una cosa che succede a teatro

Questo weekend a Roma, al teatro Belli, succede questa cosa qui, e ci vanno di mezzo anche due miei brevi testi. Da qualche parte nel pubblico, domenica, ci sarò pure io.

OFFICINA TEATRALE

Laboratorio di drammaturgia

a cura di Rodolfo di Giammarco

ottobre 2011 – maggio 2012

V edizione

Mise en espace

In collaborazione con

Accademia Nazionale d’Arte Drammatica “Silvio d’Amico”

Teatro Belli, Roma

1-2-3 giugno 2012 ore 21,00

L’Officina Teatrale tende come sempre a testare sulla scena le scritture prodotte dai corsisti dei due consueti e annuali quadrimestri di incontri e laboratori condotti da Rodolfo di Giammarco con la collaborazione di Laura Novelli, e quest’anno l’esperimento di spettacolarizzazione dei brevi atti unici composti rispettivamente nel primo e nel secondo quadrimestre ha stimolato un confronto più diretto degli anni scorsi con l’Accademia Nazionale d’Arte Drammatica “Silvio d’Amico”,

fornendo a tutti gli effetti la materia scritta per un’esercitazione di allievi attori e allievi registi dei tre anni di corso dell’Accademia (cui sono stati affiancati alcuni diplomati dell’Accademia stessa). La struttura scelta è stata quella di una serata unica, replicata tre volte, comprendente un primo tempo con una sequenza degli atti unici sviluppanti il tema del primo quadrimestre (“Quando hanno ragione i più giovani”), e un secondo tempo legato al tema del secondo quadrimestre (“La tenerezza che scandalizza. I disturbati che hanno poesia”). Un repertorio di frammenti ideati da venti-trentenni per una formazione di attori-registi più ventenni che trentenni.  

TEATRO BELLI

Piazza di Sant’Apollonia, 11  00153 Roma             

06 589 4875      

Biglietto prezzo unico € 5,00

I TEMPO

(“Quando hanno ragione i più giovani”)

  • ·         VIA DI QUI, di Antonio Santoro, tratto da «Mamma verrà»

con Serena De Siena e Paola Senatore (I anno)

a cura di Francesca Caprioli (allieva regista I anno)

  • ·         LUI E LEI, di Nadia Terranova

con Giorgia Visani (attrice diplomata ANAD)

 e Paolo Minnielli (I anno)

a cura di Samuele Potettu (allievo regista I anno)

  • ·         LE ONDE, di Simone Ranucci

con Andrea Paolotti (attore diplomato ANAD) 

e Giuliana Vigogna (I anno)

a cura di Vittoria Sipone (allieva regista I anno)

  • ·         CARAMELLE, di Matteo Festa

con Simone Borrelli e Xhulio Petushi (I anno)

a cura di Manuel Capraro (allievo regista I anno)

  • ·         LA MARMOCCHIA,  di Virginia Vassura

con Vittoria Faro e Chiara Mancuso (III anno)

a cura di Manuel Capraro (allievo regista I anno)

  • ·         NESSUN DORMA, di Flaminia Chizzola

con Gabriele Abis, Simone Borrelli, Francesca Pasquini e Stefano Scialanga (I anno)

a cura di Manuel Capraro (allievo regista I anno)

II TEMPO

(“La tenerezza che scandalizza. I disturbati che hanno poesia”)

  • ·         TORNAMI, di Rosalinda Conti

con Maria Pilar Fogliati,  Alen Marin e  Giulia Salvarani (I anno)

a cura di Vittoria Sipone (allieva regista I anno)

  • ·         AMAMI DA MORIRE, di Antonio Santoro,  tratto da «Nera è la notte»

con Serena De Siena e Laurence Mazzoni  (I anno)

a cura di Manuel Capraro (allievo regista I anno)

  • ·         SENZA TUTTO, di Nadia Terranova

con Giulia Carpaneto, Federica De Benedittis, Lucrezia Gagnoni, Mariasilvia Greco e Giulia Salvarani (I anno)

a cura di Francesca Caprioli (allieva regista I anno)

  • ·         IL PRIMO BACIO, di Simone Ranucci

con Andrea Paolotti (attore diplomato ANAD) 

e  Eleonora Pace ( I anno)

a cura di Vittoria Sipone (allieva regista I anno)

