posto corridoio, classe economica – [Onegin, Grossman, Regina, libri, Lester e buffi esseri umani]

Ieri è uscito il nuovo singolo di Regina Spektor, bello e innamorabile come i precedenti. L’album che uscirà il 29 maggio si intitola What we saw from the Cheap Seats e, come tutti, l’ho subito trovato uno dei possibili titoli per una mia autobiografia.

E poi cosa. Domani sera sarò a Sermoneta per una serata speciale su Bruno e dunque non potrò essere con il gruppo dei Librintesta a parlare dell’Evgenij Onegin di Puškin. In momenti come questo mi dispiace particolarmente non avere il dono dell’ubiquità perché l’Onegin è un libro che ho amato, non solo per i motivi d’ordinanza (punto di snodo della letteratura russa; romanzo in versi – sentite come suona bene? romanzo in versi, sospiro, romanticismo, sospiro; novenario giambico – ok, traslato in endecasillabo nella traduzione di Lo Gatto). Diciamo che i pur importantissimi motivi d’ordinanza mi interessano sempre relativamente quindi vi dirò che l’Onegin (o Oneghin, come nella mia edizione Quodlibet) è banalmente una delle più meravigliose storie d’amore che esistono sulla faccia della letteratura terrestre, per esempio per la perfezione dell’equilibrio e del disequilibrio illusione/disillusione fra Tatiana e Eugenio. E per un miliardo di altri motivi che vi invito a scoprire andando domani sera alla libreria Altroquando.

Intanto su SettePerUno continuo a scrivere dei fatti miei travestendoli da recensioni. Abbiate pazienza, Lester Bangs mi ha detto che si può fare. Prima che venga a bussare Lester giustamente arrabbiato per il travisamento e offeso per il paragone, mi affretto a segnalarvi Posti in piedi in paradiso, An Education e Fiore di cactus.

E poi ancora. Della settimana di booktour toscano-emiliano mi porto dietro molte cose: i disegni, i temi, le riflessioni e le domande di bambini e ragazzi che come sempre mi danno modo di guardare le cose che scrivo, e questa buffa me stessa nel suo buffo insieme, da angolazioni nuove. E a Bologna, in fiera, l’incontro con Ofra: come sempre, in pochi sguardi e pochi minuti so che ci siamo dette molto.

E infine. L’altro ieri sono stata a L’Aquila per ascoltare David Grossman intervistato da Marino Sinibaldi, in uno splendido e denso incontro organizzato da Minimondi-L’Aquila Fenice [qui qualcun altro ne ha fatto un ottimo resoconto]. Ho avuto la fortuna di poter scambiare con Grossman qualche parola prima dell’incontro e non scorderò mai il sorriso che mi ha rivolto mentre indicavamo il suo nome nel libro mio e di Ofra, dove lui è citato nell’ultima pagina, in uno snodo fondamentale per capire Schulz.
E poi, durante l’incontro, le sue riflessioni sul narrare il dolore che non si dice, le sue esortazioni a non vittimizzarsi mai perché ci si paralizza e basta (e io che non so se parlava proprio soltanto agli aquilani o se non dicesse, in quella frase semplice e diretta, che veniva subito dopo un momento di grande empatia, qualcosa al cuore di tutti). La sua spiegazione del senso degli ebrei per il racconto, abituati fin da piccoli a decrittare il mondo attraverso un libro di storie come la Torah (e Sinibaldi che giustamente notava: ecco perché scrivete tanto per l’infanzia, per offrire ai poveri bambini generose alternative, e di nuovo il sorriso di Grossman che fa sorridere interi campi di girasole). E sempre Grossman, sui molti perché della lettura, con stupita semplicità: “perché i libri hanno questo potere, di farmi sentire un essere umano”.
Ed è proprio così, penso oggi, rannicchiata sul sedile e sempre sommersa da chili di carta, ripassando parole grandi dal mio piccolo posto corridoio.