Il diario di Mariapia. Una nonrecensione.

Ci sono Fausto, Mariapia, Iris. Poi ci sono anche Cesare, Marta, infermieri, medici, la dottoressa Varese. Ma ci sono soprattutto Iris, Fausto, Mariapia. Mariapia è la mamma di Fausto ed è morta di cancro nel 2006. Questo è il suo diario. Fausto e Iris e Monica Samassa raccontano una storia, “quella dei più”.
Io sono andata a vederlo a Roma, al teatro Sala Uno, venerdì due marzo duemiladodici.
Sono passati  tutti questi giorni perché volevo trovare le parole giuste. Non volevo essere stucchevole né retorica, uno si dice sempre che non vuole esserlo quando scrive. Non è vero. Volevo disperatamente essere stucchevole e retorica, perché io a quello spettacolo ho pianto. Perché certe volte uno vorrebbe tutta la stucchevolezza e tutta la retorica, perché se esistono ci sarà un motivo, e questo motivo è che a volte servono. Era una di quelle volte.
Ho riletto il testo un’altra volta questo pomeriggio. Avevo pensato di scrivere una recensione solo attraverso le citazioni ma stavolta, senza teatro, non sarebbe interessante né utile.
Sul palco c’erano Fausto, Mariapia, Iris e i fatti miei, i fatti di tutti. A volte i fatti di uno solo sono i fatti di tutti. Era una di quelle volte.

La storia, nel bene e nel male, è quella dei più. Una famiglia normale. Una donna che non vorrebbe morire, ma che non potendo fare altrimenti cerca di farlo meglio che può. E non è facile, ed è sufficiente ad un dramma. Il contesto, per contro, non è drammatico. Nessuno dei personaggi toccati dalla tragedia aggrotta le ciglia, la tragedia non lascia posto al formalismo, è quel che è, si ride e si piange, la vita continua anche quando sta per finire.Quello che cerchiamo di portare in scena è una festa del teatro e una sfida alla recitazione. Morire è dare piano piano l’addio alle cose che sapevamo fare. Diventar grandi attori è conquistarsi l’economia. Se noi non riusciamo più a muoverci, ad avere una vita sufficientemente autonoma, a parlare bene, a pensare bene, siamo ancora persone? Se noi facciamo lo stesso in scena siamo ancora attori? Pensiamo di sì, ma non lo diamo per scontato, è il lavoro che stiamo facendo. Qualcosa che abbiamo trovato nella scrittura e che stiamo cercando di seguire.

La pièce comincia con uno spettacolo di shakespeare, la festa del teatro per eccellenza, continua con dei virtuosismi, cambi di stile, passaggi di luogo, due attori che fanno una pletora infinita di personaggi, poi piano piano, a mano a mano che la protagonista perde le sue facoltà la cosa diventa più semplice fino ad arrivare a qualcosa di molto vicino al nulla, ma che invece è pieno di qualcosa. Trovare quel pieno, senza trucchi, è un esercizio teatrale difficile, è una grossa scommessa, è il senso della cosa.

Fausto Paravidino

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