglior Stefania Sandrelli in C’eravamo tanto amati. Pensavo, leggendo, che non conoscevo una sola persona cui tutti e tre questi personaggi non avrebbero detto qualcosa senza chiedere permesso, dunque sotto forma di pugno nello stomaco o colpo alla schiena, e che perciò non avrei avuto dubbi su cosa regalare a Natale più o meno a chiunque. Pensavo che è vero, in certe storie siamo i personaggi ma anche gli oggetti e i luoghi: la chiesa del funerale dove le donne si guardano storto per legittimare chi sia la vedova del morto, la moglie o la concubina (no, non in un Sud di inizio secolo scorso ma in un Centronord urbano di un paio di decenni fa, probabilmente anche sotto casa tua in questo momento), l’elegante casa in centro con dettagli mobiliari kitsch che urlano “provincia” più di qualsiasi accento, il fondotinta in eccesso sulla pelle di nostra madre, le tapparelle in luogo di persiane in un appartamento da neoscapolo durante una fuga triste e breve come il papato Luciani.
La costellazione della triade dei Mariti è fatta dei riferimenti musicali, cinematografici e sociali di chiunque legga (se ce li ha perché ce li ha, se non ce li ha perché gli vien voglia di appuntarseli e rimediare): la migliore Monica Vitti, la Laura Morante di Turné, Scirocco e Madame Bovary di Guccini, Macramè di Fossati, Petraeus e la sceneggiatura di corna che la cronaca ci ha appena regalato. E poi le risate, il ghigno che scappa per forza ricacciando nello stomaco quel pianto amaro che farete finta di ignorare salvandovi finché potete, fino, diciamo, all’ultima pagina. Un libro vero sulle corna, vostre, di vostro padre, di Ugo Tognazzi non potrà mai essere né stucchevole né melodrammatico, perché chiunque le abbia attraversate almeno una volta (cioè chiunque, punto) sa che il loro elemento più autentico è il ridicolo. Lo sarebbe, stucchevole e melodrammatico, se volesse raccontare il tradimento e il dolore come uno s’immagina che debbano essere raccontati, non come sono per davvero. Se conoscete Nora Ephron (citata in una conversazione all’inizio del libro) sapete già di quanta ironia è capace una genia cornuta; se leggete il libro di Soncini saprete di quanta ironia è capace una genia figlia di cornuta (paracitazione ma basta: mica posso anticipare tutto).
E insomma mentre mi coprivo lo sghignazzo con una mano e mi asciugavo le lacrime con l’altra sapevo che qualsiasi riga avessi provato a buttar giù sarebbe stato niente in confronto alla delizia di due notti d’insonnia e una mattina rubata per centellinarmi la lettura, e che però due cose almeno le avrei volute dire. Intanto, che in un mondo letterario di ringraziamenti a fine libro rivolti a mariti e mogli definiti pazientissimi (e tu sei lì che pensi: sai le corna che ti ha fatto nel frattempo), la dedica “A tua moglie” è il miglior biglietto da visita del secolo. La seconda è che i libri di Soncini io li ho letti tutti, perché di solito quando mi piace o non mi piace qualcosa e non so perché lei è lì che me lo spiega, ma questo libro qui – mi bullo di averlo sospettato da prima di leggerlo – è il più nudo, il più imbarazzante, quello che lo finisci e non vuoi più pensarci ma proprio “nun se leva”, il più candidamente offensivo, quello che ogni due minuti salti su e “mica dirà a me” e invece sempre sì, il più duro, il più bastardo a tradimento e quindi senza ombra di dubbio il più bello di tutti.

mariti altre

(in libreria il 9 gennaio;l’ebook in tre puntate per gli impazienti)

Bruno e Napoli

Bruno ha vinto il Premio Napoli 2012, sezione libri per bambini e per ragazzi.
Qui un breve video sulla premiazione e qui un articolo sul Corriere del mezzogiorno.
Su questi schermi invece una foto dall’archivio privato delle autrici, poco prima della cerimonia al teatro Mercadante.

nadia terranova ofra amit napoli 2012

 

più libri, più Bruno, du’ cosette

* Il 19 novembre 2012 facevano settant’anni dalla morte di Bruno Schulz. Ho raccontato il festival di Drohobycz su IL, il mensile del Sole 24 ore, di novembre: è on line qui.

