accade domani: Graziani, Affile e i nostri centoventisettemila euro

Quando l’undici agosto scorso il comune di Affile, provincia di Roma, ha inaugurato il coso (chiamatelo mausoleo, chiamatelo sacrario, chiamatelo obbrobrio architettonico coi nostri centoventisettemila euro) a Rodolfo Graziani, mi trovavo in montagna lì vicino, in un posto a cui voglio bene da anni (buon cibo, buon vino, boschi verdi, ambiente protetto per scrivere, vicinanza a casa). Credo di aver fatto una faccia orrenda, credo di aver detto bleah un miliardo di volte, per i primi cinque minuti mi sono comportata come Stella sul Corriere di oggi esorterebbe a fare: mi sono indignata. Poi siccome reputo l’indignazione uno dei sentimenti più noiosi e innocui che esistano, ho cominciato a chiedermi che fare (come chiedevano i russi, che la sapevano lunga). Niente: l’opzione di immediata preferenza restava ivi recarsi e smantellare con le mie mani l’obbrobrio.
Pochi giorni dopo mi è arrivata una email collettiva di Igiaba Scego che chiedeva di riflettere insieme. E nel frattempo il NY Times, e la BBC, e El Paìs, e l’interrogazione parlamentare dell’on. Touadi del PD e il primo suon di bombolette. E intanto questa mailing list che dava forma alla prima, naturale decisione: portare il dibattito in un posto che ci piace e renderlo pubblico.
E spero che sia MOLTO pubblico, che veniate in tanti, perché il tempo è passato, ho letto, ho studiato, ci ho riflettuto, giuro, ma confesso di essere ancora ferma all’opzione di prima preferenza. No, non mi è venuto in mente niente di meglio che andare a smantellare. Sono una persona semplice, io. Ma son mingherlina, sono il sesso debole, sono sola e non godo di protezioni speciali, insomma non riuscirei a finire il lavoro prima di finire in gattabuia con chiavi buttate e allora amen, protesta vanificata. Mentre voi, che siete più intelligenti e strateghi di me, avrete di certo un’efficace strada alternativa. Venite a suggerirla.

Via San Francesco di Sales, 5
1 ottobre 2012
Orario:

dalle ore 17.00

Ingresso libero fino a esaurimento posti

Mausoleo per Rodolfo Graziani

Giornata di approfondimento intorno all’avvenuta costruzione del MAUSOLEO PER RODOLFO GRAZIANI ad Affile, nel Parco Radimonte, nelle ultime settimane diventato un caso di cui si è occupata la stampa nazionale ed estera. Riflessioni sulle polemiche per la dedica di un sacrario nel paesino romano a Graziani, ministro della Guerra della Repubblica sociale e accusato di crimini di guerra in Africa negli anni ’30.
Sono presenti: ALESSANDRO TRIULZI e IGIABA SCEGO.
Iniziativa a cura del Circolo Gianni Bosio in collaborazione con IRSIFAR, ANPI, FIAP, ANEI e ANED

l’elefantiasi del girasole, il caffè alla cannella, le ciarle sull’asse Roma – Tel Aviv [Bruno, Ofra, io, Drohobycz e quello che rimane]

Un immenso girasole, issato sullo stelo potente e malato di elefantiasi, aspettava nel suo lutto giallo gli ultimi tristi giorni della propria vita, incurvandosi sotto l’ipertrofia della sua mostruosa corpulenza. Ma le ingenue campanule di periferia e i semplici fiorellini di percalle rimanevano impotenti nelle loro rigide camicine bianche e rosa, incapaci di comprendere l’immane tragedia del girasole.*

Lo sapevo e lo sapeva pure Ofra, anche se non c’eravamo mai state: i campi attorno a Drohobycz sono pieni di girasoli. Lo sapevo, però mentre il pullman da Lviv attraversa la Galizia Orientale sto ugualmente così, a bocca aperta con il naso schiacciato sul finestrino.

