io, Francesco, quella domenica in settembre, quel sabato all’Auditorium

Ieri sono andata a sentire Francesco Guccini che all’Auditorium, al festival Libri Come, raccontava il Dizionario delle cose perdute. Ovviamente il libro era un pretesto per la solita imperdibile sfilza di ricordi, malinconie e ironie. Ha fatto il sold out nella sala più grande, la Sinopoli, e un po’ m’han fatto tenerezza quelli che, contrariamente a me che sono una groupie seria, non s’erano equipaggiati per tempo e facevano la fila sperando in un biglietto. “Fai sempre il pienone, ai concerti, alle presentazioni, i tuoi libri vendono un sacco, i tuoi dischi non ne parliamo; secondo te perché?”, chiedeva Andrea Scanzi, e lui serafico: “Dev’essere perché sono molto bello fisicamente”.
E poi, a proposito della collaborazione con Zucchero: “Mah, lui è per il rythm&blues, io sono per gli endecasillabi” o “Ho un problema con il decoder: da quando esiste non riesco più ad accendere la televisione, devo chiamare mia moglie” (succede anche a me con il mio fidanzato), fino a “Quando ho fumato la prima… Eh sì ma una volta sola. Facciamo due” e mille altre che non le so citare perché Francesco non è un battutista, è uno che per ridere (e si rideva tanto, ieri) e per far pensare (in due frasi ha risposto a Gaber e al fallimento/vittoria generazionale che gliele avrei strappate dalla bocca, quelle argomentazioni) ha bisogno di storie, racconti, contesti. Io passerei ore ad ascoltarlo e mi sembrava già lontanissimo il giorno di dicembre dell’ultimo concerto a Bologna, che avevo raccontato qui, e stamattina mi sono ricordata che di quella domenica in settembre, a Pavana, avevo scritto un non racconto su Facebook ma qui non l’avevo mai postato. E con quello slancio che hanno i desideri impossibili m’è venuta voglia di copincollarlo come un post it, con la segreta speranza che un giorno passi di qui e lo legga anche se so benissimo che lui, con l’internèt, tanto d’accordo non ci va.

io, Francesco, la domenica in settembre e quel giorno a Pavana che non scriverò mai

Tutto comincia così, che scendi dalla macchina all’ora di pranzo e in piazza c’è una festa, c’è la polenta, ci sono i piselli e il ragù, ma soprattutto dalle casse c’è Marco Ferradini. E la prima cosa che pensi è che qualcosa non sta andando come dovrebbe, perché a Pavana mica sarà possibile ascoltare altro che lui, chi avrà autorizzato la messa in onda di un Teorema qualsiasi, e poi mandano perfino Beyoncé e la gente balla e no, proprio non ci siamo, io sono venuta fino a qui e adesso dovete rispettare i miei cliché, capito? Voglio vedere i vecchi che giocano a carte, quello che lo chiamavano il frate, le foto dell’avo emigrato in America, le tue pietre l’oro e il fango.

Ed entri nel bar. Forse è una gastronomia, forse un’enoteca, vendono i detersivi ma anche dei peperoni ripieni che sembrano siciliani e Luciana dice che c’è tanta gente che viene per Francesco, come voi due del resto, o no? E tu non hai quasi aperto bocca, e lei sa già tutto e ti spiega che certo, casa è a tre minuti da lì, e ora ti dice dove, ma non andare prima delle quattro e mezzo che riposa, e la mattina mai perché dorme, brave che siete venute il pomeriggio, sì ieri c’era, oggi non l’ho visto, per noi è uno normale, uno di noi. Un piatto e un bicchiere e mezzo di vino dopo, ti metti in cammino per la via che ti ha indicato, cento finestre e un cortile le voci le liti, l’affresco degli anni novanta con il personaggio che ha le sue sembianze, la diga, il ponte, la nebbia che si avvicina, la strada per Castel Di Casio, e sei felice di essere lì con quella tua amica lì perché insieme avete le pause giuste, ridete e sapete sorridere, e fino a un attimo prima avete parlato di tutti i vostri guai (per voi crescon solo quelli) ma ora è tutto giusto, tutto perfetto, tutto nell’armonico disequilibrio che precede la tempesta.
E poi c’è il bar di Ugo e la sua cliente che detta la dedica per lasciare i Kinder Bueno al bambino, il figlio della Michela, con tanto amore, e un signore con la barba che si ferma appena per un bicchiere di vino, così, sui tavolini che si affacciano sulla statale e tu pensi che è tutto troppo come in una canzone di Francesco, che non è possibile, che quasi quasi torni in piazza dalla musica di Ferradini.

E poi arriva l’acquazzone. Quello che vi sorprende tutte e due, te e la tua amica, sotto l’ombrello, davanti casa di Francesco, immobili e titubanti mentre cercate di scoprire se è l’ora giusta, il momento giusto, se le finestre sono aperte per dimenticanza o presenza, se il gatto è suo, se davvero si può, e per un attimo, con le Converse bagnate e i capelli fracidi, pensi sciocca adolescenza falsa e stupida innocenza, e ti senti ridicola e vacillano insieme la tua borsa piena di libri e la tua assurda determinazione.

(C’è anche una pausa con gnocco fritto alla Nutella. Sentirsi ridicoli a pancia piena è tutta un’altra cosa).

E poi Raffaella ( “la” Raffaella) viene alla porta e ti spiega che lui è fuori ma tra due ore sarà lì, con la gentilezza e la dolcezza di chi è abituata ma anche sorpresa tutte le volte.

(Qui c’è un’altra pausa, dove doveva starci un tè caldo e invece c’è finita una grappa. Siamo pur sempre a Pavana, è pur sempre Guccini, e la canzone preferita di tuo padre era pur sempre quella delle osterie di fuori porta).

E poi ci sono quei cinque minuti. In cui ormai è sera e tu e la tua amica siete di nuovo davanti casa di Francesco e di nuovo sta piovendo, più forte di prima, e di nuovo vi state chiedendo se è il momento giusto, se è l’ora giusta, e la tua amica ti chiede se non hai paura di rompere le scatole e tu rispondi che non è una paura, è una certezza, ma che bisogna fare? E quando esce un tizio che vi vede sotto l’ombrello e dice eh, mica siete qui per me, aspettate un attimo e poi dice ecco, ora entrate, tu non puoi credere di essere lì per quei cinque minuti che ricorderai tutta la vita e che gli stai dando il tuo libro quello scritto da te, e che ti sta firmando il suo libro quello scritto da lui, e la cosa più intelligente che ti viene da dirgli è: scusa, lo so che rompo le scatole, volevo venire sempre dopo i concerti ma sai com’è erano affollati. E lui, per un attimo, ride.

E in macchina tu e la tua amica, con i vestiti che odorano di pioggia e i piedi scalzi, com’è logico cambiate argomento e parlate di altro e vi arrabbiate e ridete e commentate cose che non c’entrano niente con nulla, e mentre date le spalle all’Appennino sapete, lo sapete tutt’e due, che di quelle pietre sconosciute e di quelle case diroccate, di quei visi e dolori e stagioni e mattoni che parlano non ne scriverete mai, perché insomma, nebbia e fumo non san darvi il profumo del ricordo, e se non c’è riuscito lui figuriamoci io.

One thought on “io, Francesco, quella domenica in settembre, quel sabato all’Auditorium

  1. E chi lo aveva visto ‘sto post?! Ho vissuto tutti gli odori, i sapori e le uvulari dure. E chissà che aspetto hanno le stoviglie color nostalgia…

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