  • ·         A ME PIACE PENSARE, di Virginia Vassura

con Giorgia Visani (attrice diplomata ANAD)

e Francesco Tribuzio (I anno)

a cura di Samuele Potettu (allievo regista I anno)

  • ·         POI, di Matteo Festa

Con Francesca Caprioli e Laurence Mazzoni ( I anno)

A cura di Francesca Caprioli (allieva regista I anno)      

  • ·         FREE, di Flaminia Chizzola

con Gabriele Abis,  Alberto Melone e Stefano Scialanga ( I anno)

a cura di Samuele Potettu (allievo regista I anno)

Esercitazione degli allievi del I anno del Corso di Regia  dell’ Accademia Nazionale d’Arte Drammatica “Silvio d’Amico”

la vita è quella cosa che succede ai tuoi libri, nel frattempo

* Bruno è finito in un altro libro: i Cento libri che ti cambiano la vita curato da Romano Montroni. L’ha portato Francesco Cataluccio che racconta le Botteghe di Bruno Schulz e cita il lavoro mio e di Ofra Amit.

Bruno è anche tornato a Fahrenheit, stavolta come libro consigliato e lì l’ha portato Silvana Gandolfi, che presentava il suo (bellissimo) Club degli amici immaginari.
E poi è stato in due posti dove l’ho portato io: a Torino, per un firmacopie al Salone del libro, e quindi a Osimo, sulle verdi colline in provincia di Ancona, ospite della libreria Il mercante di storie e di centinaia di bambini delle elementari e delle medie.

* Agata è in libreria e mentre ero a spasso per l’Italia mi metteva di buonumore trovarla sorridente fra le novità del settore ragazzi. Giovedì 31 maggio sarà con me alla sua prima presentazione al Maxxi alle 14.00 in occasione della Tribù dei lettori.
Ha avuto anche la sua prima recensione: è di Andrea Storti ed è qui.

* Caro diario ti scrivo… invece era in Basilicata e io non lo sapevo. Ha vinto il premio Mariele Ventre, giuria dei ragazzi, sezione 12-16 anni e quello che mi rende felice è che lo hanno votato loro. La premiazione sarà il 2 giugno a Muro Lucano.

Mentre i miei libri facevano tutte queste cose, io ne avevo in valigia un altro che leggevo e sottolineavo e sospiravo, e poi l’ho presentato ieri alla libreria Altroquando, insieme all’autore e a Umberto Rossi e ai librintesta. Si chiama Carbonio, l’ha scritto Michele Governatori di cui ho letto quasi tutto ma questo è il migliore, ma proprio di gran lunga. La storia non la riassumo, ci sono le recensioni e la quarta a farlo meglio di me. Dico solo che certi dialoghi tra Elia e Silvia avrei voluto scriverli io (per quanto Elia mi facesse incazzare, e per quanto Silvia mi facesse incazzare, e forse proprio per quello). E sulle ultime righe mi s’è fermato un po’ il respiro, tanto era bella e lucida la scrittura e immobile e ineluttabile il finale. Ma forse son io, che sono fatta male. Leggetelo e ditemi se sbaglio.

#maggiodeilibri #valigiadeilibri e altre cose divertenti che non farò mai più [ma solo fino alla prossima volta]

La mattina, con il loro trolley rosso, giravano le scuole d’Italia (dunque, vediamo, in meno di un mese furono: Milano_Genova_Parma_Roma_LAquila_Firenze_Bari_Palermo_Napoli), incontrando ragazzi, parlando di libri e storie e narrazioni incoraggiati dal ministero, seguiti da Repubblica.it (cose così; oppure questo qui, per dire, m’ha fatto venir lacrimuccia), supportati da chi li riprendeva (video così, ecco) e da un ufficio stampa tuttofare barra angelo custode.
Il risultato furono: migliaia di regazzini incontrati, classi intere ad ascoltare e prendere appunti e sempre fare domande e alzare mani e voler fare lo scrittore o il disegnatore e chiedere quanto si guadagna e come si fa e perché.
E questo risultato lo raccontiamo nei diari e il mio lo sapete qual è (upgrading, eh, ché a girar tanto ma tanto non riuscivo a scrivere sempre in bilico fra rotaie e spostamenti).
E poi ci fu tutt’un backstage, (del principio ne dissi qui), che certi giorni sembrava di stare in gita scolastica, con quelle battute tormentoni che se le racconti non fanno ridere ma mentre le vivi ti sembra non ci sia altro orizzonte e sai che te le porterai dietro anche quando arriverà quel giorno, che non lo sai che sarà così malinconico, cioè lo sai ma non ci vuoi pensare. Quel giorno tipo questo che sei tornata a casa tua ed è bello e gemütlich e finalmente dormirai tre notti consecutive nello stesso letto e nella stessa città, però che nostalgia. Quella di riguardare certe foto, e sorridere, e pensare che anche se sei cotta e distrutta, nessuno ti toglie dalla testa che ne è valsa la pena.

