“Si stutau a lanterna omo littratu. A tia un grazi smisuratu”

“Terranova?”
“Eccomi, prof.”
Sono passati due mesi dall’inizio dell’anno. Non solo non mi ha mai degnato di uno sguardo ma sembra trattarmi con sufficienza ogni volta che apro bocca, mi sento trasparente, inutile, perfino ridicola. Durante la prima interrogazione, su lingua d’oc e lingua d’oil,  avevo studiato un sacco eppure sembrava che si prendesse gioco di me, che si divertisse a farmi cascare. No, decisamente non gli piaccio. Non so perché. Non sarebbe un problema se l’italiano non fosse la mia materia preferita, se non avessi affrontato due lunghissimi anni di ginnasio_aoristo_declinazioni per arrivare qui a studiare letteratura con lui, con l’uomo dalla leggendaria ed enciclopedica cultura, l’uomo che scrive libri colti, che ha schiere di alunni adoranti e pellegrinaggi di ex alunni devoti, l’uomo le cui lezioni incantano per ore, l’uomo che alla prima lezione sull’inferno di Dante mi ha già fatto venire voglia di imparare terzine a memoria.
“Terranova?”
Mi alzo controvoglia per andare a riprendermi il mio tema e ricevere il voto. Il primo dell’anno. Il prof ha detto che sono andati tutti male tranne qualcuno. Figuriamoci. Io ho scelto la traccia di attualità, ho parlato di un preoccupante atteggiamento neofascista nella politica italiana. (Ho quindici anni e ho la prima, unica e ultima tessera di partito della mia vita. Ma lui questo non lo sa). Ho riempito quattro colonne fitte cercando di tenermi alla larga dalla retorica, spiegando i come e perché delle mie paure, cominciando dalla politica e finendo per parlare di me.
Cammino piano guardando da un’altra parte.
“Terranova: sette meno. Non tanto per quello che dici ma molto, moltissimo per come lo dici. Dagli occhi mi sembravi una babba, avete presente quando uno pensa: in tutte le classi c’è un alunno, poverino, il meno dotato di tutti? Ecco, io pensavo fossi tu. Poi ho letto il tuo tema. Brava”.

Me ne sto qui stasera, da sola, a pensare al dolore quando decise di andare in pensione un anno prima della fine del triennio, a tutto quello che mi ha dato [dall’amore per la nostra lingua, per gli anfratti dei dialetti, per i dettagli delle feste popolari di cui era un cultore, fino alle parole del suo Colapesce che è nello scaffale dei libri fondamentali, insieme a Schulz, la Morante, Caproni, la Rosselli, un libro che avevo ricordato l’anno scorso qui], a tutte le presentazioni dei suoi libri a cui puntualmente andavo perché c’era sempre da imparare, a quella volta che mi rimproverò perché non amavo abbastanza il Purgatorio.

E allora arrivederci, professor Giuseppe Cavarra. La poetessa Maria Costa ti ha salutato così: Si stutau a lanterna omo littratu. A tia un grazi smisuratu. Nessuno potrebbe fare meglio. Io proverò a farti conoscere di più anche fuori da quella Sicilia, da quella provincia messinese che tanto hai amato e a cui tantissimo hai dato.

Cominci, chi passa, a leggere qui.

3 thoughts on ““Si stutau a lanterna omo littratu. A tia un grazi smisuratu”

  1. …allora vale la pena di ricordare il proverbio cubano: “Sei io muoio, non piangere per me, fai quello che facevo io ed io vivrò in te!”; quanti prof. ci sono come questi nella scuola italiana, è arrivato il momento storico di far conoscere le loro storie.

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