io ero quella ritornata da Londra


Ieri al concerto di Guccini che chiudeva il tour 2010/2011 non portavo né l’eskimo né il paltò. Avevo una giacchina imbottita color crema appena comprata a Londra e tutta l’aria di quella che «ti pagava il cinema stupita»: ma figuriamoci. Se negli anni settanta i soldi di una signorina di buona famiglia si riconoscevano dal cappotto, la schizofrenia dell’epoca duemilaeccetera permette più di prima la grandiosa arte del *mi vesto bene anche se non ho un euro*. Insomma, Francesco, se andiamo in osteria devi sempre offrire tu – posto che riusciamo a trovarne una (il Sommo lamentava dal palco la sparizione dei sani vecchi locali a 25 lire a bicchiere, soppiantati da costose quanto ridicole boutique del vino e invocava il ritorno di due sole grandi classificazioni: il bianco e il rosso – stendingovescion).

Ero lì con i miei Doc Martens blu a ricordare che nel 1998, al primo concerto mio_suo, ce li avevo viola; ero lì che mi guardavo intorno fra ventenni (ci avete fatto caso? il pubblico degli altri cantautori invecchia con loro, il pubblico di Guccini ha sempre vent’anni)  pronta a ululare quel «vorrei sapere a che cosa è servito vivere amare soffrire spendere tutti quei giorni passati se così presto hai dovuto partire» dove ognuno ci mette chi gli pare e che per me fa subito “ciao Giovanni”. Invece no. Stavolta Guccini giocava in casa («Bologna una donna emiliana di zigomo forte, Bologna capace d’amore capace di morte») e prima di tutto si è presentato con perle e ricordi. Perché lui *sospiro*, lui è così. Lui arriva e ti scaraventa dentro un’atmosfera, dentro tutt’un mondo di puttane, alcol, albe come miraggi, notti di nebbia, cantautori falliti («belle le tue canzoni, non è che mi presti cinquemila lire?») e intanto fa la conta degli amici (Piero, con l’upgrade «da quanto tempo che ci conosciamo? venticinque anni, no sessantuno», Vince Tempera, Flaco e i musicisti) inclusi quelli che non ci sono più (il papà di Sturmtruppen che si faceva chiamare geometrO perché geometrA è femminile; Victor che fa i bisogni sulle spalle di un malcapitato).

Lui ti scaraventa dentro un mondo di narrazioni che incanta e affascina tutte le volte, e peggio per chi non gli ha permesso di raccontare la storia di Farewell e Quattro stracci interrompendolo continuamente con nudo! nudo! (sì, lo so: non ci sono più i ventenni di una volta). Peggio per loro, tanto io la storia la conosco bene: lui ha fatto sentire a lei Farewell dicendole che gliel’aveva dedicata, a lei non è piaciuta, lui s’è incazzato è tornato a casa e le ha scritto Quattro stracci. Storiella edificante per due motivi: 1) le perle ai i porci, il pane a chi non ha i denti e tutto ciò che ciascuno di noi pensa dei propri ex 2) la conferma che da perle, porci, pane e denti, possono nascere le migliori meraviglie. E non è tanto per la pur notevole «nata di marzo nata balzana, casta che sogna d’esser puttana» quanto per «le vie del mondo ti sono aperte, tanto hai le spalle sempre coperte e avrai sempre le scuse buone per rifiutare»: chi di noi non ha un viziatissimo ex? uno che «a rifiutare sei stat* un genio, sprecando il tempo a rifiutare me»? Per fortuna poi arriva l’ammmore, quello vero, quello che ti fa melodiare un continuo e un po’ ebete Vorrei, in cui aneli a essere un po’ ovunque con l’amat*, perfino nei «ciuffi di parietaria attaccati ai muri» (e se non sapete cos’è la parietaria sono ignoranze vostre, cosa vi aspettate da uno che nelle canzoni ci mette «il rebus dei cumulonembi»).

L’ammmore, dicevamo, che però nulla toglie allo struggimento di quelle domande ontologicamente senza risposta: a «non la vedi non la tocchi oggi la malinconia» qualcuno per caso vi ha mai risposto sì, annamose a fa’ ‘na bira? Ecco. Il paradosso dei concerti di Guccini, in cui tutti insieme hanno vent’anni e tutti insieme credono che per un attimo veramente «trionfi la giustizia proletaria», è che la deliziosa illusione di un socialismo che fa rima con cantina è falsa. Le sue canzoni vanno ascoltate da soli. Nessuno saprà mai come ghignate di soddisfazione quando cantate «buffoni che campate di versi senza forza, avrete soldi e gloria ma non avete scorza» o «tu giri adesso con le tette al vento io ci giravo già vent’anni fa» (la risposta perfetta a chi vi ha fatto soffrire come un cane e si ripresenta giurando amore eterno e implorando perdono perché finalmente ha scoperto quanto siete importanti: eh no, bellezza, «bisogna saper scegliere in tempo, non arrivarci per contrarietà»).

Tutto questo e molto di più è Guccini. Non lo potrete mai spiegare a chi non l’ha ascoltato da piccolo, Guccini non si scopre all’improvviso da adulti. Guccini è già dentro, da subito, da sempre, sapore di ricordo e di eterno. Non importa quanti anni abbia, se gli regga la voce (quella sua voce riconoscibile alla prima sillaba), se abbia ancora voglia di «far canzoni e bere vino»: se l’avete amato una volta, l’amerete per sempre. È lui che vi ha insegnato ad andarvene «per strade e osterie, vino e malinconie» e se non abitavate a Bologna ma a Canicattì le osterie ve le inventavate in qualsiasi bar aperto dopo mezzanotte, l’importante era seguire la «religione del tirare tardi e aspettare mattino», l’importante era la «sigaretta o penna nella mia destra, simboli frivoli che non hai amato mai», l’importante era sapere che quello sguardo sospetto, malevolo e moralista che avete sempre sentito su di voi semplicemente perché eravate un po’ diversi dagli altri non di cattiveria era indice, bensì di stupidità: «del resto, per chi non è abituato, pensare è sconsigliato».

8 thoughts on “io ero quella ritornata da Londra

  1. C’ho cliccato sopra io a ‘sto link e poi per troppo magone non ho finito di leggere. E sì, ovviamente, ho vent’anni e poco più.

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