Palermo. “Troppo presto per l’aperitivo”.

L’Aquila. Ripartire dai colori.

I regali che ti fanno gli illustratori, nessuno mai.

Palermo. Matrimoni misti?

E cià, e alla prossima.

Starring:

muà
Kiakkio
Igi
Brunella
Dani
Linda
Gabrio

la differenza fra me e il trash (loving Tiziano)

Ieri sono andata al concerto di Tiziano Ferro all’Arena di Verona. Il biglietto, assieme alla sua compagnia, mi era stato generosamente regalato per il mio compleanno da una delle mie più care amiche. Cosa abbiano in comune una gucciniana – io – e una fossatiana – lei – è semplice: Tiziano. Mai e poi mai ci incontreremo sul terreno del cantautorato: ognuna delle due è convinta che il cantautore dell’altra sia un cantautore minore che ha finito di dire quello che doveva dire molti anni fa; ognuna delle due cita il suo in libri, video e post sui social network, ognuna si tiene le proprie fissazioni e la propria solitaria devozione. Su Tiziano invece siamo d’accordo, da quel giorno che mi telefonò dicendo: “Oh, ho visto lo speciale su De Andrè. Il migliore è quel tipo, Ferro”, lo stesso giorno che su Facebook orde di indignados tuonavano: “ma insomma, che vergogna, Tiziano Ferro a sporcare il Faber”. (Il fan club del buon De Andrè è un incrocio fra una cosca mafiosa e una campo scuola di mullah; essi lavorano per farne dimenticare la memoria: piuttosto che imbattermi in quell’espressione venata di pathos che si dipinge loro sulla faccia ogni qualvolta se ne evoca il nome, preferisco non citarlo nemmeno per sbaglio). ‘Nsomma, io Tiziano lo conoscevo da un bel po’, da quella notte di dieci anni fa in cui ero anch’io giovane e confusa e passando per sbaglio dalla piazza della mia città in cui c’era un suo concerto alzavo il sopracciglietto e facevo bleah. Peccato che quella stessa notte, tornata a casa un po’ ubriaca e un po’ scema, sedetti al Mac accendendo quel vecchio programma di messaggeria senza riuscire a togliermi dalla testa che “la noia quella sera tuonava scalpitava” e che seduta alla mia chat chiamavo “200 principi” mentre io ero “la daaaama del castello”. Non ricordo se fu merito di quella notte, ma l’’anno dopo mi ritrovai con un fidanzato nuovo in una città nuova e una vita nuova. E io e il serissimo fidanzato, che come ci eravamo ritrovati insieme proprio non ce lo sapevamo spiegare, vivemmo insieme a non so quanti milioni di persone quell’estate di case libri auto viaggi fogli di giornale, inaugurando la nostra stagione di testi che parlano sempre di due che si lasciano, materia in cui Tiziano ha sempre occupato ruoli di primo rango.
E insomma, ieri al concerto mentre facevo revival di quei primi capolavori (come avevo potuto dimenticare “ma il sesso è un’attitudine, come l’arte in genere” o Xverso in cui alla fine “all’inferno ci vai tu”? Quello che adoro, e l’ho già detto ampiamente nel mio Tizionario è quella felicissima capacità di cantare l’amor carnale, dato che non ci innamoriamo di scienziati morti, mi pare) e mi godevo due ore di show, travestimenti, una voce meravigliosa, momenti del migliore (l’unico?) pop italiano, già formulavo qualche battuta fulminante che mi salvasse dalla noia del “Ma come, tu al concerto di Tiziano Ferro? Ma che schifo, ma bla bla bla”. Non c’è niente da fare: Niccolò Ammaniti sarà sempre uno scrittore giovane anche se viaggia verso il mezzo secolo, Tiziano Ferro sarà sempre il cantante cui tutti gli sfigati di oscuri e fumosi concerti con quattro persone in piedi si sentiranno in diritto di dare dello scemo, come se loro cantassero versi migliori di “ad avvicinarci nel tempo ormai sono i danni, non sono più gli anni” o “l’allegria mancata poi diventa amore”. Mi tocca sorridere, e dire che va bene, è come dicono loro, è che mi piace il trash. Del resto altrimenti non li frequenterei, loro e i loro racconti di serate dove si “poga” in posti sudici: ecco cosa vorrei aggiungere, ma magari poi si offendono.

