Sono qui che stiro

“Non calcolerò mai tutto. Non verrò mai da lei a dire: è stata una bambina che ha ricevuto pochi sorrisi. Suo padre mi ha lasciato prima che compisse un anno. Ho dovuto lavorare per i suoi primi sei anni quando c’era lavoro, oppure l’ho mandata a casa dai parenti di lui. Ci sono stati anni in cui ha odiato le attenzioni che riceveva. Era cupa e magra e aveva un’aria straniera in un mondo dove il fascino stava nella biondezza, nei capelli ricci e nelle fossette, era lenta laddove veniva premiata la spigliatezza. Era figlia di un amore ansioso, non orgoglioso. Eravamo poveri e non abbiamo potuto darle un terreno su cui fosse facile crescere. Ero una madre giovane. Ero una madre nervosa. C’erano altri figli che pressavano, pretendevano. La sorella più piccola sembrava avere tutto quello che a lei mancava. Ci furono anni in cui non voleva che la toccassi. Si è tenuta troppe cose dentro, è stata la sua vita a farle tenere troppe cose dentro. Me ne sono resa conto troppo tardi. Ha tanto da offrire e probabilmente ne caverà fuori poco. È figlia del suo tempo, della depressione, della guerra, della paura.

La lasci fare. E così tutto quello che ha dentro non fiorirà: ma per quanti è davvero così? Ne ha comunque abbastanza per viverci. La aiuti solo a capire – ad avere motivo di capire – che è più di questo vestito sull’asse da stiro, inerme davanti al ferro”.

Tillie Olsen, Sono qui che stiro, in Fammi un indovinello, pubblicato da Giano nel 2004.
– uno dei miei racconti preferiti di tutti i tempi -.

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