* Domani comincia Più libri più liberi. È la fiera più sgarrupata dell’editoria italiana, e anche quella a cui sono più affezionata. Vivo a Roma da quando è nata e non c’è stato un solo anno in cui non abbia fatto anche solo una capatina, più o meno in tutte le vesti (stagista, standista, freelance, scrittora, everygirl). Quest’anno mi trovate con i tipi di Sonda.

GIOVEDÌ 6 DICEMBRE

Ore 11,00 – 12,00 Sala Smeraldo (I  piano)
Zoomafie. La criminalità organizzata che sfrutta gli animali. Con Nadia Terranova autrice del romanzo Storia d’agosto, di Agata e d’inchiostro.
Interviene Ciro Troiano, criminologo e responsabile dell’Osservatorio nazionale zoomafia LAV.

Ore 12,00 – 13,00 
Firmacopie presso il nostro stand (D19) di Nadia Terranova, autrice di Storia d’agosto, di Agata e d’inchiostro.

“tante sono, suppergiù, le ragioni dello scrivere. Una di più – ma forse una di meno (non ho contato bene) delle ragioni per tacere”

Esordire dicendo che vorrei parlare di una domanda stupida mi provocherebbe l’immediata antipatia di venticinque lettori pronti a obiettare che non esistono domande stupide, quindi parliamo di una domanda che, seppure intelligentissima, genera quasi solo risposte stupide: “Cosa significa per te scrivere?”.
Scrivere significa scrivere. Non molto altro, e niente di molto diverso da quello che accade con qualunque altro lavoro. Se sei un medico, di diverso in maniera rilevante succede che mediamente guadagni di più e che quando dici che lavoro fai nessuno ti fa un’altra domanda («Ah, bello. No, ma intendevo di mestiere?») o ti dice che pure lui una volta ha scritto un libro tanto tempo fa (sogno un mondo in cui: «Maddai, il chirurgo? Una volta anch’io ho operato mia zia!»).
Tapparsi dentro casa, rinunciare un po’ a tutto, darsi una scadenza, vederla saltare, darsene un’altra, darsi la scadenza dell’editore, veder saltare quella dell’editore, ridarsene un’altra, tornare sui propri passi, ossessionare quelle due o tre persone che ti vogliono un po’ di bene («hai letto? ti è piaciuto? mando? scusa se ti disturbo, hai cinque minuti? hai letto?») finché non te ne vogliono più neanche loro, litigare con moglie/marito perché osa esistere mentre tu sei sotto pressione, combattere con quelle creature inenarrabili che sono i tuoi datori di lavoro, cioè gli editori – su cui andrebbero aperti molti capitoli a parte: più o meno, va così, come per tutti i bulimici di tutti i lavori del mondo. Molto prima del dolore di ravanare dentro di sé (che poi, se uno vuole fare questo mestiere, che altro si aspettava? Pettina’ le bambole?), c’è il dolore della scoliosi da computer e sedia sbagliata. Prima dello sguardo sul mondo (non scherziamo troppo, però: quello sguardo è merce rara e va tenuto stretto), c’è lo sguardo lesso, miope e astigmatico davanti al monitor, con riserva di collirio alla bisogna.
Quindi, perché uno scrive? In una delle migliori ipotesi perché sa fare solo quello, di solito l’ha capito quasi subito in un’età in cui sono ancora permesse risposte sognanti, convintissime, auliche, ridicole come “per raccontare il dolore del mondo” o fintamente noncuranti come “per rimorchiare le ragazze”.
Quando poi diventi grande e lo fai di mestiere di risposte te ne restano al massimo un paio, e comunque le hanno già dette prima e meglio. Io di solito uso I hate writing, I love having written della sempresialodata Dorothy Parker. E se proprio dobbiamo andare più a fondo, c’è Mavis Gallant: Non so ancora cosa spinga un individuo sano di mente ad abbandonare la terraferma e passare tutta una vita a descrivere persone che non esistono. Se non lo sa lei a cosa servono tutti ‘sti personaggi inventati, figuriamoci io. Però so una cosa: la maggior parte di loro è più simpatica di quelli che rispondono serissimi alle domande stupide.