A luglio mio padre partiva per la cura delle acque e mi lasciava con mia madre e mio fratello maggiore in pasto alle giornate estive arroventate e abbacinanti. Inebriati di luce, sfogliavamo il gran libro delle vacanze, le cui pagine avvampavano tutte di sole e avevano nel fondo la polpa, dolce fino alla nausea, delle pere dorate.*

Sono sicura che Jakob Schulz andava a Truskavets, la cittadina termale che Bruno cita spesso, a pochi minuti di pullman (oggi) o di carrozza (ieri). Il mio albergo è lì. Tutti i giorni, per una settimana, farò avanti e indietro da Drohobycz. Per una settimana fra il teatro, la biblioteca, le grandi sale dell’università, tutto il mondo sarà Bruno Schulz.

Per una settimana, prima dell’ultimo giorno, quello in cui io e Ofra presenteremo il nostro libro, mi godo il festival. Concerti, commedie, mostre, tavole rotonde di traduttori e studiosi: mi piace bighellonare con i miei nuovi amici, confrontarmi in tutte le lingue conosciute (molte a me sconosciute) scoprendo in quanti e quali modi si possa parlare di Bruno. E scoprendo i suoi luoghi in quella cittadina da cui non si mosse quasi mai, in cui è ambientata l’intera sua cosmogonia, quella cittadina dove ogni strada è un racconto, anche se il quartiere ebraico non esiste più e al suo posto c’è una piazza enorme e vuota, come – mi spiegano – accade di frequente in Polonia e dunque anche in quella Galizia Orientale oggi ucraina che un tempo era polacca. In quasi ogni città vicino al centro c’è una grande piazza, dove il ghetto è stato raso al suolo. La casa della primissima infanzia di Bruno non esiste più, ma c’è ancora quella in via Florianska. Dalle finestre qualcuno starà deridendo la scema di turno che scatta l’ennesima fotografia.

È ancora in piedi anche Villa Landau, dove Bruno passò gli ultimi mesi di vita, costretto dal nazista Felix Landau ad affrescare la camera dei bambini.

Gli affreschi oggi si trovano in Israele ma ce n’erano copie in mostra a Villa Bianka, un altro luogo schulziano, verosimilmente la casa della Bianca dei racconti. Per esempio ecco la strega dei Grimm targata Schulz: pare fosse identica all’amante di Landau. Brrr.

La prima volta me lo sono ritrovato davanti all’improvviso, l’incrocio dove Bruno è stato ammazzato, appena uscito dallo Judenrat durante quel Giovedì nero di novembre.

Dietro la lapide c’è un parco silenzioso, poco più su alcuni negozi. Il primo giorno del festival qualcuno aveva messo dei fiori, ma di solito la gente cammina veloce e abituata, com’è forse logico che sia. Di fronte c’è il miglior bar della città. Si chiama Bruno e fanno un caffè alla cannella meraviglioso.

Dentro, sulle pareti, un disegno e la riproduzione di un manoscritto di Bruno. Ofra ha immaginato che quello del nostro libro, bambino, vi si sedesse dentro, creando questa immagine meravigliosa.

Le rubo anche quest’altra, anche per onorare il fatto che mentre io ero qui a scrivere queste ciarle lei era a Tel Aviv che scriveva le sue (leggetele e guardatele) senza che ci fossimo date appuntamento, e lei ha postato poco prima di me e io, come spesso mi capita guardando i suoi lavori, ho fatto WOW. Ne ho fatto anche un altro per la coincidenza, ma è una cosa scema e quindi fate finta che non l’ho scritta.

* dalle Botteghe color cannella, Einaudi, traduzione di Anna Vivanti Salmon.

P.S. E la presentazione? Eh. C’era Alfred Schreyer, 91 anni, l’ultimo allievo di Schulz. Devo dire altro?

[“come lo devo chiamare? Leopoli? ‘Lvov? ‘Lviv? Ma la verità è che per me sarà sempre e solo quell’aeroporto dove verrà a prendermi un autista col cartello, che è una cosa che ho sempre visto succedere solo agli altri”]

6 settembre 2012 – 12 settembre 2012: nella città di Bruno Schulz al festival su Bruno Schulz a parlare con Ofra Amit del nostro libro su Bruno Schulz.
Qui il programma completo del festival. Chiudo la valigia, ciao.