l’elefantiasi del girasole, il caffè alla cannella, le ciarle sull’asse Roma – Tel Aviv [Bruno, Ofra, io, Drohobycz e quello che rimane]

Un immenso girasole, issato sullo stelo potente e malato di elefantiasi, aspettava nel suo lutto giallo gli ultimi tristi giorni della propria vita, incurvandosi sotto l’ipertrofia della sua mostruosa corpulenza. Ma le ingenue campanule di periferia e i semplici fiorellini di percalle rimanevano impotenti nelle loro rigide camicine bianche e rosa, incapaci di comprendere l’immane tragedia del girasole.*

Lo sapevo e lo sapeva pure Ofra, anche se non c’eravamo mai state: i campi attorno a Drohobycz sono pieni di girasoli. Lo sapevo, però mentre il pullman da Lviv attraversa la Galizia Orientale sto ugualmente così, a bocca aperta con il naso schiacciato sul finestrino.

A luglio mio padre partiva per la cura delle acque e mi lasciava con mia madre e mio fratello maggiore in pasto alle giornate estive arroventate e abbacinanti. Inebriati di luce, sfogliavamo il gran libro delle vacanze, le cui pagine avvampavano tutte di sole e avevano nel fondo la polpa, dolce fino alla nausea, delle pere dorate.*

Sono sicura che Jakob Schulz andava a Truskavets, la cittadina termale che Bruno cita spesso, a pochi minuti di pullman (oggi) o di carrozza (ieri). Il mio albergo è lì. Tutti i giorni, per una settimana, farò avanti e indietro da Drohobycz. Per una settimana fra il teatro, la biblioteca, le grandi sale dell’università, tutto il mondo sarà Bruno Schulz.

Per una settimana, prima dell’ultimo giorno, quello in cui io e Ofra presenteremo il nostro libro, mi godo il festival. Concerti, commedie, mostre, tavole rotonde di traduttori e studiosi: mi piace bighellonare con i miei nuovi amici, confrontarmi in tutte le lingue conosciute (molte a me sconosciute) scoprendo in quanti e quali modi si possa parlare di Bruno. E scoprendo i suoi luoghi in quella cittadina da cui non si mosse quasi mai, in cui è ambientata l’intera sua cosmogonia, quella cittadina dove ogni strada è un racconto, anche se il quartiere ebraico non esiste più e al suo posto c’è una piazza enorme e vuota, come – mi spiegano – accade di frequente in Polonia e dunque anche in quella Galizia Orientale oggi ucraina che un tempo era polacca. In quasi ogni città vicino al centro c’è una grande piazza, dove il ghetto è stato raso al suolo. La casa della primissima infanzia di Bruno non esiste più, ma c’è ancora quella in via Florianska. Dalle finestre qualcuno starà deridendo la scema di turno che scatta l’ennesima fotografia.

È ancora in piedi anche Villa Landau, dove Bruno passò gli ultimi mesi di vita, costretto dal nazista Felix Landau ad affrescare la camera dei bambini.

Gli affreschi oggi si trovano in Israele ma ce n’erano copie in mostra a Villa Bianka, un altro luogo schulziano, verosimilmente la casa della Bianca dei racconti. Per esempio ecco la strega dei Grimm targata Schulz: pare fosse identica all’amante di Landau. Brrr.

La prima volta me lo sono ritrovato davanti all’improvviso, l’incrocio dove Bruno è stato ammazzato, appena uscito dallo Judenrat durante quel Giovedì nero di novembre.

Dietro la lapide c’è un parco silenzioso, poco più su alcuni negozi. Il primo giorno del festival qualcuno aveva messo dei fiori, ma di solito la gente cammina veloce e abituata, com’è forse logico che sia. Di fronte c’è il miglior bar della città. Si chiama Bruno e fanno un caffè alla cannella meraviglioso.

Dentro, sulle pareti, un disegno e la riproduzione di un manoscritto di Bruno. Ofra ha immaginato che quello del nostro libro, bambino, vi si sedesse dentro, creando questa immagine meravigliosa.

Le rubo anche quest’altra, anche per onorare il fatto che mentre io ero qui a scrivere queste ciarle lei era a Tel Aviv che scriveva le sue (leggetele e guardatele) senza che ci fossimo date appuntamento, e lei ha postato poco prima di me e io, come spesso mi capita guardando i suoi lavori, ho fatto WOW. Ne ho fatto anche un altro per la coincidenza, ma è una cosa scema e quindi fate finta che non l’ho scritta.

* dalle Botteghe color cannella, Einaudi, traduzione di Anna Vivanti Salmon.

P.S. E la presentazione? Eh. C’era Alfred Schreyer, 91 anni, l’ultimo allievo di Schulz. Devo dire altro?

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