“Non sono le tragedie a ucciderci, sono i casini” reload – Cara Dottie, ti scrivo

Era da tempo che volevo scrivere qualcosa su Dorothy Parker.
Un po’ perché anch’io come lei prima dei trent’anni ero stata già licenziata da una redazione, anche se nel mio curriculum sembra una storia molto meno figa.
Un po’ perché sogno di abitare una qualsiasi delle sue frasi, perfino le più abusate tipo «scusate la polvere» e «tanto vale vivere» [anche se preferirei «quattro sono le cose che a conoscerle mi hanno reso più saggia: l’ozio, il dolore, un nemico e un amico» e «vorrei che sulla mia lapide ci fosse scritto: dovunque andò, perfino in questo posto, fu contro la sua volontà»]. Prendo per buona come aspirante bio anche «dai boa di struzzo alla protesta», come sintetizza Fernanda Pivano nell’introduzione a Il mio mondo è qui.

Volevo scrivere qualcosa su Dottie per ringraziarla del fatto che quando sono in modalità disadattata “cosa ci faccio qui” posso ripensare a certi suoi incipit:

«Accidenti, è andata! Proprio a me doveva capitare. Come se non avessi abbastanza guai. Eccomi qui, una povera orfana sola, bloccata tutta la serata a quest’orribile ricevimento dove non conosco un’anima e ci mancava pure che la giarrettiera mi mollasse. Cosa possiamo farle, vediamo un po’… oh sì, facciamo in modo che le si allenti la giarrettiera; d’accordo, è una vecchia gag ma funziona sempre. Certo devono essersi sforzati parecchio per riesumare scherzetti da liceo da fare a una povera triste orfana, sola in mezzo alla folla. Ed è anche il genere di solitudine più amaro che ci sia. Chiunque te lo dirà. E chi non te lo dice è un vecchio cretino»;

e anche:

«Lo sapevo. Lo sapevo che se fossi venuta qui stasera mi sarei ritrovata con questo bamboccio accanto. Sono settimane che lo tengono in serbo per me. Dobbiamo invitarlo… sua sorella è stata così carina con noi a Londra, possiamo metterlo vicino a Dorothy Parker, lei parla per due. Oh, non sarei dovuta venire. Sono qui contro la mia volontà. Venerdì, ore venti e trenta, Mrs Parker contro la sua volontà, a giudizio».

Volevo scrivere a Dottie che pure io ho il taccuino degli Uomini che non ho sposato e tutte abbiamo scampato un Mortimer che «si è fatto fotografare in abito da cerimonia», un Lloyd che «indossa cravatte sintetiche» e un Albert che «mette lo zucchero sui pomodori affettati».

Volevo dirle che incontro continuamente Mrs Legion e le sue amiche che «vestono con l’uniformità delle ballerine di fila. I cappelli sono della stessa foggia e portati nello stesso modo, le pettinature sono meticolosamente uguali, gli abiti pressoché identici, sia nella stoffa che nel disegno, le scarpe sono dello stesso modello. Fino a quando non ha assolutamente eliminato ogni traccia di personalità, Mrs Legion ritiene di non essere abbastanza alla moda per presentarsi in pubblico».

Volevo aggiornarla sul fatto che nell’editoria esistono ancora i Giovani di professione, e anzi sono sempre più giovani e sempre più convinti che «l’esser giovani non sia una di quelle cose che capitano a tutti. Per la loro la gioventù è un affare», questi piccoli Tommy Clegg e gli altri «soci fondatori della Nuova Generazione S.p.A.» che hanno scoperto «che i sessi sono due, che la gioventù non dura una vita, che a volte i genitori sono leggermente fuori fase nel capire i figli, che la primavera è una delle stagioni più piacevoli e che in molti casi l’amore non resiste oltre i primi quaranta, cinquant’anni. Sono dichiarazioni che sovvertono le vecchie teorie, ecco cosa sono».

La mia a Dottie sarebbe stata una lunga lettera. Qui mi sono limitata, del resto sono anch’io «quel dannato tipo di persona che scrive a fatica cinque parole e ne cancella sette». Inoltre non so quanto  sarebbe stata felice di leggere i miei sproloqui d’amore, lei che commentò l’ovazione all’Istituto Americano di Arti e Lettere con «Oh, si sono alzati per me? Credevo si fossero alzati per andarsene». Né azzarderò qualcosa sulla sua vita, sui suoi tre matrimoni, sulle feste le amicizie le inimicizie, sull’alcolismo e l’antimaccartismo, il teatro e l’eleganza (a proposito, Dottie, pensano ancora che per essere intelligenti bisogna vestirsi male). Non dirò nulla di più su questa minuscola donna terrorizzata all’idea che si potesse scrivere una sua biografia, questo essere cui nessuno sapeva bene cosa accadesse «quando si ritirava in squallide camere arredate soltanto di un tavolo e di un letto, in compagnia di uno due cani, con una macchina da scrivere portatile che nessuno vide mai senza che fosse nascosta da un asciugamano, in una cucina sempre vuota dove mangiava magari la pancetta cruda piuttosto che tirar fuori un padellino per scaldarsela» (cit. Pivano).

Solo era da tempo che volevo scrivere qualcosa su di lei, anziché citarla e ricitarla come ho sempre fatto (), ma non volevo nessuna ricorrenza, nessun anniversario, nessuna ragione specifica. Mi bastava solo un luogo dove chi ha voglia può venire a leggere, prima di coprire di nuovo tutto, pudicamente, con l’asciugamano.

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