from Sicilia to Bruno (domeniche e talismani)

Qualche giorno fa uno dei miei editori mi ha spedito le copie del nuovo libro, quello travestito da romanzo per pulzelli che sta per arrivare a casuccia mia e a breve in libreria.

Intanto, sempre qualche giorno fa, qualcuno mi ha mandato via email una recensione del libro precedente. Succede spesso, ogni tanto io e l’editore (o meglio, io e Paolo Cesari, che ha seguito tutta l’avventura editoriale di Bruno) ci perdiamo le segnalazioni, poi qualcuno caritatevolmente informa e nel migliore dei casi invia. Sono passati quattro mesi da quando è uscito e sono successe un po’ di cose, da Fahrenheit all’incontro con Grossman, dal documentario sulla Deutsche Welle all’omaggio a Schulz alla Biblioteca Europea con Cataluccio, e poi scuole, biblioteche, fiere, librerie: ho parlato di Bruno ovunque mi abbiano invitata e la cosa più riuscita per me è che ovunque chi non conosceva Schulz ha voluto conoscerlo, che in quasi tutte le librerie on line, accanto alla scrittina *chi compra questo libro ha comprato anche* oggi accanto al mio libro compare quasi sempre Le botteghe color cannella.

“Certo, sarà un libro difficile” commentavano tutti, un libro che parla di vita e di morte e che vuole farlo in maniera diretta anche con i bambini. Incontrare le scuole, soprattutto le elementari, che avevano lavorato sul libro e mi accoglievano con pensieri, disegni, riflessioni, canzoni, è stato sorprendente. Questo “libro difficile” ha quasi esaurito la prima tiratura ed è già stato venduto in Spagna, dove uscirà per A buen paso il prossimo anno. L’agente dice che l’editore spagnolo ne è entusiasta, e sapeste io. Eppure, anche se a cinque mesi un libro è già editorialmente vecchio, qualcosa mi dice che non ha ancora smesso di dire quello che deve dire. “Bruno è un maratoneta e ha appena cominciato”, mi ha detto qualcuno sintetizzando quello che penso, o meglio che spero.

E insomma, qualcuno mi ha mandato questa recensione, che è uscita sulla Sicilia il 28 aprile. Di solito, per Bruno, non ho messo le recensioni sul blog, la rassegna stampa completa è qui dove deve stare. Però ieri, quando l’ho letta, m’è venuta voglia di condividerla, perché, lo ammetto, m’ha un po’ commossa. E perché oltre che del libro parla un po’ anche di me e allora ecco, mi piacerebbe che mi facesse da talismano fra Bruno e Agata.

quella volta che sono stata a Pavanarma

(milanogenovaparma, maggio dei libri, valigia dei libri, prime tre tappe, in the mood –  qui c’è il mio diario ufficiale, di seguito invece un po’ di backstage)

Che questo mese sarebbe andata così lo sapevo, che a me stare in giro piace lo sapevo pure, che mi sarei svegliata la mattina pensando: tutto bene, devo solo ricordarmi dove ho dormito e localizzare dove sono, poi prendo il caffè e vado a incontrare una scuola, e pure questo lo sapevo bene.
Va così, un giorno dopo l’altro, e ogni tanto ci scappa un giro all’acquario di Genova o uno sbraco sui prati della Pilotta a Parma.

In tutto ciò, c’era qualcosa che volevo appuntarmi e prima che mi dimentico me lo segno qua. Tipo che mentre parlavo con Francesco Chiacchio e Brunella Baldi m’è venuto fuori quello che penso degli illustratori: “siete come dei prestigiatori”; per me che son negata, vedere come in due minuti ti abbozzano una situazione è una specie di stupor mundi.
(Per me che sto scrivendo il Romanzo da un centinaio di anni, anche – ma questa è un’altra storia, questa è una cosa che non c’entra, e poi ora sto finendo, ma ora sul serio, tsk tsk).

Ed ecco, mentre parlavo di Guccini (io? ma dai, l’avreste mai detto?), cos’ha tirato fuori Francesco:

Di cui è previsto un seguito calcistico, di cui vi anticipo il sibillino fototrailer:

Insomma, volevo dire che è una bella sfacchinata, ‘sto viaggio dei libri, una di quelle cose che sarebbe bello fare a vent’anni in stile Almost Famous con un furgoncino Westfalia, dormendo all’addiaccio e mangiando in chioschi aperti anche la notte. Invece di anni ne abbiamo un po’ di più e ci dobbiamo accontentare di Trenitalia, alberghi di fortuna e ristoranti tipici. Ma noi scrittori siamo gente semplice, ci divertiamo anche così.

un mondo di carta

Il ventisei aprile, su Repubblica, è uscita un’intervista a Marino Sinibaldi. Parla di libri, di mondi e uomini di carta. A un tratto c’è un cenno alla letteratura per ragazzi e vi si affaccia un bambino dalla testa grossa che mi par di conoscere.

Un mondo di carta

Intervista a Marino Sinibaldi – Nello Ajello – La Repubblica

“Così sta finendo un’epoca, i libri non sono più un bisogno” .Per oltre un decennio Marino Sinibaldi, direttore di Radio tre, ha curato una delle trasmissioni più autorevoli dedicate ai libri, Fahrenheit. Ogni giorno, scrittori, critici, librai, esperti di marketing discutono sullavalidità d`un genere letterario, salutano bestseller o denunziano flop senza rimedio. A Sinibaldi, appunto, rivolgiamo alcune domande a proposito della salute del libro, oggi, in Italia. Partiamo da una constatazione. Molti del mestiere sembrano concordi nel denunziare una grave crisi del mercato editoriale. Fa notizia l`assottigliarsi, negli ultimi mesi, del numero dei “lettori forti”, cioè di quella élite che acquista e legge più di dodici libri l`anno. Si tratta d`una fascia di popolazione numericamente modesta, ma che assume rilevanza all`interno di un paese, il nostro, mai molto brillante in materia. Nell`ultimo trimestre del 2011, gli acquirenti di libri sarebbero calati, in Italia, del 10 per cento rispetto allo stesso periodo dell`anno precedente. È un trend al ribasso che appare confermato dal primo trimestre dell`anno in corso.

Sono qui a domandare a lei, Sinibaldi – una persona per la quale mi figuro che il “lettore forte” sia un interlocutore consueto – come interpreta simili dati. «Intendiamoci sull`aggettivo “modesto”, attribuito alla minoranza dei lettori “forti”. Se essi davvero ammontano ai cinque o sei milioni di cui parlano le statistiche, si tratta di un dato assai significativo, tale da poter fare la fortuna di ogni programma televisivo, degno cioè di rispetto ed orgoglio, in un momento in cui accade intorno a noi qualcosa di epocale, di apocalittico, Di leggere i libri sta venendo meno il tempo. Peggio: sembra che non ce ne sia neppure bisogno».

Ecco un dato che può apparire consistente: la mancanza di tempo. «Le riassumo una telefonata che ho ricevuto durante una trasmissione. Era al microfono un`ascoltatrice torinese, tutta contenta perché aveva appena avuto modo d`incontrare alcuni dei suoi scrittori più amati citava ad esempio Yehoshua sui quali aveva captato qualche notizia in rete. Sprizzava soddisfazione. Però poi mi confidò che di quegli autori non aveva mai letto un libro. “Me ne è mancato il tempo!”, cercò di spiegarmi. Lei era un`interlo cutrice matura. Consideriamo ora un ragazzo o una ragazza, consueti frequentatori di social network, blog, serial televisivi. Potranno mai trovare il tempo da dedicare alla lettura? Insisto: a un giovane di questo tipo, attivo, istruito e impegnato, di leggere un libro viene meno la necessità. Quella esperienza di conoscenza del mondo, di nozione dell`altro, di rapporto con il diverso, che noi di un`altra generazione faticavamo a conquistare leggendo libri, costoro la raggiungono attraverso tecnologie che escludono la lettura».

Non negherà che, in questo modo, qualcosa essi vengono a perdere. «Certo, gli viene meno qualcosa di enorme: la profondità nel tempo e nell`interiorità che solo i libri possono darci». 

E di questa perdita soffrono? «Lo escludo. Sono all`altezza dei tempi, e lo sanno. A me, venuto al mondo nel 1954, cresciuto in una famiglia operaia “Oggi la necessità di conoscenza viene appagata con le nuove tecnologie” “C`è anche un problema di tempo: la nostra società ne ha sempre meno e leggere lo richiede” senza libri, della loro comparsa nella mia vita mi toccò far tesoro. Vedevo in essi l`unico modo che mi consentisse di conoscere il mondo. Di mantenermi alla sua altezza».

L`indipendenza dal libro è un progresso o il suo contrario? Il dubbio è fatale. «Me lo chiedo anche io. Con la dovuta umiltà, mi sembra però giusto che in ogni epoca vengano salvati valori vecchi, ma anche che si debbano trovare valori nuovi».

La crisi del libro è un fenomeno mondiale. Ma esiste, secondo lei, una particolare ottica italiana per valutarla? «Due circostanze aggravano, qui da noi, il quadro. La prima è la debolezza di cui, non da oggi, soffre la lettura a livello nazionale. Da ultimo, è come se il bisogno di storie, e in genere di conoscenza, fosse stato requisito e inghiottito da altrimedia: in primo luogo dalla televisione».

Ma la tivù non esiste anche in Francia o in Gran Bretagna? «Certo che esiste. Ma, affacciandosi in quei Paesi, vi ha trovato un`abitudine popolare alla lettura, che da noi faceva difetto. Noi abbiamo avuto, inoltre spero di poterne parlare con il verbo al passato – un ceto politico che ha rivendicato l`incultura. Ecco perché, ricordando la cifra di “lettori forti” che si presume ancora esista in Italia, l`ho considerata un dato assai rispettabile. Anche da altri indizi, comunque, il nostro paese appare beneficiario d`una serie di miracoli. Siamo pieni di festival, le biblioteche eroicamente resistono…».

Che impressione le fa il libro elettronico? La spaventa? «Per ora mi sembra soltanto un episodio di marketing. Tutto va bene, comunque, purché la gente legga. Se il libro come noi lo conosciamo ci verrà conservato non è – io penso – per le ragioni un po` elitarie che spesso vengono addotte o invocate: il profumo della stampa, il gusto tattile, le copertine preziose. La sua forza è nel fatto di essere e restare un oggetto moderno. E` mobile, sta dovunque, lo apri e ci sei giàdentro. Non ha bisogno di essere connesso, non corre il rischio – tanto per accennare a un nostro incubo ricorrente che “non ci sia campo”».

Ci sarà dunque ancora un libro nel futuro della gente? «Non è detto. Segnalerei però due elementi augurali. Ecco il primo: la letteratura per ragazzi mi sembra, qui in Italia, un settore di alta qualità: guardi per esempio questo libro su Bruno Schultz che sta qui sul tavolo. Non lo trova splendido? Secondo elemento: per quanto io personalmente provi a frequentare la rete, i social network e tutti i possibili new media, la vastità di esperienze, la profondità, la curiosità, l`autenticità che offre la lettura non la trovo altrove. Se l`uomo di domani vorrà usufruire di questi privilegi, sarà costretto a leggere. Ma lei dovrebbe parlare con questi viventi del futuro, non con me. Io sono un uomo di carta».

Un antico editore, Arnoldo Mondadori, sosteneva che la crisi del libro è antica quanto l`invenzione della stampa. Secondo lei può progredire il mondo senza libri? «Possiamo solo constatare che esso è progredito in maniera decisiva in compagnia di tanti libri. Ma poi mi permetta di essere apocalittico e insieme progressista: credo che sia possibile progredire anche senza libri. Mi dia dieci anni di tempo. Dovrà pur uscire un libro che mi spieghi in che modo ciò potrà succedere».